Se non leggi correttamente questo messaggio, clicca qui    6 Novembre 2022 - 12 Cheshvan 5783

La controffensiva ucraina

La controffensiva ucraina continua a guadagnare terreno e in modo significativo, come raccontano le aperture dei principali quotidiani di oggi. E lo conferma anche la Russia, che ieri ha riconosciuto di aver perso quasi tutta la regione settentrionale di Kharkiv. “Mosca sbalordita ammette di aver perso la maggior parte di una provincia chiave”, il titolo di apertura anche del New York Times.
“La sorprendente ritirata da Kharkiv non è ancora una vittoria ucraina (un quinto del Paese resta in mano a Putin), – spiega il Corriere – ma Kiev sta dimostrando di saper vincere anche in campo aperto, non solo con manovre d’astuzia. Ed era dalla Seconda guerra mondiale che non si vedeva una disfatta così rapida d’interi reparti russi”. In questo quadro, aggiunge il quotidiano, Putin sembra essere sempre più isolato, con critiche mosse dall’interno alla strategia militare russa e le sanzioni che si fanno sentire. Secondo il direttore della Cia Bill Burns Putin “pagherà un prezzo molto alto per questo fallimento, non solo è stata smascherata la debolezza dell’esercito: ci saranno danni economici per generazioni”.

Elezioni in Svezia. In attesa delle elezioni italiane, c’è chi in Europa è già andato al voto: la Svezia, dove al momento, per un pugno di voti, è in vantaggio il centrodestra sul centrosinistra. Mancano ancora i voti postali e quelli dall’estero per cui tutto è ancora da definire. I quotidiani però si soffermano su un dato chiaro: il successo dell’estrema destra guidata da Jimmie Akesson, che ha raccolto circa il 20 per cento dei voti. La sua ascesa, scrive il Corriere, è segno di un malessere diffuso. A dispetto del nome, Democratici Svedesi, il partito di Akesson è nato nel 1988 dal gruppo neonazista Bevara Sverige Svenskt. Dopo essere rimasto ai margini per decenni, nel 2010 ha cominciato a “guadagnare terreno con slogan di sapore trumpiano come “la Svezia tornerà ad essere bella” – scrive il Corriere – e una campagna fondata sulla correlazione tra criminalità, migranti e sicurezza che ha fatto particolarmente presa in un paese attraversato da guerre mortali tra baby gang”. Secondo la scrittrice Elisabeth Asbrink, intervistata da La Stampa, la Svezia si aggrappa a un’immagine di paese del welfare perfetto che però era vero “30 anni fa e il risultato oggi sono le forze antidemocratiche”.

Riforme elettorali. Si continua a parlare sui quotidiani e non di possibili riforme del sistema elettorale italiano. Meloni propone come è noto il presidenzialismo in stile Usa. C’è anche chi ha rilanciato l’idea che ad essere votato direttamente sia il Presidente del Consiglio, ma, evidenzia il Corriere, è una strada da evitare: “È il sistema sperimentato nel 1992 da Israele, per arginare la frammentazione del voto. Fu un fiasco solenne, giacché moltiplicò i piccoli partiti; tanto che dopo tre legislature venne messo al macero. Evitiamo di macerarci a nostra volta”.

Sfide elettorali. Repubblica torna sul confronto nel collegio uninominale di Sesto San Giovanni che vede sfidarsi Emanuele Fiano del Pd e Isabella Rauti di Fratelli d’Italia. “Il figlio del deportato e la figlia del fascista, la sfida accende l’ex Stalingrado d’Italia”, titola il quotidiano.

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Da Pilpul a Opinioni a confronto, attraverso il Talmud

La rubrica Pilpul è stata oggetto di una breve sospensione: molti lettori ci hanno contattato in questi giorni esprimendo la preoccupazione per la chiusura di questa rubrica, che per la verità nessuno all’interno della giunta dell’UCEI ha mai paventato.
In questa fase di transizione è doveroso ringraziare i nostri attuali collaboratori esterni, che da anni si prodigano settimanalmente per arricchire queste pagine, e coloro che in passato hanno scritto su Pagine Ebraiche, con la speranza che tornino presto a scrivere e ad esprimere qui il proprio pensiero.
Ad un anno dall’insediamento del nuovo Consiglio UCEI e dall’incarico conferito al sottoscritto per la comunicazione, sono lieto quindi di presentare oggi ai lettori la nuova rubrica denominata “Opinioni a confronto” che sostituisce Pilpul: con essa intendiamo ancor di più favorire un ampio ed equilibrato confronto sui diversi temi di maggior interesse per l’ebraismo italiano. 
Nell’ambito di una generale riorganizzazione della comunicazione dell’UCEI, abbiamo voluto partire proprio da una revisione della rubrica delle opinioni, desiderosi di migliorarla e consapevoli che in passato essa è stata talvolta fonte di polemiche ma ben più spesso occasione per interessanti spunti di studio, analisi ed approfondimenti.
Il pensiero volge naturalmente alla preziosa esperienza del Talmud, che per noi non è solo ed anzitutto una primaria fonte giuridico-religiosa, ma è anche un’autentica enciclopedia nella quale convergono idee e pensieri anche opposti, espressi da eminenti Maestri o semplici allievi, e dove talvolta il metodo di studio sembra ancor più importante dell’argomento trattato: anche nel momento in cui viene applicato il principio di maggioranza e fissata una regola, comunque resta traccia e viene studiata l’opinione di minoranza. 
L’antico metodo di studio del Talmud ci ricorda l’importanza del rispetto delle opinioni altrui, l’apprezzamento per la critica, il dubbio sistematico: in attesa quindi di poter riorganizzare  anche altri settori della comunicazione UCEI, invitiamo tutti a collaborare con la nuova rubrica “Opinioni a confronto”, inviando contributi originali e commenti a comunicazione@ucei.it, per farla crescere nel solco della tradizione ebraica italiana, pluralista e rispettosa.

