Società
I contadini dell’Etna e le metafore

La Montagna, l’Etna, è un vulcano buono, ma Bernard Berenson non poteva
saperlo. Una decina di turisti furono ammazzati da un pezzetto di lava
rovente grande come un tramvai articolato (lapillo!). E neppure questo
poteva sapere Bernard Berenson, perché lui salì sull’Etna agli inizi
del secolo, e i turisti hanno perso la vita alla fine del secolo,
sempre il XX. Bernard Berenson è un filosofo e critico d’arte, di
origine ebraica e convertito al cristianesimo, vissuto tra la fine del
XIX e la prima metà del XX secolo, che scrisse che gli ebrei sono come
i contadini dell’Etna che, se sopravvivono, vivono in virtù dello
stesso vulcano che li uccide. Ahimè! Queste cose devo averle narrate in
un altro articolo che forse avete già letto, ma debbo pur spiegare
come, prima il caso, poi l’insana passione, mi hanno portato sull’Etna
più volte nel corso della vita. La Montagna mi attrae per colpa di
Berenson e della sua affascinante metafora. Sulle montagne normali me
ne sto chiuso in albergo per via dello stress postraumatico
dell’inverno 1944-45 in una valle di guerra partigiana: quando vedo i
panorami sereni e innevati penso agli stenti di quell’inverno e mi
viene il panico… La prima volta che vidi la Montagna, ero piccino
piccino e ancora non capivo che cosa mai potessero significare i
panorami. Mi ci condussero certi signori di Catania che me ne
decantavano invasati l’incredibile bellezza, mentre i miei occhietti
grulli vedevano solo mucchi di carbone.
Aldo Zargani, scrittore
Pagine Ebraiche, febbraio 2019
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MACHSHEVET
ISRAEL
Levinas a Davos, 90 anni fa
Nel
marzo 1929 si tenne a Davos un lungo convegno filosofico (tre
settimane!) sul tema “Chi è l’uomo?” di cui furono star Ernest Cassirer
e Martin Heidegger. Il primo, classe 1874, era l’insigne esponente
della scuola neo-kantiana fondata da Hermann Cohen e l’erede di un
umanesimo illuminista-liberale con il quale buona parte dell’ebraismo
assimilato tedesco si identificava, e a cui lui stesso apparteneva; il
secondo, nato nel 1889, era sì allievo di Edmund Husserl ma aveva ormai
imboccato la propria strada, soprattutto dopo la pubblicazione di Sein
und Zeit [Essere e tempo] nel 1927, e passava per il pensatore più
affascinante del momento. A Marburgo, già dal 1924, Heidegger aveva
avuto tra i suoi studenti alcuni ebrei che diventeranno assai
significativi nella storia della filosofia: Hannah Arendt in primis (di
cui si era sinceramente innamorato), Karl Löwith, Hans Jonas e Leo
Strauss. Negli ultimi giorni del convegno le due star ebbero un dialogo
pubblico che per alcuni incarnò un corpo a corpo tra due
Weltanschauungen, due visioni filosofiche in opposizione su tutto.
“Strano dialogo” commentò infatti il francese Pierre Auberque, allora
in veste di cronista; ed in effetti è difficile – almeno per noi e con
il senno di poi – non vedervi lo scontro, più che l’incontro, tra
l’ebreo-tedesco e il tedesco ariano. Ma si era nel ’29, non nel ’39, e
si trattava ancora e soltanto di un confronto filosofico, sebbene fosse
percepito come la rappresentazione di un’antitesi: la calma dialettica
di Cassirer versus la febbrile iconoclastìa di Heidegger, il
cosmopolitismo vs il localismo, il metodo critico vs la sentenza
apodittica, i valori dell’ethos vs la forza dell’ethnos, l’europeismo
vs il nazionalismo...
Massimo Giuliani, docente
al Diploma Studi Ebraici, UCEI
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società
Odio antiebraico
e gilet gialli
L’aggressione
dei Gilet Gialli contro il filosofo francese Alain Finkielkraut ci dice
che il più pericoloso antisemitismo è tornato nel cuore dell'Europa. A
descriverlo è quanto avvenuto in boulevard Montparnasse, a Parigi,
nella giornata di ieri. Un gruppo di Gilet Gialli ha riconosciuto il
filosofo, lo ha spinto in un angolo e mentre lui era spalle al muro uno
dei manifestanti gli si è avvicinato, gli ha puntato l'indice contro ed
ha iniziato a gridare «noi siamo il popolo, noi siamo il popolo». Altri
Gilet Gialli sono arrivati, Finkielkraut si è allontanato protetto da
alcuni passanti e dietro di lui i manifestanti gli hanno gridato:
«Torna a Tel Aviv», «Palestina, Palestina», «vi cacceremo». Più il
filosofo era lontano, più le grida dei Gilet Gialli crescevano, con i
singoli che si toglievano mascherine e passamontagna per meglio gridare
la propria rabbia. La sovrapposizione fra esaltazione del «popolo»,
insulti antisemiti, odio antisionista e promesse di espulsioni
rappresenta quanto di più simile e contemporaneo può esserci alla
dinamica con cui si innesca l'odio antiebraico nelle piazze,
identificando nella casuale vittima di turno il male assoluto, da
additare ed estirpare per il «bene delle masse».
Maurizio Molinari, La Stampa,
17 febbraio 2019
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società
La sicurezza
dell'«uomo forte»
Sulle
due sponde dell'Atlantico ci si interroga se l'ondata populista sia un
fenomeno transitorio, oppure una minaccia che provocherà la
trasformazione delle democrazie liberali d'Occidente in Paesi
illiberali. Il saggio di William A. Galston, Antipluralism.The Populist
Threat to Liberal Democracy, analizza la tendenza dei movimenti
populisti, nativisti e sovranisti d'oggi - da Trump agli europei Orbàn,
Marine Le Pen, Farage, Salvini e Grillo - a considerare il popolo come
un tutt'uno mentre la democrazia richiede il pluralismo e il
riconoscimento delle condizioni ottimali del vivere in comune tra
cittadini liberi ed eguali ma irriducibilmente diversi. La crisi
economica e istituzionale, le opposte visioni delle popolazioni urbane
e rurali, e le difficoltà a padroneggiare l'immigrazione hanno aperto
la strada alla reazione (backlash) populista che distrugge il
compromesso tra le élite politiche e i cittadini che dal dopoguerra ha
retto i Paesi democratici. . I populisti inventano complotti
immaginari, attaccano l'establishment come "nemico del popolo" in
combutta con potenze estere, e fanno credere di volere combattere
l'eccessivo potere politico, economico e culturale ricorrendo all'"uomo
forte".
Massimo Teodori, Il Sole 24 Ore Domenica, 17 febbraio 2019
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Pagine
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