LA PROTESTA DI WASHINGTON E GERUSALEMME
"Avvelenata da pregiudizi contro Israele,
l'Onu sciolga la commissione d'inchiesta”"

Nessun paese subisce tante risoluzioni di condanna in sede Onu quanto Israele. È un fatto denunciato ormai da tempo da Gerusalemme - e non solo -, dimostrazione di come alle Nazioni Unite vi sia un pregiudizio anti-israeliano difficile da sradicare. Un pregiudizio che è ritornato di attualità dopo che sono emerse le affermazioni di Miloon Kothari, uno dei tre membri di una Commissione d'inchiesta Onu che vorrebbe indagare su presunti crimini commessi in Israele e nei Territori palestinesi. Kothari, in un'intervista, ha sostenuto che ci sarebbe un tentativo di screditare la Commissione attraverso i social media. E ad essere coinvolta in questo tentativo, la delirante accusa, sarebbe “la lobby ebraica”. Kothari ha anche messo in dubbio che Israele meriti di far parte delle Nazioni Unite. Tra le repliche più dure a queste affermazioni, oltre a quelle del governo di Gerusalemme che ha chiesto le dimissioni del rappresentante Onu, anche quelle americane. “È scandaloso che un esperto di diritti umani su Israele, Cisgiordania e Gaza, nominato dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, abbia ripetuto tropi antisemiti e messo in dubbio la legittimità di Israele come membro dell'ONU”, le parole della storica Deborah Lipstadt, inviata speciale del Dipartimento di Stato Usa contro l'antisemitismo. “Queste osservazioni inaccettabili purtroppo esacerbano le nostre profonde preoccupazioni circa la natura aperta e l'ambito troppo ampio della Commissione d'inchiesta e il trattamento sproporzionato e parziale di Israele da parte del Consiglio per i diritti umani”, ha aggiunto l'ambasciatrice Usa Michèle Taylor.
Nelle scorse ore poi il Primo Ministro Yair Lapid ha pubblicato la lettera inviata al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres in cui ha esplicitamente chiesto di sciogliere la Commissione d'inchiesta. Quest'ultima, evidenzia Lapid, “è stata fondamentalmente contaminata dai pregiudizi pubblicamente espressi dalla sua leadership, che non soddisfa gli standard fondamentali di neutralità, indipendenza e imparzialità richiesti dalle Nazioni Unite".
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LE MEMORIE DI KUSHNER, GENERO DELL'EX PRESIDENTE, E IL DIBATTITO NEGLI USA
Il Medio Oriente dell'era Trump

Uno dei pochi punti di contatto tra l'amministrazione Biden e quella guidata dal predecessore Trump è rappresentata dalla gestione dei legami con il Medio Oriente. Trump ha avuto un ruolo centrale per portare a casa la normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni paesi arabi. Un obiettivo raggiunto attraverso gli Accordi di Abramo, considerati oggi da Biden un elemento non solo positivo, ma da sviluppare rispetto alle politiche Usa nella regione. Tra i protagonisti di quella che di fatto è diventata una nuova stagione per il Medio Oriente c'era il genero di Trump, Jared Kushner. A lui, assieme ad altri consiglieri, l'ex presidente Usa aveva affidato il tentativo di scardinare le vecchie politiche e aprire a un percorso nuovo che unisse Gerusalemme ai paesi del Golfo. Un'operazione di cui lo stesso Kushner racconta ora i dettagli nel suo libro Breaking History: A White House Memoir. Il volume, che sarà pubblicato il 23 agosto, è già al centro delle discussioni negli Stati Uniti grazie a diverse anticipazioni. Si parla molto dei suoi controversi rapporti con il principe saudita Mohammed Bin Salman, ma anche di alcune conversazioni con altri rappresentanti del Golfo. Ad esempio si racconta di un incontro nel 2019 in Oman con il sultano Qaboos bin Said. Kushner, riporta il Forward, scrive di essere rimasto shoccato da quella conversazione perché il sultano - scomparso l'anno successivo - gli disse chiaramente che “per anni, i leader arabi hanno deliberatamente alimentato il conflitto tra Israele e i palestinesi per sviare l'attenzione dalle proprie carenze interne e raccogliere il sostegno popolare".
Qaboos aveva detto che in privato i leader arabi “erano molto più disposti ad ammettere i benefici che Israele portava alla regione”. E nel libro si riporta che il sultano si sarebbe spinto - considerando la sua posizione - a dare “un po' di colpa ad Abbas per la sua incapacità di trovare soluzioni e per il suo ruolo nel perpetuare il conflitto”, aggiungendo però che “il suo cuore è nel posto giusto”.
Rispetto poi agli equilibri mediorientali, Kushner afferma di essere rimasto sorpreso dalla spiegazione del sultano Qaboos secondo cui “l'elemento più cruciale della pace arabo-israeliana è l'accesso alla Moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio”, aggiungendo di provare “disappunto per il fatto che per anni i media arabi hanno diffuso una falsa narrativa secondo cui Israele voleva distruggere la moschea”. Kushner sostiene quindi di aver voluto rendere questo tema il cuore della sua attività diplomatica, rimuovendolo dal tavolo del conflitto tra israeliani e palestinesi per porlo invece su quello della normalizzazione dei rapporti con i paesi arabi.
A proposito di nuove strategie, nel libro si parla anche della decisione Usa di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Dalle anticipazioni del Forward emerge come Kushner racconti la frustrazione e la rabbia di Trump per la reazione “meno entusiasta del previsto” che avrebbe avuto l'allora Premier israeliano Benjamin Netanyahu davanti alla proposta del trasferimento. Secondo il genero del Presidente Usa, Netanyahu in una telefonata del 2017 con la Casa Bianca avrebbe solamente detto “se decidi di farlo, ti sosterrò”.
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La mano di Alika

Una sola domanda: credete che se fosse stata bianca invece che nera la mano di Alika Ogorchukvu, che ha toccato il braccio della fidanzata del suo assassino per chiederle l'elemosina, l'esito sarebbe stato uguale?
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Oltremare - Cotone

È iniziato agosto, e quindi sta fiorendo il cotone. Tutto intorno al moshav, ma anche accanto all'entrata di casa nostra, le piante verde chiaro fanno fiori avviluppati che prima sono gialli e poi diventano rosa e persino fucsia, e poi formano una specie di seme enorme contornato da foglie dall'apparenza abbastanza combattiva, come piante carnivore, e infine si aprono e mostrano tutto il bianco del cotone. La cosa buffa è che in ciascuna pianta tutte queste fasi possono essere contemporanee. Come se la pianta avesse fretta: mettere le foglie in fretta e poi via, di corsa, verso il frutto, confondendo tutti gli stadi intermedi o facendoli uscire dalla normale consequenzialità delle cose in natura. Una pianta senza tempo, o con tutto il tempo mischiato dentro. Una cosa israelianissima, quindi
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