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Musica – “Il Ghetto. Varsavia 1943”
Un’opera per raccontare la rivolta

Schermata 2014-11-21 alle 13.44.08Sabato sera e domenica pomeriggio (rispettvamente ore 20.30 e 16.00) calcherà per la prima volta il palcoscenico l’opera lirica “Il Ghetto. Varsavia 1943”, ispirata alla rivolta del Ghetto di Varsavia e frutto del lavoro del compositore Giancarlo Colombini e del librettista Dino Borlone. A ospitare la prima mondiale dell’opera, il Teatro Verdi di Pisa, con la regia di Ferenc Anger e diretta dal maestro Gianluca Martinenghi. Il numero di Pagine Ebraiche di dicembre ha raccolto la testimonianza del soprano Silvia Colmbini, nipote del compositore, che per l’occasione ha redatto l’analisi critica de “Il Ghetto. Varsavia 1943”.

“Il quartiere ebraico della città di Varsavia non esiste più. La grande azione ha avuto termine alle ore 20,15 con l’esplosione della Sinagoga di Varsavia”. Così il rapporto del capo della polizia tedesca Stroop, sulla azione finale nel Ghetto di Varsavia. Il rapporto reca la data del 16 maggio 1943. Dei quattrocentocinquantamila ebrei della capitale polacca, se ne salvarono, per cause del tutto fortuite, solo poche decine.
Questa la premessa de “Il Ghetto. Varsavia 1943”, l’opera lirica del maestro Giancarlo Colombini e del librettista Dino Borlone, composta nel primi anni ’60, senza esser mai stata messa in scena. Fino ad adesso. “Il Ghetto” viene infatti rappresentato per la prima volta, dopo mezzo secolo, nel Teatro Verdi di Pisa il 22 e 23 novembre. Un’occasione unica per recuperare un lavoro intenso, che non ha mai calcato il palcoscenico, nonostante il profondo interesse suscitato all’epoca. A battersi per arrivare a questo fatidico momento, il soprano Silvia Colombini, nipote del compositore, che ha realizzato l’analisi critica dell’opera, il direttore artistico del Teatro Verdi di Pisa Marcello Lippi, che l’ha voluta fortemente in cartellone e Luigi Pecchia, l’autore della revisione per la riduzione dell’organico orchestrale: “Il Ghetto era stato originariamente pensato dal maestro per un teatro molto grande, la Scala. È stato quindi necessario riadattarlo allo spazio di Pisa. Un lavoro complesso e magnificamente compiuto da Pecchia”, spiega Silvia Colombini. L’opera è un doloroso spaccato liberamente ispirato alla vita nel Ghetto di Varsavia poco prima della rivolta contro i nazisti. Una piccola finestra che invita lo spettatore in una povera casa, all’interno della quale sta avvenendo un dramma nel dramma. Protagonisti l’idealista Justa, il suo fidanzato Isacco, i coniugi Marek e Sara, genitori del piccolo Michele di soli quattro anni, Feri il fratello di Justa e Samuele, il padre dei due. “Sempre così… verso la morte (… ) Oggi ancora sono viva, ma domani? Questa attesa mi uccide lentamente (…) è questo silenzio del mondo intorno a noi”, così entra in scena Justa, oramai senza alcuna speranza. Il lamento della famiglia ebraica del Ghetto si leva, un urlo strozzato e a tratti disperato, seguito da una tensione sempre crescente. Nel 1964 durante il Festival d’Israele a Tel Aviv, a Colombini fu offerta la trasmissione radiofonica dell’opera ma rifiutò, non ritenendola il giusto mezzo per farla ascoltare per la prima volta. Nel 1970 fu poi premiata al Concorso Internazionale “Guido Valcarenghi” dalla giuria presieduta da Herbert Von Karajan. Venne presentata inoltre al rabbino capo di Roma Elio Toaff e al papa Wojtyla che ne furono entusiasti; ottime premesse che però non la portarono mai di fronte al pubblico.
Colombini è stato un compositore isolato: acerrimo nemico della dodecafonia, non ha mai voluto unirsi alle avanguardie. Nasce a Milano nel 1906 e si iscrive al Conservatorio Giuseppe Verdi, diplomandosi a soli 16 anni. In seguito venne scritturato dalla Scala come Maestro accompagnatore al pianoforte. È il ’45 quando il librettista della Turandot Giuseppe Adami gli augura ‘una prossima e trionfante collaborazione’, morendo però un anno dopo. Compone opere come Jade, nel cartellone della stagione lirica della Rai (’60/’61), Starez, ispirata alla vita di Rasputin, Survival e Germinal, tratta dal romanzo di Emile Zola. Nel 1972 decide di trasferirsi a Montecompatri, nel cuore dei Castelli romani, dove organizza concerti lirici e sinfonici per avvicinare i cittadini alla musica. Proprio lì è stata fondata a suo nome una scuola di musica. Scompare nel 1991 a 85 anni, senza aver mai visto rappresentata l’opera “Ghetto .Varsavia 1943”. “Mio nonno – racconta Silvia Colombini – quando componeva aveva solo un messaggio da veicolare: la civiltà. Justa, Marek e gli altri non sono personaggi, sono persone. In accordo con il librettista Dino Borlone, che era un ex compagno di classe di suo figlio, aveva deciso di non spettacolarizzare le emozioni, di non usare la Shoah. Il suo, appunto, non era uno spettacolo, era una riflessione in musica. L’attenzione di Borlone all’aderenza storica è stata poi fondamentale. Purtroppo non sono a conoscenza di tutte le fonti che ha utilizzato per stendere il libretto, ma so per certo che ha letto tantissimo prima di stendere la trama. L’uso del coro all’inizio è una rappresentazione del dolore, canta la condizione dell’uomo. Per dare precedenza alla realtà, hanno entrambi deciso di rinunciare ai termini lirici e alle sovrastrutture tipiche del genere. La parola ‘rispetto’ è stata la chiave di tutta la composizione. La loro è stata un’opera d’arte totale, che coinvolge musica, luce e scena. I protagonisti, sono poi portatori di significati altri: Justa rappresenta il principio, la dignità, la forza della ribellione. Isacco dà una dimensione storica, contestualizza. La morte del figlio di Sara, Michele, tra gelo e stenti, chiama in causa D-o. Nel secondo atto appaiono dei soldati sulla scena: mentre parlano pronunciano la parola ‘se’, se torneremo, se la guerra finirà. Una scelta assolutamente non casuale; loro hanno ancora un ‘se’, una speranza alla quale appigliarsi. Nel Ghetto invece non c’è. Quando muore il figlio, Sara è disperata ed allo stesso tempo esclama di aver tanta fame. Mentre pronuncia uno dei monologhi più difficili da sostenere, la sua mente si sta scollando lentamente dalla realtà. Wittgenstein diceva che su ciò di cui non si può parlare si deve tacere. Ma Giancarlo Colombini pensava che davanti a tutto ciò non si può tacere; anzi, si deve usare l’arte come strumento”.

Pagine Ebraiche, Dicembre 2014

(21 novembre 2014)