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7 marzo 2019 - adar I, 30 5779
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Fantascienza e antisemitismo

Le storie sul futuro tendono a replicare
i pregiudizi del passato

img headerProponiamo di seguito un testo pubblicato negli scorsi mesi sul Washington Post a firma di Paul B. Sturtevant e tradotto da Beatrice Bandini, studentessa della Scuola Superiore Interpreti e Traduttori dell’Università di Trieste, tirocinante presso la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

Come molti altri gamer, la scorsa settimana ho giocato di nuovo a “No Man’s Sky”. È un gioco di fantascienza estremamente popolare e ambizioso, dove si esplora una vasta galassia, si scoprono nuovi pianeti e nuove specie e si svelano i misteri dell’universo. Nel gioco si incontrano tre specie aliene senzienti: gli scienziati Korvax, i guerrieri Vy’keen e gli avidi Gek.
I Gek sono essenzialmente ebrei dello spazio.
Sono delle creature umanoidi basse, con il naso curvo e la voce stridula, che a volte indossano cappelli e occhiali. E mentre i Korvax sono dei robot razionali e i Vy’Keen dei fieri guerrieri, i Gek sono dei capitalisti calcolatori.
Insomma, questi personaggi non sono altro che un ennesimo riciclaggio di uno stereotipo antisemita trito e ritrito con una patina di fantascienza. Sfortunatamente, questa pratica è abbastanza comune nella narrativa fantastica: personaggi che celano ebrei stereotipati hanno a lungo riempito le pagine dei generi fantasy e fantascientifico, dai Goblin di J.K. Rowling, a Watto in “Star Wars”, ai Nani in “Lo Hobbit”.
Non sempre la creazione di personaggi che incarnano stereotipi antisemiti esprime apertamente un pregiudizio. Questi personaggi potrebbero piuttosto essere stati involontariamente sviluppati da caricature basate su stereotipi diffusi. Nel corso dei secoli le caricature sono state rimescolate e si sono radicate nella cultura popolare a partire dalle fonti più diverse, come “Il mercante di Venezia”, “Candido” e “Oliver Twist”. In sintesi, i creatori moderni potrebbero aver riprodotto le caricature antisemite nonostante le loro intenzioni, e non per loro volontà.


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MACHSHEVET ISRAEL

Bertola e gli studi sul medioevo ebraico 

img headerUn anno fa è uscito, a cura di Giacomo Petrarca e per i tipi della Salomone Belforte di Livorno, una ricca antologia di studi sul pensiero ebraico medievale di Ermenegildo Bertola (Vercelli 1909-2000): si intitola L’eternità del mondo in Mosè Maimonide e altri scritti (1949-1996), pp.412, e in appendice un breve trattato del XIII secolo, in ebraico e italiano, sull’unità di Dio. Il volume ha una prefazione di rav Giuseppe Laras. A giudicare dall’assenza di recensioni, sembra che nessuno se ne sia accorto. È tempo di rimediare, per diversi motivi. Il primo è un atto di doverosa memoria verso il Bertola. Chi era costui? Un cattolico piemontese, che fu attivo nella resistenza contro il nazi-fascismo (fu arrestato due volte e torturato dai repubblichini). Dopo gli studi a Milano con i neo-tomisti Masnovo e Olgiati, si era lasciato ammaliare dai filosofi ebrei medievali e per imparare l’ebraico e accedere a quegli autori si era cercato un maestro, trovandolo nel rabbino capo della sua città: il rav Ugo Yehoshua Messiach (1890-1961). Parliamo degli anni Trenta: vennero presto le leggi razziali, la guerra, quelli di Salò: il rav dovette scappare e il giovane studioso entrò nella resistenza; dopo, Bertola fu eletto alla Costituente e poi deputato, e più tardi divenne senatore DC per quattro legislature. Ma non smise mai di studiare Maimonide, Yehuda HaLevi, Gersonide, Ibn Paquda. Nel 1947 pubblicò con i Fratelli Bocca il pionieristico volume La filosofia ebraica. Si ferma a Joseph Caro e Avravanel, ma quello era il limite temporale della sua ricerca. Di recente Lidia Calò me ne ha regalato una copia (prima e unica edizione) e le sono grato.