Davide Jona Falco, assessore UCEI alla comunicazione

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La rubrica “Opinioni a confronto” raccoglie interventi di singoli autori ed è pubblicata a cura della redazione, sulla base delle linee guida indicate dall’editore e nell’ambito delle competenze della direzione giornalistica e della direzione editoriale. I commenti che appaiono in questa rubrica non possono in alcun modo essere intesi come una presa di posizione ufficiale dell’ebraismo italiano o dei suoi organi di rappresentanza, ma solo come la autonoma espressione del pensiero di chi li firma.

Ragionare sul voto   

A poche settimane dalle elezioni possiamo tentare di interpretare il voto degli ebrei italiani.
Nella Prima Repubblica era facile, la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale erano esclusi dal voto ebraico. La prima per una contraddizione in termini, il secondo perché la memoria del fascismo era ancora viva.
Il voto era più ideologico e si concentrava nell’altra metà del cielo: Pci, Pli, Pri e il Partito Socialista con le sue derivazioni, Psdi, Psiup negli anni accorpati e scissi più volte.
L’astensionismo era residuale, perché tutti volevano esercitare un diritto civile faticosamente raggiunto, in particolare modo la popolazione ebraica.
Al contrario, alle elezioni del 25 settembre 2022 il partito dell’astensionismo ha vinto con il 34,1 per cento, risultato superiore ad un terzo degli aventi diritto. Ora, l'assunto di base è: considerare il comportamento di voto degli ebrei uguale a quello di tutti gli italiani.
Partendo dall’astensionismo, l’unico dato su cui tutti concordano, dobbiamo correggerlo con l’algoritmo virtuale che abbiamo costruito con sei variabili per avere le varianze sul dato medio nazionale, commentato voce per voce:
Età: l’età media degli ebrei italiani è più alta rispetto alla media nazionale
Titolo di studio: esiste una maggior concentrazione di laureati e diplomati
Reddito: non è un dato discriminante perché la povertà ha colpito tutti indiscriminatamente.
Area geografica: la presenza è concentrata al nord e al centro Italia con una propaggine a Napoli e con l’esclusione delle isole, presenza azzerata cinque secoli fa dall’Inquisizione spagnola.
Area agricola/urbana la concentrazione degli ebrei è nei grandi centri, trend iniziato nell’Ottocento, quando si sono svuotati i paesi di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Toscana per concentrarsi prima nei capoluoghi di provincia e poi di regione ed infine polarizzarsi a Roma e Milano.
ZTL: i ghetti erano al centro delle città e da lì non si sono allontanati molto, se adesso chiamiamo queste aree ztl è solo una convenzione.
Per sostenere il nostro ragionamento utilizziamo i dati relativi ad Israele degli italiani iscritti all’A.I.R.E che hanno votato per la Camera dei Deputati, dove su 1538 votanti il 34 per cento è andato al centro destra che per il voto all’estero si sono presentati insieme, il 28 al Pd, il 19 ad Azione - Italia Viva, il 18 ai 5 Stelle.
Comparati con i dati nazionali definitivi il centro destra ha avuto un 10 per cento in meno (43,79 verso il 34), il Pd il 9 in più (28 verso il 19), il terzo polo ha guadagnato più di tutti, 11,21 per cento in più (19 verso il 7,79) e i 5 Stelle il 2,67 in più (il 18 verso il 15,33).
I dati del totale Italia, oggetto di questa comparazione, vanno modificati, tenendo conto che la popolazione ebraica è concentrata nel nord a Trieste, Venezia, Padova, Verona, Mantova, Milano, Torino e Genova.
L’esclusione delle altre province del nord ha come conseguenza che cala la percentuale della Lega e cresce il terzo polo e il Pd.
Passando al centro-sud, la concentrazione della presenza su Modena, Bologna, Ancona, Firenze, Livorno, Roma e Napoli, tutte città a maggioranza P, con un forte bacino di elettori del terzo polo si confermano i dati del nord.
Traendo delle conclusioni in modo empirico, applicando il nostro algoritmo virtuale basato sui dati socio-demografici e avendo come base i dati dei cittadini A.I.R.E. In Israele, possiamo stimare un 30 per cento al Pd, un 20 al terzo polo un 10 a Forza Italia per il tradizionale appoggio a Israele fin dai tempi della sua fondazione senza se e senza ma.
La Lega assieme a +Europa e agli altri partiti che non hanno raggiunto il quorum assomma a circa il 10; resta un mistero come si divide il 30 per cento residuo tra FdI e i 5 Stelle, i quali, con l’esclusione del sud, dal nostro algoritmo dovevano scendere a One digit in palese contraddizione con il 18 per cento degli italiani in Israele.
Resta comunque un dato matematicamente certo che Fratelli d’Italia ha ottenuto un risultato a due cifre anche nel nostro campione.
È d’obbligo un'ultima riflessione sull’attentato palestinese alla sinagoga di Roma di 40 anni fa, considerata dal commando un obiettivo israeliano. Al contrario, gli ebrei non solo italiani ma in primis romani, veneziani, torinesi e anconetani dove vivono da secoli, ne parlano i dialetti e hanno creato nuove lingue come il giudaico-romanesco ancora vivo o il giudaico-veneziano quasi scomparso. Come dimostra il loro voto, più legato al territorio di provenienza che all’ideologia. (20/10/2022)

