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29 Ottobre 2017 - 9 Cheshvan 5778
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la decisione della corte suprema sul ricorso contro la municipalità

'Sì, di Shabbat Tel Aviv può aprire i suoi negozi'

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II negozi di Tel Aviv possono rimanere aperti di Shabbat. A sancirlo, una recente sentenza della Corte Suprema israeliana. La maggioranza dei giudici della Corte (cinque contro due) ha infatti respinto il ricorso di un gruppo di commercianti contro il provvedimento della Municipalità di Tel Aviv che permetteva a 164 esercizi alimentari di operare durante lo Shabbat e le festività. Si tratta dell'ultima sentenza della Corte con Miriam Naor alla presidenza: la stessa Naor ha infatti letto le motivazioni della decisione nel corso della cerimonia in cui ha lasciato il suo incarico, ora affidato a un'altra donna, Esther Hayut. “La sentenza si basa sul concetto del vivi e lascia vivere – ha spiegato Naor – La mia, non è una sentenza sul valore dello Shabbat. Non è una sentenza laica o religiosa ma riflette la corretta interpretazione della legge”.
Il quotidiano Haaretz scrive che Naor nella sua motivazione, ha sostenuto che il provvedimento di Tel Aviv non pregiudica in alcun modo lo status e l'importanza dello Shabbat come principio nazionale del popolo ebraico, né scalfisce in alcun modo i valori dello Stato di Israele come Stato democratico ed ebraico. Per l'ormai ex presidente della Corte, pur nella necessità di proteggere l'unicità dello Shabbat, ogni persona deve avere il diritto di gestire e trascorrere questo giorno come desidera, sulla base delle proprie convinzioni. C' è una buona ragione, ha continuato Naor, se il legislatore israeliano ha lasciato alle autorità locali il compito di trovare l'equilibrio. E il compito di trovare questo equilibrio non è un compito banale, ha scritto Naor, ma è necessario nel caso di una società eterogenea che condivide il medesimo spazio.

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l'ecostistema che favorisce lo scambio di conoscenze e competenze

Oltre la Start-up Nation, il modello israeliano
che investe sulle relazioni e l'innovazione

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Non solo «Start-up Nation», come oramai d’abitudine si dice quando si parla d’Israele, ma qualcosa di più e di diverso. Quanto meno in prospettiva. E nei fatti, prima ancora che nelle intenzioni o nei calcoli di circostanza. Un conto è pensarsi ed essere vissuti dagli “altri” come un paese che agevola l’innovazione, fondando una parte crescente della propria economia sull’evoluzione intensiva ed estensiva delle intelligenze operative. Ben diverso discorso, invece, è il diventare il centro di ricerca d’eccellenza nel mondo. Due orizzonti distinti, benché tra di loro in diretta relazione. A differire non sono solo le dimensioni di scala (locali, nel primo caso; globali, nel secondo) ma anche le prospettive politiche che si accompagnano. Poiché se una economia ad alto tasso di innovazione è senz’altro uno dei fattori vincenti nella globalizzazione, il divenire un fondamentale tassello planetario nei processi di trasformazione tecnologica implica il potere esercitare un’egemonia culturale. La quale è poi destinata a riflettersi su molti altri paesi, concorrendovi a determinarne atteggiamenti, condotte e scelte di lungo periodo. La tecnologia in quanto sapere applicato, infatti, non è mai neutra. Una prospettiva fantascientifica o, addirittura, il manifestarsi, sotto nuove spoglie, del “mostro giudaico del complotto”? Nulla della prima ipotesi né, tantomeno, della seconda. Piuttosto il discorso è ben diverso, aggirando tra l’altro anche le tradizionali logiche del boicottaggio, delle sanzioni e dei disinvestimenti: l’incentivazione dei processi a forte tasso d’innovazione, destinati a produrre beni (ma anche pensieri) facilmente esportabili e fruibili un po’ ovunque, travalica le dimensioni dell’appartenenza nazionale, così come abitualmente la si pensa, scavalcando inoltre confini e divisioni di ogni genere. Crea semmai un sistema di relazioni e di scambi che diventano poi parte integrante del comune modo di pensare. Non è quindi solo una questione economica.

