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21 febbraio 2018 - 17 adar I 5779
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Società

I contadini dell’Etna e le metafore

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La Montagna, l’Etna, è un vulcano buono, ma Bernard Berenson non poteva saperlo. Una decina di turisti furono ammazzati da un pezzetto di lava rovente grande come un tramvai articolato (lapillo!). E neppure questo poteva sapere Bernard Berenson, perché lui salì sull’Etna agli inizi del secolo, e i turisti hanno perso la vita alla fine del secolo, sempre il XX. Bernard Berenson è un filosofo e critico d’arte, di origine ebraica e convertito al cristianesimo, vissuto tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo, che scrisse che gli ebrei sono come i contadini dell’Etna che, se sopravvivono, vivono in virtù dello stesso vulcano che li uccide. Ahimè! Queste cose devo averle narrate in un altro articolo che forse avete già letto, ma debbo pur spiegare come, prima il caso, poi l’insana passione, mi hanno portato sull’Etna più volte nel corso della vita. La Montagna mi attrae per colpa di Berenson e della sua affascinante metafora. Sulle montagne normali me ne sto chiuso in albergo per via dello stress postraumatico dell’inverno 1944-45 in una valle di guerra partigiana: quando vedo i panorami sereni e innevati penso agli stenti di quell’inverno e mi viene il panico… La prima volta che vidi la Montagna, ero piccino piccino e ancora non capivo che cosa mai potessero significare i panorami. Mi ci condussero certi signori di Catania che me ne decantavano invasati l’incredibile bellezza, mentre i miei occhietti grulli vedevano solo mucchi di carbone.

Aldo Zargani, scrittore
Pagine Ebraiche, febbraio 2019 

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MACHSHEVET ISRAEL

Levinas a Davos, 90 anni fa 

img headerNel marzo 1929 si tenne a Davos un lungo convegno filosofico (tre settimane!) sul tema “Chi è l’uomo?” di cui furono star Ernest Cassirer e Martin Heidegger. Il primo, classe 1874, era l’insigne esponente della scuola neo-kantiana fondata da Hermann Cohen e l’erede di un umanesimo illuminista-liberale con il quale buona parte dell’ebraismo assimilato tedesco si identificava, e a cui lui stesso apparteneva; il secondo, nato nel 1889, era sì allievo di Edmund Husserl ma aveva ormai imboccato la propria strada, soprattutto dopo la pubblicazione di Sein und Zeit [Essere e tempo] nel 1927, e passava per il pensatore più affascinante del momento. A Marburgo, già dal 1924, Heidegger aveva avuto tra i suoi studenti alcuni ebrei che diventeranno assai significativi nella storia della filosofia: Hannah Arendt in primis (di cui si era sinceramente innamorato), Karl Löwith, Hans Jonas e Leo Strauss. Negli ultimi giorni del convegno le due star ebbero un dialogo pubblico che per alcuni incarnò un corpo a corpo tra due Weltanschauungen, due visioni filosofiche in opposizione su tutto. “Strano dialogo” commentò infatti il francese Pierre Auberque, allora in veste di cronista; ed in effetti è difficile – almeno per noi e con il senno di poi – non vedervi lo scontro, più che l’incontro, tra l’ebreo-tedesco e il tedesco ariano. Ma si era nel ’29, non nel ’39, e si trattava ancora e soltanto di un confronto filosofico, sebbene fosse percepito come la rappresentazione di un’antitesi: la calma dialettica di Cassirer versus la febbrile iconoclastìa di Heidegger, il cosmopolitismo vs il localismo, il metodo critico vs la sentenza apodittica, i valori dell’ethos vs la forza dell’ethnos, l’europeismo vs il nazionalismo...

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI 

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società        

Odio antiebraico
e gilet gialli  

L’aggressione dei Gilet Gialli contro il filosofo francese Alain Finkielkraut ci dice che il più pericoloso antisemitismo è tornato nel cuore dell'Europa. A descriverlo è quanto avvenuto in boulevard Montparnasse, a Parigi, nella giornata di ieri. Un gruppo di Gilet Gialli ha riconosciuto il filosofo, lo ha spinto in un angolo e mentre lui era spalle al muro uno dei manifestanti gli si è avvicinato, gli ha puntato l'indice contro ed ha iniziato a gridare «noi siamo il popolo, noi siamo il popolo». Altri Gilet Gialli sono arrivati, Finkielkraut si è allontanato protetto da alcuni passanti e dietro di lui i manifestanti gli hanno gridato: «Torna a Tel Aviv», «Palestina, Palestina», «vi cacceremo». Più il filosofo era lontano, più le grida dei Gilet Gialli crescevano, con i singoli che si toglievano mascherine e passamontagna per meglio gridare la propria rabbia. La sovrapposizione fra esaltazione del «popolo», insulti antisemiti, odio antisionista e promesse di espulsioni rappresenta quanto di più simile e contemporaneo può esserci alla dinamica con cui si innesca l'odio antiebraico nelle piazze, identificando nella casuale vittima di turno il male assoluto, da additare ed estirpare per il «bene delle masse».

Maurizio Molinari, La Stampa,
17 febbraio 2019  


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società 

La sicurezza
dell'«uomo forte»  

Sulle due sponde dell'Atlantico ci si interroga se l'ondata populista sia un fenomeno transitorio, oppure una minaccia che provocherà la trasformazione delle democrazie liberali d'Occidente in Paesi illiberali. Il saggio di William A. Galston, Antipluralism.The Populist Threat to Liberal Democracy, analizza la tendenza dei movimenti populisti, nativisti e sovranisti d'oggi - da Trump agli europei Orbàn, Marine Le Pen, Farage, Salvini e Grillo - a considerare il popolo come un tutt'uno mentre la democrazia richiede il pluralismo e il riconoscimento delle condizioni ottimali del vivere in comune tra cittadini liberi ed eguali ma irriducibilmente diversi. La crisi economica e istituzionale, le opposte visioni delle popolazioni urbane e rurali, e le difficoltà a padroneggiare l'immigrazione hanno aperto la strada alla reazione (backlash) populista che distrugge il compromesso tra le élite politiche e i cittadini che dal dopoguerra ha retto i Paesi democratici. . I populisti inventano complotti immaginari, attaccano l'establishment come "nemico del popolo" in combutta con potenze estere, e fanno credere di volere combattere l'eccessivo potere politico, economico e culturale ricorrendo all'"uomo forte".


Massimo Teodori, Il Sole 24 Ore Domenica, 17 febbraio 2019 


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