Vittorio Ravà

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Il fariseo e il pubblicano  

In tutte le chiese cattoliche in ottobre si legge la parabola del fariseo e del pubblicano: entrambi sono in preghiera nel Tempio, ma la preghiera del primo è rifiutata, quella del secondo accolta (Lc 18,9-14). Il fariseo è un uomo giusto, o che cerca di fare tutto il possibile per esserlo, il pubblicano è un peccatore e un collaborazionista dei Romani. Cosa voleva insegnare Yeshua/Gesù con questo mashal? Che è meglio essere peccatori che giusti? Evidentemente no. E quale insegnamento devono trarne gli ascoltatori di oggi, che i cristiani che non sono tenuti ad osservare la Legge sono migliori degli ebrei che invece si sforzano di osservarla? Altrettanto evidentemente no. Eppure, se nei commenti la parabola non viene adeguatamente contestualizzata, paradossalmente l’effetto rischia di essere proprio questo, anche al di là delle intenzioni.
“Il fariseo adora il proprio io”, “quello che il fariseo adora non sono altro che le norme della legge” “si rivolge alla caricatura di Dio, alla sua maschera deforme” abbiamo letto i1 20/10 su Avvenire in un articolo di Padre Ermes Ronchi. Padre Antonio Spadaro vede il fariseo che prega tra sé nei panni della regina Grimilde che si rivolge allo specchio delle sue brame, e parla di arroganza, presunzione, delirio, autocelebrazione (il Fatto Quotidiano di oggi). Di diverso tenore l’articolo di Ester Abbattista, biblista, su Il Regno del 19/10.
Yeshua/Gesù era un ebreo che osservava la Torah e le mitzwot e insegnava ai suoi discepoli, che pure le osservavano, a non inorgoglirsi e a non disprezzare chi non le osservava, perché chi ritiene di essere giusto è paradossalmente un peccatore, chi riconosce di essere peccatore viene perdonato, chi si innalza sarà umiliato e chi si umilia sarà innalzato. Poiché questo mashal raccontato da un ebreo ad altri ebrei da secoli e secoli non viene letto dagli ebrei ma viene letto dai cristiani, occorre da parte dei commentatori uno sforzo ulteriore di attenzione per non continuare ad alimentare quegli stereotipi che tanti danni hanno causato. Ad esempio già scrivere “Il fariseo della parabola” consentirebbe di evitare di vedere nel fariseo in generale l’archetipo negativo di una falsa religiosità. (23/10/2022)

Marco Cassuto Morselli

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Oltremare - Fuori porta   

La gita. Che sia al mare o verso nord o invece al sud non importa, l'importante è che come da tradizione sia fuori porta. La gita, nel giorno delle elezioni, è ormai tutto quello che ci interessa, diciamolo apertamente. Nessuno che io conosca, anche persone che non so minimamente dove si posizionino politicamente parlando, e comunque nessuno che abbia vissuto in Israele negli ultimi anni, si aspetta qualcosa di nuovo o di diverso dai risultati di queste ennesime elezioni. Ci sono le opinioni di ciascuno, ovvio; ci sono partiti tra cui scegliere, ci sono interventi di tutti i leader e dialoghi più o meno edificanti fra di loro sui media, ma l'unica cosa che si sente dappertutto è un senso di stallo, una palude politica fatta di blocchi contrapposti più o meno dello stesso peso numerico in mandati, lunga alcuni anni e dalla quale non c'è verso di uscire. Scontri di ego che hanno pochissimo a che fare con il bene del paese e dei suoi cittadini. E poca voglia di affrontare i problemi veri, che ci tiriamo dietro da decenni.
E quindi, ne usciamo almeno fisicamente, almeno per un giorno e andiamo a vedere un pezzetto di questo paese che è piccolo ma densissimo (in tutti i sensi). Tanto più  che il martedì delle elezioni è qui giorno di vacanza obbligata. Non resta che controllare il meteo incessantemente da oggi per una settimana, identificare con famiglia e amici un piano A in caso di sole e un piano B in caso di pioggia, preparare nel caso del piano A zaino e scarpe buone, e mandare a tutti il punto di partenza, itinerario, luoghi di ristoro sul percorso, e prepararsi a partire.
Così poi, al ritorno, stanchi e impolverati, non ci verrà neanche voglia di agitarci troppo davanti ai sondaggi (inutili), exit poll (fuorvianti) e infine risultati (deludenti statisticamente per almeno la metà dei votanti). Con una bella gita alle spalle, anche davanti alla probabile prosecuzione dello stallo politico attuale potremo almeno consolarci di aver visto un posto nuovo, di aver mangiato bene e insomma di non aver sprecato un raro giorno di vacanza pura. 
Il giorno delle elezioni, ha questo, se non altro, di unico: non è un sabato o un giorno di moed, e nemmeno una vigilia di festa religiosa, con tutte le fatiche organizzative e culinarie che queste portano: è un giorno tutto intero in cui poter fare quello che ci pare. A votare ci si mette proprio poco, fra identificazione e scelta del foglietto da mettere nella busta bianca e poi nella scatola azzurra. Una volta fatto, avremo la giornata in regalo, tutta per noi. Di questo possiamo dire grazie ai nostri politici, anche se stanno cominciando a esagerare un po' con la frequenza di questi regali. (23 ottobre 2022)

Daniela Fubini

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La storia e i social  

Guida semiseria per aspiranti storici social (Bollati Boringhieri) è un libro di Francesco Filippi molto utile. I fatti della storia, quelli contemporanei, ma anche quelli dell’antichità del medio evo, di casa nostra o di mondi molto lontani, sono uno degli argomenti che più popolano le pagine, le bacheche e le arene dei social (Facebook, Tik Tok, Instagram Twitter), spesso con scarsa competenza, molta certezza di sé, nessuna pazienza. Un confronto da cui si impara poco perché l’obiettivo è distruggere l’interlocutore.
Si possono dare delle regole perché il territorio dei social divenga un’area dove al posto dell’insulto o della sanzione cresca la possibilità di saperne di più?
Francesco Filippi ne è convinto. Pr questo propone un decalogo di comportamenti. 1. «Noi» in italiano ha un significato ben preciso; 2. Colpa e responsabilità sono bestie diverse; 3. Non commettere atti impuri di anacronismo; 4. Il benaltrismo nelle discussioni sul passato è soprattutto spia di imbarazzo; 5. Non confondere i ricordi con la Storia; 6. Il sapere storico è vasto, approfittiamone; 7. Non si può «salire in cattedra» nel web, perché il web non è un’aula; 8. La storia non è una partita di calcio; 9. Gli esseri umani vivono nel tempo e col tempo; 10 Il passato è un magazzino, non è un bunker. Non so se funziona. Ma perché non provarci? (18/10/2022)

