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6 aprile 2017 - 10 nissan 5777
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Verso Pesach 

Preparare la casa, preparare se stessi.
E le nostre generazioni future

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Più che per ogni altra ricorrenza del calendario ebraico, la preparazione per la festa di Pesach è entrata nel folklore più o meno come l’equivalente delle Sette Fatiche di Ercole. C’è da cucinare per due giorni di pasti festivi (uno in Israele), di cui le due sere addirittura di Seder, una lunga serie di prescrizioni e cerimonie per ripercorrere l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto, con la cena che arriva solo al culmine della rievocazione e deve quindi essere necessariamente all’altezza del momento (e degli stomaci brontolanti per l’attesa). Ma soprattutto, c’è l’obbligo di pulire le proprie abitazioni da cima a fondo, e attrezzare la cucina di conseguenza, per eliminare ogni traccia di chametz (cibo lievitato), che durante Pesach non può essere consumato, né posseduto. Negli insegnamenti dei Maestri però esistono altre tradizioni per prepararsi alla festa: innanzitutto, ristudiando e rifamiliarizzando con le sue prescrizioni. Si legge nel Talmud (B. Pesachim 6a) che è bene “approfondire ed espandere le regole di Pesach”.
Scrive rav Levi Cooper, docente all’Università di Bar Ilan e al Pardes Institute of Jewish Studies: “Il Maestro chassidico rav Menahem Mendel di Rymanow (1745-1815) spiega che le parole usate dai Saggi devono essere interpretate come una fervente supplica, e non come delle semplici domande allo scopo di ottenere informazioni. Ogni persona dovrebbe chiedere, scongiurare addirittura, l’Onnipotente prima di Pesach, per ricevere assistenza Divina per osservare tutti i comandamenti. Come sappiamo, la sfida dell’eliminare dalle nostre case ogni traccia di chametz può essere particolarmente gravosa. Non si tratta di semplici ‘pulizie di primavera’: è un obbligo religioso e il fallimento porta conseguenze difficili. Mentre ci imbarchiamo in questa missione, chiediamo l’aiuto di D-o”.
Il rebbe però va un passo oltre, ricordando come non si tratti solo di liberarsi dal chametz fisico, ma anche da quello spirituale, di cui le pulizie di casa diventano un percorso simbolico.

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VERSO PESACH

Matzah e dolci, la festa senza glutine

img headerÈ Pesach per tutti, anche per gli intolleranti al glutine.
La Jewish Telegraphic Agency ha pubblicato negli scorsi giorni una guida ricca di spunti utili per chi è costretto a confrontarsi con questo disturbo della nutrizione. Localizzazione, varietà, costi: una serie di indicazioni rivolte in prima istanza agli utenti americani, ma che possono rivelarsi preziose un po' per tutti. Senza confini.
Intanto, si parte da un assunto: il settore è in forte espansione (in America i consumatori di cibo gluten-free sono circa un quarto della popolazione totale). E quindi, anche chi vuole osservare i precetti della Pasqua ebraica, rinunciando per otto giorni ad alimenti lievitati, può trovare soddisfazione senza impazzire troppo nella ricerca di prodotti ad hoc, non dannosi per il proprio organismo. Attenzione però, c'è un problema. E non è neanche di poco conto.
Il pane azzimo, l'anima della festa, l'alimento irrinunciabile nei Sedarim (le due serate di incontro e racconto che aprono Pesach), può essere realizzato solo con farina derivante da questi cinque cereali: frumento, orzo, segale, apelta, avena. L'unica opzione contemplata, per gli intolleranti al glutine, è quest'ultima.

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VERSO PESACH

Quell’equilibrio tra lutti e gioia 

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“Può un ebreo essere completamente felice?”. È con questa domanda dal sapore provocatorio che Adam Kirsh, giornalista del Tablet che ogni settimana guida il lettore attraverso gli insegnamenti del Talmud, pilastro della sapienza ebraica, apre una recente uscita della sua rubrica ispirata al Daf Yomì, la pratica di studiare una pagina dell’opera al giorno. Una domanda particolarmente calzante in previsione della festa di Pesach, dove fondamentale è la compresenza tra il lutto e l’amarezza della schiavitù e delle persecuzioni e la gioia della Libertà.
“Talvolta sembra davvero non esserci scampo. Nel XXI secolo, la Shoah ci appare come la più grande tragedia della storia ebraica, che proietta la sua ombra in tutto ciò che facciamo. Per i Maestri del Talmud, la catastrofe che non poteva essere dimenticata era la Distruzione del Tempio - ricorda Kirsh - Anche quell’evento fu accompagnato da un’enorme perdita di vite - secondo Giuseppe Flavio un milione di persone furono uccise nell’assedio nel 70 e.v. Per i rabbini è il significato spirituale a essere centrale. Senza il Tempio, le tradizionali forme di comunicazione con D-o erano cancellate, perché gli ebrei non potevano più offrire sacrifici o eseguire molti rituali della massima importanza. Non è forse empio continuare a godersi la vita sulla Terra, quando il Cielo stesso è in lutto per la perdita del Tempio?”.

