IL DEMOGRAFO SERGIO DELLA PERGOLA E LA NUOVA ANALISI DEL JPR
"Gli ebrei d'Europa hanno tante identità,
la sfida è trovare un linguaggio comune"
Principali aspetti essenziali per l'identità ebraica personale, 2018 (% "molto importante")
fonte studio Jpr - The Jewish identities of European Jews
Uscire dalla semplicistica dicotomia pessimismo-ottimismo quando si fa riferimento al futuro dell'ebraismo europeo. E tenere a mente che per poter riflettere su questo domani è necessario riconoscere che non vi è un'unica identità ebraica, ma diverse. A sottolinearlo il demografo Sergio Della Pergola, analizzando con Pagine Ebraiche i risultati dell'indagine “The Jewish identities of European Jews - What, why and how”, sviluppata dall'Institute for Jewish Policy Research. Il report, frutto del lavoro congiunto di Della Pergola con il collega Daniel Staetsky, prende in esame le risposte legate al sondaggio del 2018 dell'Agenzia dell'Unione europea per i diritti fondamentali condotto da JPR e Ipsos. A prendervi parte erano stati oltre 16mila ebrei di dodici paesi europei.
“Abbiamo ripreso quei dati, legati all'antisemitismo, per svolgere un'indagine sull'ebraismo europeo, costruendo un profilo senza precedenti: di solito l'approccio sull'identità ebraica è molto lineare, si va dalla definizione di molto forte a molto debole. Un modo unidimensionale di percepire una questione così complessa, che poi porta a un'interpretazione divisa tra ottimismo e pessimismo. - spiega Della Pergola - Ci si riduce a questa dialettica che domina il discorso comunitario ebraico, che però non ha senso”. In particolare, spiega il demografo, perché “l'identità ebraica non è lineare, ma multidimensionale. È composta da diverse facce, che possono muoversi in direzioni differenti e quindi possono emergere contraddizioni e allo stesso tempo una coerenza di fondo”.
Tre le direttive seguite secondo le domande che fanno da titolo all'indagine: Cosa, Perché e Come. “Il primo fa riferimento alla domanda che cosa è per te l'ebraismo, una religione, una nazionalità, una tradizione famigliare. Poi c'è il perché, ovvero quali sono i temi che ti legano all'ebraismo e quindi Shoah, antisemitismo, Dio, la Comunità, Israele. Infine il come, cioè come ti rappresenti, come vivi la tua identità ebraica. Questi tre elementi (Cosa, Perché e Come) sono sia da leggere singolarmente, sia secondo in modo intrecciato. Ad esempio – aggiunge Della Pergola – prendiamo queste risposte: l'ebraismo è una religione, io credo in Dio e io sono ortodosso. In teoria ci dicono la stessa cosa, in realtà no”. In particolare, dall'indagine emerge che gli ebrei europei sono molto più propensi a identificarsi come una minoranza religiosa piuttosto che etnica (in ordine, tra chi ha indicato un'unica risposta, la religione è stata la prima scelta 35 per cento, poi parentela 26, cultura 11, retaggio 10, 9 etnia). Dall'altro lato la maggior parte degli intervistati ha dichiarato di non frequentare regolarmente la sinagoga, di non mangiare cibo casher e di non osservare lo Shabbat. Per cui non necessariamente considerare l'ebraismo una religione va di pari passo con l'osservanza dei precetti religiosi. Ci sono peraltro delle differenze a seconda delle nazioni, ovviamente. Gli intervistati di Regno Unito, Belgio (che al suo interno ha la percentuale più alta, rispetto agli altri paesi, di ebrei che si definiscono haredi), Italia e Spagna sono più propensi a descriversi come ebrei per religione, meno coloro che vivono nell'Est o nel Nord Europa.
Rispetto all'autoidentificazione in una specifica denominazione, il 5 per cento ha dichiarato di essere haredi, l'8 ortodosso, il 24 tradizionale, il 15 reform/progessista. Il 38 - quindi il numero di gran lunga più consistente - si considera “Just jewish”, solo ebreo, e dunque non legato a nessuna specifica denominazione. Poi ci sono due ulteriori minoranze: chi non si identifica in nessuna delle risposte (6 per cento) e chi ha posto la crocetta su mixed (misto, 5 per cento). Tra le tendenze osservate, rileva Della Pergola, una salta agli occhi rispetto alla questione anagrafica (quattro i gruppi presi in considerazione 70+, 50–69, 30–49, 16–29). “Emerge fra i più giovani un forte rafforzamento dei due gruppi più religiosi, ortodossi e haredim. E invece diminuiscono quelli che si definiscono 'just jewish' e tradizionalista. C'è quindi un aumento dell'ortodossia, dell'interesse per la religione e della fede in Dio. Questo è un dato che io non non mi aspettavo. E andrebbe visto poi se corrisponde anche a un fenomeno di società”.