David Bidussa, storico sociale delle idee

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Tre domande preoccupate   

Se un leader politico nell’ambito di un’assemblea con i suoi deputati (non al bar con pochi amici o in una cena di famiglia) si lascia andare ad affermazioni gravissime e opposte alla linea ufficiale del suo partito non su una questione secondaria ma sul tema più rilevante del momento in politica estera e viene applaudito calorosamente, davvero il problema da porsi è chi sia stato a registrare e divulgare l’audio? Gli elettori non hanno il diritto di sapere cosa pensano realmente le persone che hanno eletto? Potrei capire il diritto alla segretezza nel caso avessero dovuto decidere, per esempio quale strategia adottare nell’elezione dei presidenti o dei vicepresidenti delle camere, ma dire che con una guerra in corso bisogna concedere ai deputati di un partito il diritto di dire pubblicamente che stanno da una parte e dirsi tra di loro che invece stanno dall’altra mi pare piuttosto bizzarro.
Fa pensare anche il fatto che nell’audio “rubato” Berlusconi affermi che in Ucraina avrebbe dovuto nascere “un governo già scelto dalla minoranza ucraina, di persone perbene e di buonsenso”. In base a quale criterio sarebbero state scelte le persone perbene e di buonsenso? Chi ha il diritto di decidere chi è o non è “perbene e di buonsenso” se l’opinione della maggioranza non conta nulla? Mi torna in mente per contrasto il noto passo talmudico in cui persino una voce divina si inchina al volere della maggioranza.
Infine, sempre nell’audio rubato, mi ha colpito l’idea che la guerra in Ucraina avrebbe potuto finire in pochi giorni se solo l’Occidente non si fosse intromesso e gli ucraini si fossero lasciati invadere senza fare tante storie. E cosa sarebbe successo dopo? Quale sarebbe stata la sorte degli oppositori? Sarebbero state consentite pubblicazioni, opere teatrali, film, ecc. contrarie al governo delle persone perbene e di buonsenso? E se no, cosa sarebbe accaduto ai loro autori? E se qualcuno si fosse permesso di manifestare contro l’invasione cosa sarebbe accaduto?
Si è detto e si dirà che erano affermazioni decontestualizzate, o che Berlusconi stava scherzando. Dunque perché preoccuparsi tanto per parole smentite anche da chi le ha pronunciate? In realtà il discorso di Berlusconi riflette le opinioni di molti, e non solo del suo partito: ho sentito spesso argomentazioni simili nelle discussioni, da persone di ogni colore politico. Non tanto, forse, l’idea che una minoranza di persone perbene abbia il diritto di governare (anche se, in fin dei conti, la logica di qualunque sistema maggioritario prevede che a governare non sia la maggioranza ma una minoranza un po’ meno minoranza delle altre), quanto l’idea che una resa rapida dell’Ucraina sarebbe stata e ancora sarebbe doverosa per evitare morti, violenze e devastazioni. Come se arrendersi e accettare pacificamente di essere invasi determinasse magicamente la fine di ogni genere di violenza e una vita serena per tutti. O forse tutte le forme di violenza (repressione del dissenso, arresti di oppositori, stragi di civili, torture, ecc.) sono considerate per principio più accettabili, indipendentemente dal numero di morti che causano, purché non si chiamino ufficialmente “guerra”? (21/10/2022)

Anna Segre

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Ticketless - Un posto al sole   

Vorrei soffermare l’attenzione su un episodio futile. Mi vergogno per la mia leggerezza e mi scuso. Questa settimana ci sarebbe altro da dire, ma non credo si tratti di una vicenda da sottovalutare. Una delle più popolari serie televisive, in onda da anni su Rai3, apre in questi giorni una finestra sulle leggi razziali. “Un posto al sole” è un prodotto televisivo di tutto rispetto. Ogni tanto lo guardo: è ambientato a Napoli, conserva qualche tratto della sceneggiata partenopea; mi incuriosisce lo strano modo con cui gli autori osservano la contemporaneità. Per esempio, durante il lockdown ha taciuto del tutto l’esistenza del Covid: i personaggi si muovevano come se nulla stesse accadendo. Un mondo altro. Camorra, disagio giovanile, omosessualità, bullismo, trappole della rete contro gli adolescenti sono stati invece al centro della trama. Da qualche giorno è spuntata (poteva mancare?) la memoria delle persecuzioni contro gli ebrei. I ritmi della narrazione come in ogni serie sono lentissimi. Bisognerà vedere che cosa salterà fuori da questa tenebrosa storia di una anziana signora che in un suo diario rievoca la vicenda di un’ebrea che durante la guerra ha abitato a Palazzo Palladino (crocevia di tutte le storie narrate). Prima di fuggire avrebbe lasciato un tesoro di oggetti preziosi, collane, monete d’oro. Un classico topos della letteratura di appendice ritorna. C’è poco da stare allegri. Cacciato dalla finestra della politica, viste le corali prese di posizione dei vincitori delle ultime elezioni, rapidi e solerti nel condannare la razzia romana del 16 ottobre 1943, il veleno del pregiudizio farebbe capolino nella più popolare delle comunicazioni televisive. Era già accaduto nell’Ottocento con il romanzo di appendice. A volte i fantasmi del passato ritornano e mai nel luogo dove i nostri occhi si posano per inerzia. (16/10/2022)

