Fantascienza e antisemitismo
Le storie sul futuro tendono a replicare
i pregiudizi del passato
Proponiamo
di seguito un testo pubblicato negli scorsi mesi sul Washington Post a
firma di Paul B. Sturtevant e tradotto da Beatrice Bandini, studentessa
della Scuola Superiore Interpreti e Traduttori dell’Università di
Trieste, tirocinante presso la redazione giornalistica dell’Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane.
Come molti altri gamer, la scorsa settimana ho giocato di nuovo a “No
Man’s Sky”. È un gioco di fantascienza estremamente popolare e
ambizioso, dove si esplora una vasta galassia, si scoprono nuovi
pianeti e nuove specie e si svelano i misteri dell’universo. Nel gioco
si incontrano tre specie aliene senzienti: gli scienziati Korvax, i
guerrieri Vy’keen e gli avidi Gek.
I Gek sono essenzialmente ebrei dello spazio.
Sono delle creature umanoidi basse, con il naso curvo e la voce
stridula, che a volte indossano cappelli e occhiali. E mentre i Korvax
sono dei robot razionali e i Vy’Keen dei fieri guerrieri, i Gek sono
dei capitalisti calcolatori.
Insomma, questi personaggi non sono altro che un ennesimo riciclaggio
di uno stereotipo antisemita trito e ritrito con una patina di
fantascienza. Sfortunatamente, questa pratica è abbastanza comune nella
narrativa fantastica: personaggi che celano ebrei stereotipati hanno a
lungo riempito le pagine dei generi fantasy e fantascientifico, dai
Goblin di J.K. Rowling, a Watto in “Star Wars”, ai Nani in “Lo Hobbit”.
Non sempre la creazione di personaggi che incarnano stereotipi
antisemiti esprime apertamente un pregiudizio. Questi personaggi
potrebbero piuttosto essere stati involontariamente sviluppati da
caricature basate su stereotipi diffusi. Nel corso dei secoli le
caricature sono state rimescolate e si sono radicate nella cultura
popolare a partire dalle fonti più diverse, come “Il mercante di
Venezia”, “Candido” e “Oliver Twist”. In sintesi, i creatori moderni
potrebbero aver riprodotto le caricature antisemite nonostante le loro
intenzioni, e non per loro volontà.
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MACHSHEVET
ISRAEL
Bertola e gli studi sul medioevo ebraico
Un
anno fa è uscito, a cura di Giacomo Petrarca e per i tipi della
Salomone Belforte di Livorno, una ricca antologia di studi sul pensiero
ebraico medievale di Ermenegildo Bertola (Vercelli 1909-2000): si
intitola L’eternità del mondo in Mosè Maimonide e altri scritti
(1949-1996), pp.412, e in appendice un breve trattato del XIII secolo,
in ebraico e italiano, sull’unità di Dio. Il volume ha una prefazione
di rav Giuseppe Laras. A giudicare dall’assenza di recensioni, sembra
che nessuno se ne sia accorto. È tempo di rimediare, per diversi
motivi. Il primo è un atto di doverosa memoria verso il Bertola. Chi
era costui? Un cattolico piemontese, che fu attivo nella resistenza
contro il nazi-fascismo (fu arrestato due volte e torturato dai
repubblichini). Dopo gli studi a Milano con i neo-tomisti Masnovo e
Olgiati, si era lasciato ammaliare dai filosofi ebrei medievali e per
imparare l’ebraico e accedere a quegli autori si era cercato un
maestro, trovandolo nel rabbino capo della sua città: il rav Ugo
Yehoshua Messiach (1890-1961). Parliamo degli anni Trenta: vennero
presto le leggi razziali, la guerra, quelli di Salò: il rav dovette
scappare e il giovane studioso entrò nella resistenza; dopo, Bertola fu
eletto alla Costituente e poi deputato, e più tardi divenne senatore DC
per quattro legislature. Ma non smise mai di studiare Maimonide, Yehuda
HaLevi, Gersonide, Ibn Paquda. Nel 1947 pubblicò con i Fratelli Bocca
il pionieristico volume La filosofia ebraica. Si ferma a Joseph Caro e
Avravanel, ma quello era il limite temporale della sua ricerca. Di
recente Lidia Calò me ne ha regalato una copia (prima e unica edizione)
e le sono grato.
Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI
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storia
Le omelie anti Hitler
e il silenzio di Pio XII
«Le
tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del
dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e
una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. II vescovo ha
scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio». Così
scriveva Pio XII il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von
Preysing, per lodare le furenti omelie del presule di Münster contro la
decimazione nazista dei disabili che passerà alla storia come l'«Aktion
T4». La decisione di papa Francesco di aprire agli storici gli archivi
segreti di Eugenio Pacelli riuscirà a fare luce sulle scelte
controverse di quel pontefice che, prima di essere eletto al Soglio di
San Pietro era stato Nunzio apostolico in Germania e come Segretario di
Stato aveva poi firmato il Reichskonkordat con il regime di Adolf
Hitler nel '33? Vedremo. Almeno la lettera a von Preysing, comunque, è
nota da anni.
Gian Antonio Stella, Corriere della Sera,
6 marzo 2019
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orizzonti
Brexit, la scelta che spetta all'Europa
«Farò
festa» esclama una voce tedesca alle mie spalle mentre sul palco un
diplomatico snocciola le solite banali e garbate parole di
rincrescimento sull'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. «Farò festa
quando sarà finita, dopo tanto». La settimana di colloqui con esponenti
politici, funzionari e opinionisti sul continente mi dice che è questo
in sintesi lo stato d'animo dominante tra i partner europei della Gran
Bretagna, frustrati e sempre più sprezzanti: «Portiamo in fondo
l'accordo di uscita negoziato e, una volta che la Gran Bretagna è fuori
dalla porta, potremo tornare a combattere le vere battaglie per
l'Europa, a cominciare dalle elezioni europee». Comprendo lo spirito e
il ragionamento alla base, ma questa posizione è profondamente miope.
Abbandona al loro destino quelli che in Gran Bretagna ancora lottano
per l'Europa e sottovaluta il ruolo che la Ue stessa avrà nel
determinare il futuro della Gran Bretagna.
Timothy Garton Ash, La Repubblica,
4 marzo 2019
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Shir
Shishi - una poesia per erev shabbat
Oche
Agi
(Aghi) Mish’ol è nata nel 1946 in Transilvania da genitori ungheresi
sopravvissuti alla Shoah ed è arrivata profuga in Israele nel 1951.
Poetessa “Green“, molto amata in Israele, oltre ad aver pubblicato
circa 20 libri, si dedica alla coltivazione di alberi da frutta e oche
nel moshav Kfar Mordechai. Leggere le sue poesie vuole dire calarsi in
un mondo femminile cosciente di sé, sensuale e avvolgente. Dan Miron
l’aveva definita poetessa completa e matura come le grandi madri della
lirica israeliana, Rachel e Lea Goldberg.
Epstein, il mio insegnante di matematica,
amava chiamarmi alla lavagna.
Diceva che la mia testa andava bene giusto per portare
un berretto.
Diceva che un uccello con un’intelligenza come la mia
sarebbe volato all’indietro.
Mi mandò a pascolare le oche.
Adesso, a distanza di anni da quella frase,
quando siedo sotto la palma
con le mie tre belle oche,
penso che forse allora aveva visto giusto,
il mio insegnante di matematica,
e aveva ragione lui,
perché non vi è nulla che mi renda più felice
del guardarle ora
avventarsi sul pane sbriciolato,
agitare la coda felice,
arrestarsi per un attimo in silenzio
sotto le gocce d’acqua
con cui le spruzzo
dalla canna,
drizzare il capo mentre il corpo
si tende come memore
di laghi lontani.
Il mio insegnante di matematica è morto da un pezzo ormai
e morti sono anche i suoi problemi che non mi riuscì mai
di risolvere.
Mi piacciono i berretti,
e sempre la sera
quando gli uccelli fanno ritorno tra le fronde dell’albero,
cerco quello che vola all’indietro.
(traduzione di Sarah Ferrari)
Sarah Kaminski, Università
di Torino
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