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VERSO PESACH  

La realtà per ciò che è

Rabbi Bunam di Pzhysha (1765 – 1827), grande maestro chassidico polacco, disse: “Mangiamo il pasto del Seder di Pesach nel seguente ordine: prima la matzah e poi le erbe amare, sebbene l’opposto sembrerebbe logico, visto che prima abbiamo sofferto e solo dopo siamo stati liberati. La ragione sta in questo: finché per gli israeliti non c’era la minima speranza di essere redenti, il popolo non avvertì fino in fondo l’amarezza della sua sorte, ma appena Moshè parlò loro di libertà, assaporarono tutta l’amarezza della schiavitù.” Educare, a volte, significa anche solo cominciare a far guardare la realtà per quello che è, anche se amara, e non per quello che fingiamo sia.




Pierpaolo Pinhas Punturello
rabbino


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VERSO PESACH 

I sapori della libertà

Intanto i sapori, così contraddittori. Il Kharòseth, questa strana marmellata di frutta secca e altre componenti per me misteriose, dall’aspetto esteriore decisamente poco invitante, ma buono di una bontà indicibile. Buono perché lo faceva la nonna, e come lei nessun altro, nelle memorie di ogni bambino. Inopportuno, perché sapore dolce insieme all’insalata, gustato prima della cena, nel bel mezzo della lettura cantata della Haggadàh. Poi la Mazzàh, galletta croccantina e insapore. Né buona né cattiva, ma gusto che evoca memorie passate quando la si riassapora dopo un anno. La si accoglie bene, e dopo otto giorni la si abbandona con piacere, dopo averla usata e riciclata nelle mille ricette che caratterizzano Pesach, dagli scacchi al dayenu, dalla minestra di verdura alle frittelle.

Gadi Luzzatto Voghera
direttore Fondazione Cdec


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Shir shishì - una poesia per erev shabbat

Canto popolare, Pesach dopo Purim

img headerIn questi giorni prima di Pesach il mondo ebraico trasmette un ché di affanno. Bisogna pulire bene, controllare l'elenco degli invitati per la cena del Seder senza scordarsi dei cugini noiosi, stirare le belle tovaglie e contare il numero delle sedie necessarie, inclusa quella per "Lo straniero che abita in mezzo a voi", perché sta scritto "Chiunque abbia fame venga e mangi, chiunque abbia bisogno venga a celebrare Pesach". Una festa che rappresenta storia, etica e antiche tradizioni, basata su letture che formano una sorta di un testo aperto chiamato Haggadah, di cui abbiamo qualche migliaia di versioni edite in tutto il mondo. La Haggadah ovvero La narrazione, fu redatta nel Medioevo e conserva contenuti antichi e struttura letteraria fissata nel tempo. D'altronde, non essendo un testo sacro, diversamente dai libri canonici, i testi variano leggermente da una tradizione all'altra, tanto che martedì sera gli ebrei di origine yemenita, gli Italkim o gli israeliani membri del kibbutz, reciteranno e canteranno da Haggadot diverse. Tutte le narrazioni fungono da specchio del luogo e del tempo in cui sono state scritte, da quelle composte nei ghetti durante la seconda guerra mondiale fino alla bellissima edizione a cui hanno collaborato Jonathan Safran Foer e Nathan Englander.
I canti e la musicalità dei testi della Hagaddah sono fondamentali per la funzione sociale e soprattutto didattica dell'antico racconto sulla libertà e sulla memoria collettiva. Però ho pensato di riportare un canto popolare orientale pubblicato da Liliana Treves Alcalay, un personaggio centrale nella storia della musica e della cultura italiana. Treves Alcalay, scrittrice e musicologa, studia da molti anni la musica dei conversos, delle tradizioni arrivate dalla Spagna e dai paesi arabi, sede di un ebraismo ricco e, a sua volta, fonte di contaminazione della poesia e le melodie occidentali moderne.

Purim, Purim è passato
Pesach, Pesach sta per arrivare.

Le matzot si stan cuocendo
Gli involtini di carne si stan facendo.

Per carità, per carità
Dio benedetto ci dà fortuna.

La donna dice ai nipotini:
pulite la polvere negli angoli e sui tetti.

Per carità, per carità
Dio benedetto ci dà fortuna.

Il signor rabbino ha detto alle zie
di non mangiare il pane per otto giorni.

Per carità, per carità
Dio benedetto ci dà fortuna.

(Liliana Treves Alcalay, Canti della Diaspora, Giuntina, 1986)

Sarah Kaminski, Università di Torino

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