Alberto Cavaglion

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Nazione   

Qualche giorno fa Marco Belpoliti notava giustamente il ricorrere della parola “nazione” nel vocabolario politico della premier in pectore Giorgia Meloni. Fare gli interessi della nazione, condurre la nazione, contrapporsi a chi non fa il bene della nazione sono tutte espressioni che fanno parte di un lessico ambiguo e potenzialmente escludente. Tempo fa fu il presidente Ciampi a resuscitare il culto della bandiera tricolore e a reintrodurre con intento inclusivo il concetto di patria. Anche in quel caso ci furono non pochi mugugni: pareva, ad alcuni, che una certa nota retorica avesse pervaso gli spazi pubblici, e che il ricorso a questa terminologia e a certi gesti propri della religione civile (ad esempio gli onori resi al vessillo nazionale) fossero più un artificio che non un fatto concreto di unità e di unificazione di un Paese tradizionalmente diviso in cento campanili, in nord e sud, in città e campagna.
Oggi il ritorno del concetto di nazione rischia di aprire nuovamente polemiche (legittime). Al contempo assistiamo all’apparire (ri-apparire?) di una novità, di uno scarto nel dibattito politico, che avrà di certo delle conseguenze. Sì, perché il termine “nazione” non è neutro e ha una lunga storia. Può essere inteso in senso inclusivo o con intento divisivo. Ernest Renan affermava nettamente che essere parte di una nazione significa “aver sofferto insieme” (e vengono in mente i duri giorni del lockdown del recente passato). Altri, soprattutto in area tedesca (i nazisti, ma non solo), utilizzavano il concetto di nazione legandolo al sangue e al suolo patrio, il famoso “Blut und Boden”. Gli ebrei nei due casi si sono trovati in mezzo a un guado: inclusi nella nazione nel primo caso, esclusi (e perseguitati) nel secondo. Sarà interessante e importante capire con quali intenti il concetto di nazione verrà declinato nella nuova stagione politica, se e come sarà in grado di risolvere ad esempio la questione dello Ius soli, in che modo sarà utile per interpretare l’idea collettiva di società italiana, proiettata nella prospettiva di una relazione positiva con un’Europa che non sempre dimostra di camminare nella stessa direzione. (20/10/2022)

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

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Foschi presagi e incoraggianti speranze  

Sono passate appena tre settimane dal mio ultimo intervento su Moked, eppure a giudicare dalle nubi sempre più minacciose che nel frattempo hanno continuato ad addensarsi sull'Italia e sull'Europa sembra siano trascorsi mesi e non solo il breve periodo che separa Rosh ha Shanah da Simchat Torah. 
Riepiloghiamo. Sul fronte italiano, dopo il successo netto e coralmente previsto di Fratelli d'Italia e di Giorgia Meloni in particolare, sta per nascere il governo più a destra della storia repubblicana, mentre un fascista dichiaratamente nostalgico di Mussolini come Ignazio La Russa diviene Presidente del Senato e un cattolico intransigente come Lorenzo Fontana assume la guida della Camera. Non sappiamo ancora cosa ci dobbiamo attendere, ma le premesse istituzionali non sono delle migliori. Paradosso illuminante e ammonitore, a investire in Senato il nostalgico è stata - in quanto senatrice più anziana dopo Giorgio Napolitano - l'attuale emblema della memoria italiana della Shoah, Liliana Segre. Le parole con le quali la Testimone ha di fatto aperto la XIX Legislatura sono state, nel loro sofferto spessore autobiografico e nel loro fermo richiamo alla centralità della Costituzione, l'unico alto messaggio che si sia ascoltato in questo periodo amaro. Da quel 13 ottobre, al di là dell'inevitabile toto-ministri tipico di ogni fase di gestazione governativa, si sono sentite solo dichiarazioni inconsistenti o strali avvelenati contro compagni di cordata, a dimostrazione del vuoto gioco di potere in cui si è ormai trasformato il programma politico italiano. Ad aggravare l'atmosfera di rivalità caotica interna alla nuova come del resto alla vecchia maggioranza, sono poi emerse le ineffabili, spudorate ma ahimè (entro Forza Italia e nella Lega) condivise considerazioni berlusconiane di appoggio a Putin e di critica aperta a Zelensky e alla resistenza ucraina; parole di una gravità tale - nel momento in cui cinicamente lo zar Vladimir risponde agli attacchi bombardando la popolazione civile ucraina e imponendo la legge marziale nelle città appena annesse alla Russia - da suscitare la preoccupazione dell’intero mondo occidentale. Berlusconi certo sembra ormai partito per la tangente, parla per il piacere di sentirsi parlare cercando solo il consenso dovuto al capo che fu; Giorgia Meloni per fortuna risponde in modo fermo, volto a scongiurare dubbi e riserve sull'Italia futura. Ma in realtà le incognite sul nostro orientamento politico internazionale nei prossimi mesi restano tutte.
In Ucraina, intanto, la guerra continua spietata più che mai. Al contrattacco degli assediati rispondono le bombe sulle città portate dai droni iraniani, a suggello del sempre più stretto e inquietante legame della Russia - in funzione antieuropea - col regime degli Ayatollah. E proprio in Iran continuano i nostri tormenti, nell'osservare come la libertà di opporsi al regime naufraghi contro una repressione spietata e sanguinaria, specialmente accanita contro la protesta femminile. Davanti a tutto ciò, peraltro, colpisce lo stupore "vergine" con cui l'Occidente, troppo spesso legato all'Iran da interessi economici irrinunciabili, sembra accorgersi solo oggi della ferocia integralista di una dittatura religiosa nata quarantatré anni fa e della tenacia di una protesta popolare che ciclicamente si ripropone da decenni. Il filo di inquietudine amara si prolunga poi in oriente tra Pechino e Taiwan, dato che Xi Jinping si dice disposto a usare anche la violenza (la guerra aperta?) per prendere il controllo dell'isola: e ciò provocherebbe inevitabilmente l'intervento armato americano (anch'esso preannunciato), vale a dire una vera e propria terza guerra mondiale. Insomma, in Italia e nel mondo l'orizzonte si fa sempre più cupo.
Di fronte a un panorama così sconfortante, cosa resta da fare al povero cittadino coinvolto e impotente se non rifugiarsi nel proprio "particulare" abitudinario, alla ricerca di qualche piccola conferma e di qualche piccola grande speranza per il futuro? Nella fattispecie, a un ebreo italiano partecipe della vita della propria Comunità come il sottoscritto si apre il cuore quando al Bet ha-Kenesset vede - come qui a Torino pochi giorni fa - una partecipazione nutrita e allegra di giovani famiglie e di bambini, riuniti per la Beracha' loro destinata nel giorno di Sheminì Atzeret. Tanto più se come me è nonno da poco. Certo, lo so, orizzonte politico italiano/mondiale e orizzonte socio-religioso locale hanno poco a che fare l'uno con l'altro, e le prospettive generali non migliorano se i giovani ebrei mostrano un sentimento più partecipe della propria identità e una partecipazione più convinta ai momenti topici dell'ebraismo. Oltretutto probabilmente si tratta di un fatto episodico e locale pronto a essere smentito nei prossimi mesi, non di una tendenza effettiva della società ebraica italiana. Eppure la volontà di ritrovarsi uniti in una fase così incerta e minacciosa avrà pure qualche significato. (20/10/2022)