Massimo Giuliani, docente al Diploma Studi Ebraici, UCEI 

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storia        

Le omelie anti Hitler
e il silenzio di Pio XII  

«Le tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. II vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio». Così scriveva Pio XII il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, per lodare le furenti omelie del presule di Münster contro la decimazione nazista dei disabili che passerà alla storia come l'«Aktion T4». La decisione di papa Francesco di aprire agli storici gli archivi segreti di Eugenio Pacelli riuscirà a fare luce sulle scelte controverse di quel pontefice che, prima di essere eletto al Soglio di San Pietro era stato Nunzio apostolico in Germania e come Segretario di Stato aveva poi firmato il Reichskonkordat con il regime di Adolf Hitler nel '33? Vedremo. Almeno la lettera a von Preysing, comunque, è nota da anni.


Gian Antonio Stella, Corriere della Sera,
6 marzo 2019  


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orizzonti 

Brexit, la scelta che spetta all'Europa

«Farò festa» esclama una voce tedesca alle mie spalle mentre sul palco un diplomatico snocciola le solite banali e garbate parole di rincrescimento sull'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. «Farò festa quando sarà finita, dopo tanto». La settimana di colloqui con esponenti politici, funzionari e opinionisti sul continente mi dice che è questo in sintesi lo stato d'animo dominante tra i partner europei della Gran Bretagna, frustrati e sempre più sprezzanti: «Portiamo in fondo l'accordo di uscita negoziato e, una volta che la Gran Bretagna è fuori dalla porta, potremo tornare a combattere le vere battaglie per l'Europa, a cominciare dalle elezioni europee». Comprendo lo spirito e il ragionamento alla base, ma questa posizione è profondamente miope. Abbandona al loro destino quelli che in Gran Bretagna ancora lottano per l'Europa e sottovaluta il ruolo che la Ue stessa avrà nel determinare il futuro della Gran Bretagna.

Timothy Garton Ash, La Repubblica,
4 marzo 2019 


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Shir Shishi - una poesia per erev shabbat

Oche

img headerAgi (Aghi) Mish’ol è nata nel 1946 in Transilvania da genitori ungheresi sopravvissuti alla Shoah ed è arrivata profuga in Israele nel 1951. Poetessa “Green“, molto amata in Israele, oltre ad aver pubblicato circa 20 libri, si dedica alla coltivazione di alberi da frutta e oche nel moshav Kfar Mordechai. Leggere le sue poesie vuole dire calarsi in un mondo femminile cosciente di sé, sensuale e avvolgente. Dan Miron l’aveva definita poetessa completa e matura come le grandi madri della lirica israeliana, Rachel e Lea Goldberg.


Epstein, il mio insegnante di matematica,
amava chiamarmi alla lavagna.
Diceva che la mia testa andava bene giusto per portare
un berretto.
Diceva che un uccello con un’intelligenza come la mia
sarebbe volato all’indietro.
Mi mandò a pascolare le oche.
 
Adesso, a distanza di anni da quella frase,
quando siedo sotto la palma
con le mie tre belle oche,
penso che forse allora aveva visto giusto,
il mio insegnante di matematica,
e aveva ragione lui,
 
perché non vi è nulla che mi renda più felice
del guardarle ora
avventarsi sul pane sbriciolato,
agitare la coda felice,
arrestarsi per un attimo in silenzio
sotto le gocce d’acqua
con cui le spruzzo
dalla canna,
drizzare il capo mentre il corpo
si tende come memore
di laghi lontani.
 
Il mio insegnante di matematica è morto da un pezzo ormai
e morti sono anche i suoi problemi che non mi riuscì mai
di risolvere.
Mi piacciono i berretti,
e sempre la sera
quando gli uccelli fanno ritorno tra le fronde dell’albero,
cerco quello che vola all’indietro.

(traduzione di Sarah Ferrari)

Sarah Kaminski, Università di Torino 

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