Claudio Vercelli

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opinioni

In equilibrio tra scienza e cultura umanistica

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Quando, a diciotto anni, mi trasferii in Israele per studiare (per pietà non fatemi dire quanto tempo è passato!), una delle cose che più faticavo a capire era il prestigio sociale che gli israeliani attribuivano allo studio delle materie scientifiche. Per un'italiana abituata a un certa forma mentis che per qualche ragione invece sembrava tenere in maggior conto gli studi umanistici, era un bello shock culturale. Quell'esperienza m'è tornata in mente in queste settimane, mentre in Italia sta tornando l'ennesimo dibattito sulla sproporzione tra i laureati in materie umanistiche rispetto a quelli in materie scientifiche. L'Italia sforna troppi laureati in lettere: lo dice un recente rapporto Ocse, pubblicato a settembre, non è mica un'idea mia. E, ma questa invece è un'idea mia, questa sproporzione potrebbe dipendere anche da fattori culturali. Abitiamo una cultura, di cui il nostro sistema scolastico è un degno riflesso, che fin dall'infanzia ci inculca nel profondo l'idea che la cultura umanistica sia un qualche modo superiore e che apprendere nozioni applicabili al mondo del lavoro sia meno importante: il risultato è una generazione «incatenata a un'educazione che la costringe a desiderare un'esistenza che non può permettersi», come ha scritto Raffaele Ventura nel suo recente saggio Teoria della classe disagiata (minumum fax). Quando qualcuno prova a proporre di cambiare le cose, insomma di incoraggiare attivamente i ragazzi ad iscriversi a facoltà che permettano loro di trovarsi un lavoro, c'è chi protesta: così si svilisce la cultura. Eppure una cosa, cioè il senso pratico, non esclude l'altra, cioè l'amore e la valorizzazione della cultura umanistica. Così, a distanza di anni mi ritrovo a domandarmi se invece l'attitudine israeliana non possa essere un modello cui ispirarsi: è un Paese dove una buona parte dell'economia gira attorno a scienza e tecnologia, ma che ha saputo produrre letterati apprezzati in tutto il mondo e che ha un'invidiabile produzione culturale.

Anna Momigliano

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dopo aver vinto l'oro negli Emirati Arabi Uniti

Non suonano l’Hatikvah ad Abu Dhabi,
il judoka Tal Flicker se lo canta da solo

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Il campione di judo israeliano Tal Flicker si è imposto al Grand Slam di Abu Dhabi nella categoria fino a 66 chilogrammi ma poi ha dovuto cantarsi l’inno da solo alla cerimonia di premiazione. Anche se l’Emirato è in buoni rapporti con Israele non ha ancora relazioni diplomatiche. Gli organizzatori hanno così applicato il divieto di alzare la bandiera dello Stato ebraico e suonare l’inno. Ma il judoka, da solo sul podio, lo ha intonato per conto suo in una prova di patriottismo.
Le autorità di Abu Dhabi hanno detto che il divieto di mostrare simboli israeliani era volto a garantire “la sicurezza della delegazione” dello Stato ebraico. Le stesse regole erano state applicate a un evento simile due anni fa, ma allora nessun atleta israeliano era salito sul gradino più alto del podio.
Flicker ha vinto la finale nel modo più spettacolare, un ippon, l’equivalente del KO nell’arte marziale giapponese, a 25 secondi dalla fine del match, e ha sconfitto l’azero Nijat Shikhalizada, medaglia di bronzo ai mondiali. Il judo è stata la prima arte marziale moderna a essere ammessa alle Olimpiadi.

Giordano Stabile, La Stampa, 27 ottobre 2017

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