David Sorani

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La rappresentazione dell'odio  

"Combattevamo la Germania essenzialmente perché la Germania si era alleata con i giapponesi che ci avevano attaccato a Pearl Harbor. Inoltre era credenza piuttosto diffusa che fossimo entrati in guerra su istigazione dei potentissimi ebrei che manipolavano segretamente il governo federale. Soltanto quando le truppe alleate hanno fatto irruzione nei campi di concentramento e i giornali hanno pubblicato le foto degli ammassi di corpi e talora parzialmente bruciati, il nazismo è caduto davvero in disgrazia tra la gente perbene, e le nostre perdite umane hanno trovato una giustificazione. (A mio avviso, è una fantasia che a quel tempo la stragrande maggioranza degli americani fosse profondamente convinta della guerra)".
Queste parole sono tratte dall’introduzione di Arthur Miller al suo romanzo Focus (1945). Il libro racconta di un capitolo poco conosciuto della storia statunitense, quello poco successivo all’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale nel 1941. A cavallo di questo periodo l’antisemitismo era particolarmente diffuso tra la popolazione statunitense, e numerose organizzazioni (spesso di ispirazione cristiana) oltre a simpatizzare per il nazi-fascismo, propagandavano odio contro gli ebrei, perpetrando di frequenti attacchi violenti contro luoghi ebraici e comuni cittadini. Secondo numerosi storici, il diffuso antisemitismo, presente anche in certi settori amministrativi del governo, avrebbe contribuito alla risposta inizialmente esitante di Washington di fronte ai profughi ebrei che fuggivano dall’Europa e cercavano rifugio negli USA. 
Focus è quindi ambientato in questa America che molto ricorda il buio dell’Europa degli stessi anni, dove le aziende non assumono chi ha un “aspetto ebraico”, gruppi di fanatici organizzano affollati comizi e retate per cacciare gli ebrei e la polizia pare totalmente impotente e disinteressata nel fronteggiare tali violenze, se non talvolta persino connivente con esse. L’impressione che tutto possa inevitabilmente precipitare da un momento all’altro, e andare appunto a fuoco, finisce per essere vissuta anche dal protagonista del romanzo, Lawrence Newman. Un everymen, un semplice impiegato con vaghe idee antisemite, il quale inavvertitamente, da quando sarà costretto a indossare un paio di occhiali finirà per essere scambiato anch’egli erroneamente per un ebreo, cadendo quindi vittima della medesima intolleranza, condividendo lo stesso destino di quegli individui prima tanto odiati. 
“Quando guarda me non vede me. Che cosa vede?” chiede Finkelstein, il vicino di casa ebreo, a Newman il quale vorrebbe rispondere “che in lui vedeva la faccia di un uomo che avrebbe dovuto”, secondo i pregiudizi di cui era imbevuto, “agire in modo abominevole”. In ciò sta tutto il carattere essenzialista del razzismo, viene odiato qualcuno non in quanto individuo ma per ciò che il suo gruppo dovrebbe rappresentare, e viceversa i comportamenti individuali di qualcuno ricadono sull’intero gruppo. 
Concludendo la sua introduzione Miller è scettico al pensiero che i sentimenti antisemiti possano sparire una volta per tutte, “spesso”, scrive, “si ha l’impressione che si temono gli ebrei come si teme la realtà. Guardare e vedere invece se stessi nello specchio della realtà, del mondo sgradevole, è poco rassicurante e richiede una grande forza di carattere”. (20/10/2022)

