Umberto Eco, retorica a parte

Schermata 2016-03-03 alle 00.30.11La scomparsa di un individuo riguarda tutti, meno che il diretto interessato. Il tagliente giudizio di Thomas Mann riemerge inevitabilmente alla memoria di fronte all’orgia retorica con cui l’Italia ha rivolto l’estremo saluto a Umberto Eco. Dagli oceanici omaggi di piazza ai fiumi di inchiostro versati, il vero giubileo di quest’anno è stato proprio l’ultimo saluto rivolto al grande intellettuale. Ma lui, in definitiva, che cosa ne avrebbe detto? Non avrebbe preferito meno parole al vento e più pagine meditate? Una maggiore sobrietà? Un giudizio meno affrettato, più articolato, meglio rispondente alla sua complessità e, perché no, anche alle sue ombre? Quando ci incontrammo, nella sua immensa casa biblioteca di Foro Buonaparte, a pochi passi dal Castello Sforzesco di Milano, sfogliando Pagine Ebraiche mi sembrava sinceramente divertito dalla fulminante vignetta firmata da Enea Riboldi. Umberto Eco vi appariva nelle vesti dell’apprendista stregone, pronto a rimestare più o meno prudentemente veleni di ogni genere. Dal calderone spunta il famigerato falso dei Protocolli dei savi anziani di Sion, considerato il grande classico dell’antisemitismo. Certo, per denunciarne gli effetti, per svergognarne la natura, per metterne in luce la grottesca e tragica funzione. Ma vai a sapere, quando si scatenano i fantasmi non si sa mai fino a dove possono arrivare le conseguenze. Attraverso le grate del suo laboratorio alchemico, il bambino che nella vignetta rappresenta il simbolo dell’ebraismo italiano, osserva infatti spaventato levarsi dal calderone i fumi morbosi della paccottiglia antisemita. Nella lunga intervista che Eco concesse allora al giornale dell’ebraismo italiano, ogni aspetto, ogni dubbio fu poi analizzato e chiarito. Ma il vecchio vizio del collezionista che per il gusto di trattare materiali morbosi e bislacchi finisce per dare in pasto al grande pub-blico testi a dir poco tossici, restava nell’aria. Il nostro augurio è che la sua intelligenza nel denunciare il pregiudizio lascia un segno indelebile nella mente dei milioni di lettori che si è conquistato. Era questo, senza che intaccasse la nostra amicizia, un lato scomodo del grande intellettuale, ma non certo il solo che le eulogie a senso unico hanno ora pudicamente tralasciato di ricordare. Uno dei suoi maggiori contributi di questi ultimi anni, probabilmente, è stata la sua lucida descrizione degli effetti della demenza digitale e dell’abuso dei social network nelle nostre modalità di comunicazione. Ma anche di questo ai più è parso meglio tacere. L’ultima lezione del professore, invece, mi pare sia particolarmente preziosa soprattutto per quanto ci ha messi in guardia contro la pericolosa tendenza che va diffondendosi anche in campo ebraico, di abusare della comunicazione frenetica e immediata per dare sfogo alle proprie esigenze di irragionevole propaganda e alle proprie lotte di potere, per mascherare i propri timori e le proprie frustrazioni, o anche solo per il puro gusto di commettere in definitiva una immotivata malvagità. Quando si evita di guardare in faccia l’interlocutore per meglio diffondere la critica irragionevole, la scomunica, la calunnia, persino l’invito al linciaggio, si agisce in aperta contraddizione con la tradizione ebraica. Ma si entra, ha insegnato Eco, anche in un’area in cui il contenuto del nostro messaggio viene irrimediabilmente fagocitato e condizionato dal mezzo di comunicazione utilizzato. Grazie professore, anche questo ci aiuta a ricordare che una cultura di minoranza, se vuole restare tale e libera, deve essere capace di creare proprie modalità espressive, senza scimmiottare i lati peggiori proposti dalla cultura dominante.

Guido Vitale, Pagine Ebraiche, marzo 2016

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