Fin qui dunque si è parlato di differenze che si intrecciano. Però ci sono due elementi che fanno da denominatore comune tra i diversi gruppi. “La Memoria della Shoah e la paura dell'antisemitismo, che risuonano con forza tra tutte le realtà”. Secondo lo studio, infatti, il ricordo della Shoah (78 per cento) e la lotta contro l'antisemitismo (73 per cento) sono i temi indicati come particolarmente importanti per l'identità ebraico-europea. Sostenere Israele e celebrare le feste ebraiche è molto importante per circa il 50 per cento. Circa un terzo ha detto che la fede in Dio è molto importante.
C'è molto chiara, spiega Della Pergola, una percezione che ci sono due sfide comuni a tutti: la conservazione della Memoria e la lotta all'antisemitismo. “Questo dovrebbe portare una riflessione sull'importanza della armonia interna. - rileva Della Pergola - Questo è il messaggio finale che cerchiamo di dare: superiamo le divisioni, seppur ovviamente legittime perché rappresentano le diversità di idee. Però la condizione ebraica è tale che gli ebrei tutti sono poi esposti di fronte a un mondo non ebraico che non discrimina tra denominazioni. Se si capisce questo si potrebbe allora forse trovare una lingua comune, più amichevole, cosa che a volte purtroppo manca”. Il demografo poi richiama una metafora letteraria. “Seppur con difficoltà degli amici inglesi, ho fatto riferimento nell'indagine alla metafora di Shylock: in fondo abbiamo tutti il sangue dello stesso colore, se ci feriamo sanguiniamo tutti allo stesso modo. Shylock lo diceva dell'ebreo di fronte al non ebreo. In questo caso io lo uso per l'ateo come per il haredi”. L'invito è a comprendere che “ci sono delle grosse tendenze storico politiche di fronte alle quali siamo identificati come insieme e ci conviene anche quindi affrontarle insieme”.
Si apre con un servizio sull’opera lirica ispirata a “Il giardino dei Finzi Contini” la puntata di Sorgente di Vita in onda su Rai Due martedì 15 febbraio (e non come di consueto di domenica, a causa della concomitante programmazione delle Olimpiadi invernali di Pechino).
Andata in scena al National Yiddish Theatre di New York, che la ha co-prodotta insieme alla New York City Opera, l’opera, musicata dal compositore Ricky Ian Gordon su libretto in inglese scritto da Michael Korie, è la trasposizione del più celebre romanzo di Giorgio Bassani, che racconta le vicende di una famiglia ebraica ferrarese durante gli anni delle leggi antiebraiche e delle persecuzioni.
Il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara è alla ricerca di due profili professionali nell'ambito della didattica museale. Sul sito del Meis sono stati infatti rispettivamente pubblicati un bando per la borsa di ricerca per attività di analisi e progettazione della didattica museale e un avviso di selezione per l'assunzione a tempo determinato e tempo pieno di un coordinatore dei servizi educativi.
A proposito della circolare del Ministero dell’istruzione che impropriamente paragona gli italiani infoibati agli ebrei vittime dello sterminio nazista si è già scritto. Incidente istituzionale chiuso, anche se il paragone viene ogni anno riproposto in diverse forme, soprattutto dalle amministrazioni locali. Colpisce in questa occasione la difficoltà del mondo della comunicazione ad assegnare alle parole e ai concetti storici il loro contesto corretto. L’informazione è fatta di parole, e il loro uso ha delle conseguenze culturali profonde.
Nella parashà che leggeremo questo Shabbat, troviamo descritti in modo assai minuzioso gli abiti sacerdotali del Cohen gadol e degli altri cohanim.
Nell’abbigliamento del cohen gadol c’era l’efod e il “choshen ha mishpat – il pettorale della giustizia” che erano l’uno, una sorta di pettorale con bretelle e l’altra, una specie di tavola contenente dodici pietre preziose con su scritto il nome di ognuna delle Tribù.
Non è facile per noi insegnanti decidere come comportarci di fronte alle proteste studentesche, a maggior ragione quando gli studenti occupano la scuola (o, come nel mio caso, una sua parte): molti docenti hanno un atteggiamento di rigido rifiuto, danno per scontato che sia tutto solo un pretesto per saltare le lezioni (anche quando tra i ragazzi che protestano ci sono i più bravi della classe) e insistono sul fatto che l’occupazione è illegale.
Un post di un’associazione scout laica triestina ricordava in questi giorni il “magazzino 18” del vecchio porto di Trieste dove furono ammassati centinaia di oggetti degli esuli dell’Istria e della Dalmazia, come sedie, mobili, valigie e giocattoli. “Umanità che ha abbandonato la propria casa perché costretta dall’intolleranza e dalla violenza di chi riteneva di avere il diritto di decidere della loro vita”. Più avanti nello stesso testo viene ricordato come tutt’oggi situazioni analoghe ritornano davanti ai nostri occhi, spesso accolte con la medesima indifferenza.