Francesco Moises Bassano

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Tecnosovranismo   

A volta la via per Damasco fulmina e acceca. Damasco è la scoperta, per così dire, che esiste un potere, quello politico, che non si fa riformare, e ancora meno rivoluzionare: semmai è da conquistare. Ed è anche l’opportunità, dopo anni – anzi, decenni – di ripetuta minorità, di marginalità calcolata, di ostracismo più o meno dolce, di sussidiarietà ai margini, per potersi invece dichiarare finalmente al centro dell’altrui attenzione. Passando dal ruolo obbligato di comparse a quello di primi attori. Un po’ come quel goloso che, dopo avere fatto, senza troppa convinzione ma grande costrizione, una dieta feroce, entrato nel negozio del pasticciere può finalmente ordinare e divorare quel che più gli aggrada. La destra illiberale e postfascista, in Italia come in Europa, si trova, nei fatti, in una tale condizione. Ancora una volta, a rischio di risultare noiosi, è d’obbligo chiarire il senso delle parole che stiamo usando. Quella destra di cui stiamo parlano – non demonizzandone la sua dimensione e storia – ha costruito il proprio profilo e la sua identità sul rifiuto degli ordinamenti costituzionalisti esistenti. In altre parole, si è data corpo e sostanza con il rigetto dei sistemi di generazione, contrattazione, riconoscimento e garanzia dei diritti che sono invece alla base degli ordinamenti istituzionali continentali. Dai quali, peraltro, ha comunque tratto beneficio, non venendone esclusa, non almeno del tutto, dal momento del loro esordio, con la fine - nel 1945 - di quella guerra mondiale che il totalitarismo nazifascista aveva scatenato sei anni prima. Ebbene, quella destra, che è populista per quel tanto che gli occorre, ovvero per accreditarsi dinanzi all’elettorato, ha dichiarato da subito che il vero motivo per il quale è necessario coalizzarsi è l’inadeguatezza, rispetto alla sfida dei tempi correnti, dei sistemi istituzionali liberaldemocratici. Polonia e Ungheria sono l’esempio di questa dottrina, che si tramuta in fatti. Non occorre che i due paesi (ed altri ancora) siano tra di loro d’accordo su tutto. Non sono infatti la riedizione del passato bensì in’articolazione d’interessi nel presente. Le rispettive classi dirigenti nazionali possono essere in opposizione tra di loro rispetto agli esiti della guerra russo-ucraina, ma trovano comunque un punto di convergenza nella gestione interna dei rispettivi paesi: secca limitazione delle prerogative e delle libertà della magistratura; ricorso al sistema referendario per ottenere, dal «popolo», di volta in volta, un qualche mandato plebiscitario che possa scavalcare l’equilibrio di poteri preesistente; avversione nei confronti del pluralismo culturale e sociale, con una particolare indisponibilità contro le minoranze di genere e la varietà delle identità; conservatorismo illiberale basato essenzialmente sul concetto di «natura» applicato allo sviluppo delle società (ci sono cose “giuste”, ad esempio i legami tra coppie eterosessuali, e cose “ingiuste” poiché innaturali, come il matrimonio tra membri dello stesso sesso; una tale categorizzazione può estendersi, nel corso del tempo ad altri gruppi e materie, rafforzando la separazione tra minoranze e maggioranza); una sfiducia di fondo rispetto al sistema costituzionalistico dei diritti, e alla loro preservazione per via legale e giurisdizionale, ritenendo semmai che è alla politica che debba tornare la palma della decisione, operando in un regime di costante emergenza. Non conta definitivamente ciò che è sancito dalle leggi ma quello che le circostanze dettano di volta in volta. Stabilita una tale cornice comune, rimane poi il caso Italia. Qualcuno ha fatto notare che «il punto, per il governo Meloni, non sono soltanto i ministeri: ciò su cui si misurerà la capacità di tecno-sovranismo, cioè di tenere insieme un’agenda conservatrice sulla politica interna e una certa credibilità con l’establishment internazionale e nazionale garantita da figure inserite in questi mondi, è sui posti di alto livello amministrativo, fondamentali per gestire la macchina ministeriale. È qui che la compenetrazione tra la coalizione più a destra della storia della repubblica e la tecnocrazia sarà più visibile (o si dimostrerà fallita). Tra Palazzo Chigi e i ministeri sono circa trecento le nomine necessarie a coprire i posti apicali […]. Quando si vince e bisogna governare […] il cerchio magico non basta più. Il ruolo di presidente dei Conservatori europei, assunto da Meloni nel 2020, è funzionale a questa strategia, e consente alla leader di Fratelli d’Italia di tessere relazioni molto utili con il Partito repubblicano, il Partito conservatore britannico e il Likud israeliano, senza contare gli alleati in Europa, come il PiS, partito al governo in Polonia, e il Partito democratico civico, che esprime il presidente del Consiglio della Repubblica ceca» (David Allegranti, Francesco Maselli). In altre parole: «il tentativo, almeno a partire dalle prime ore dopo la vittoria, è quello di applicare il tecnosovranismo: un governo con una forte guida politica ma gestito, nella quotidianità, da persone con una consuetudine con la macchina amministrativa italiana, con l’establishment interno ed internazionale. Insomma, se si analizzano i suoi primi passi, Meloni mostra di aver compreso che la sovranità non è più soltanto verticale, il mandato popolare non è sufficiente per governare con profitto, ma serve anche la sovranità orizzontale, cioè il riconoscimento dei pari grado internazionali e delle strutture sovranazionali che prendono decisioni che si riverberano sugli Stati che ne fanno parte». Quanto tutto ciò dovesse per davvero coniugare i due estremi in gioco, ossia la politica come ambito a sé, ovvero autonomo, e l’economia come insieme di apparati più o meno manifesti, capaci comunque di orientare gli indirizzi di fondo dei singoli paesi, lo diranno solo i tempi a venire. Il campo di conflitto nelle nostre società è tra questi due  paradigmi, laddove si formano il consenso o il dissenso che attraversano, e fidelizzano o estraniano, persone e gruppi sociali. Il paradosso populista, se così lo si vuole chiamare, sta in fondo nel fatto che esso ha inteso quale sia il vero terreno di contrapposizione (scelta politica o sudditanza economica), di contro ad un liberalismo centrista o “progressista” che, invece, si sta facendo annientare un po’ ovunque. Da qui, da un tale terreno di confronti e contraddizioni, qualsiasi ipotesi di ricostruzione dell’intervento politico deve quindi ripartire, pena – altrimenti – la sua nullità. Per l’appunto, il paradosso è che parrebbe essere la destra postfascista ad avere colto meglio una tale piegatura delle cose. Almeno per il momento. (16/10/2022)

Claudio Vercelli

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Periscopio - Le parole di Nembròt   

A proposito dell’approccio di Dante nei confronti della lingua ebraica, ci siamo soffermati sulle criptiche parole inserite nel XXXI Canto dell’Inferno, nella profonda e tenebrosa fossa che separa le dieci bolge dei traditori di chi non si fida dalle quattro zone dei traditori di chi si fida: Raphèl maì amècche zabì almi (67). A pronunciarle è Nembròt, il mostruoso gigante che avrebbe ideato la costruzione della torre di Babele, simbolo di superbia punito da Dio con la confusione delle lingue. E lo stesso Virgilio, come abbiamo ricordato, spiega che il senso della frase non può essere capito, dal momento che Nembròt continua, anche nell’Inferno, a scontare la punizione del suo peccato: egli non può comprendere nessuna lingua con cui ci si rivolge a lui, e il suo linguaggio non può essere capito da nessuno. 
Se, però, quelle parole non possono essere capite, ciò non vuol dire che non significhino nulla, ma solo che il loro senso non può essere compreso. Dante, quasi sette secoli prima che nascesse la semiotica – la scienza dei segni - già dà un esempio specifico, di alta suggestione poetica, della scissione tra significante e significato. E non a caso il grande Umberto Eco, uno dei massimi maestri del mondo di semiotica, ha fatto reiteratamente riferimento alla Commedia. Il segno, spiegò, è qualsiasi cosa che rimanda a un’altra cosa. È un segno l’impronta di un animale sulla terra, così come il poema sacro è un insieme di segni. 
L’esigenza che ogni parola abbia un senso preciso (linguistico, ma anche morale e religioso), com’è noto, è costante e dominante nel poema, dove niente è lasciato al caso. Ogni significante rinvia a un preciso significato. E, quando non si capisce cosa Dante voglia dire, si tratta di una precisa scelta del poeta, che lancia una sorta di sfida al lettore (un concetto che fu sottolineato da mio padre, Bruno Lucrezi). 
Nel verso in questione, il senso non si capisce, ed è chiaramente spiegato il motivo per cui ciò accade. Tuttavia, nonostante le chiare parole di Virgilio, che sembrano invitare a non perdere tempo a decifrare le parole di Nembròt, il cui messaggio deve restare sigillato, la critica dantesca, inevitabilmente, si è, da sempre, impegnata a sciogliere l’enigma, cercando di svelare l’arcano. E un notevole numero di esegeti (non tutti), in particolare, ha affrontato tale lavoro partendo dal presupposto che le parole del gigante siano parole ebraiche, dal momento che era l’ebraico (anzi, per la precisione, come abbiamo chiarito le scorse puntate: la lingua che poi sarebbe rimasta del solo popolo ebraico, e che perciò sarebbe poi stata chiamata così): l’idioma primigenio dell’umanità, da Adamo alla torre di Babele, e quindi anche l’idioma parlato da Nembròt.
Un ebraico che non si può capire, dunque, ma sul cui significato nascosto sono state comunque – nonostante l’ammonimento di Virgilio – avanzate diverse ipotesi. Esse sono state formulate, in genere, modificando in parte o integrando le parole del verso 67, sulla base della convinzione che Dante abbia volutamente “scompaginato la carte”, dando dei segni al lettore, ma dei segni confusi, ingannevoli, così come la Torre di Babele avrebbe generato confusione e inganno.  
Ho studiato l’ebraico, ma - avendo intrapreso tale studio in età già alquanto avanzata -, purtroppo, con scarsi risultati, per cui non mi sento di giudicare la verosimiglianza dei diversi tentativi di interpretazione del verso misterioso che sono stati avanzati. Mi limito a ricordare alcune di queste proposte: “Lascia, o Dio! Perché annientare la mia potenza nel mio mondo?” (Servi); “Giganti! Che è questo? Gente lambisce, tocca, la dimora santa” (Chiavacci Leonardi); “Giganti, che? Gente che rasenta l’abitacolo segreto della bellezza” (Guerri). Queste ipotesi sono frutto, come è stato detto, di “ingegnosa erudizione”, ma anche “dei piaceri per così dire ‘sportivi’” che versi come questi offrono ai lettori (Mattalia). 
Foscolo condannò tali inutili sforzi, attribuendo ai “dottissimi che professano di fare da traduttori” di Nembròt la sua stessa superbia, e sentenziando che essi meriterebbero, addirittura, la sua stessa pena. 
Io non condividerei tanta severità. È vero che “i dottissimi” disobbediscono, in un certo senso, a Virgilio, ma credo che lo stesso Dante lo desiderasse, e si compiacesse, probabilmente, di immaginare in quanti sarebbero caduti nella sua ‘trappola’, e come ne sarebbero usciti. E poi, la voce di Virgilio non è una voce divina, e a Dante, spesso, piace la disobbedienza. Tante volte disubbidì ai potenti del suo tempo, a partire dalla stessa Chiesa. 
Io, però – soprattutto per la mia scarsa competenza linguistica -, ubbidisco, non mi azzardo a proporre improbabili ‘traduzioni’, e concludo la mia riflessione con due considerazioni.
La prima è che, sottoposte al vaglio di una disamina fonetica, quelle di Nembròt appaiono chiaramente parole ebraiche. O meglio, è ebraico il significante. 
Quanto al significato, esso è chiuso in una sorta di labirinto, volutamente costruito da Dante, che ha inteso dare al lettore una dimostrazione pratica di cosa significhi la confusione delle lingue: cercare di capire, e non riuscirci.
Ma sullo ‘scherzo’ di Dante c’è ancora da dire, alla luce dei primi versi del VII canto del Paradiso. Ne parleremo la prossima puntata. (18/10/2022)

Francesco Lucrezi

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