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MEMORIE “Caro padre, il gatto del rabbino miagola per te”

Joann Sfar mio padreJoann Sfar / LUI ERA MIO PADRE / Edizioni Clichy

II titolo originale, Comment tu parles de ton père, Come parli di tuo padre, è una provocazione gentile, nello stile di Joann Sfar, autore francese noto in Italia soprattutto per la serie Il gatto del rabbino, il suo personaggio più famoso. Ma come in tutto il resto della sua opera le parole graffiano, a volte fanno male, sempre lasciano il segno. Uscito in Italia per le Edizioni Clichy in una traduzione a tratti un po’ approssimativa, e intitolato Lui era mio padre è descritto come «una dichiarazione d’amore», «un kaddish tra lacrime e risate» ma è molto di più. Sfar, tra fumetti, sceneggiature, libri, diari disegnati, film e graphic novel regala ai suoi lettori un testo intriso di umorismo e tenerezza, di rabbia e di dolore. Che molto dice dell’identità del suo autore. Un’identità forte, ereditata sia dal padre, avvocato, ebreo algerino «nato nel ’33, l’anno in cui zio Adolf è diventato cancelliere, il mostro di Loch Ness fu scoperto e al cinema uscì King Kong», che dalla famiglia materna, ashkenazita di origini ucraine. Sua madre, cantante, è morta quando Sfar aveva poco più di tre anni, un episodio che lo ha segnato anche per la decisione di suo padre di non dirgli la verità, ma che era partita per un lungo viaggio. E proprio ricordando questo episodio Sfar svela l’origine e il senso profondo del suo personaggio più amato: due anni dopo la morte della madre suo nonno, che non ne poteva più di sentirgli chiedere quando sarebbe tornata, ha infranto il diktat paterno dicendogli finalmente la verità: «Quel giorno mi ha dato la parola, ho finalmente saputo chi ero. Ho smesso di essere un gatto domestico».

È questa la vera storia del gatto del rabbino, personaggio che all’inizio non parla, per poi acquisire una sua voce?

Prise de vue réalisée chez lui  à Paris «Sì. È in quel momento che sono diventato un essere umano. In grado di capire. Capace di parlare. È il mio personaggio più importante, quello a cui ho sempre voglia di tornare. La stessa cosa mi succede con Piccolo Vampiro. Non è un caso che siano entrambi destinati ai bambini, è per loro che scrivo le cose a cui tengo di più, quelle che per me hanno più valore, perché hanno più valore per loro. Per i bambini i libri non sono solo un passatempo tra tanti, possono segnare per la vita. È con quello spirito che aprono un libro, alla ricerca di qualcosa di nuovo da scoprire».

Sono passati due anni tra la morte di tuo padre e la pubblicazione in Francia di questo libro, nonostante tu sia noto per la tua prontezza nel reagire al mondo che ti circonda.

«Sì. Avevo paura. Paura di non rendergli giustizia, di dire troppo o non abbastanza, di essere troppo generoso. O troppo duro. Tutti mi chiedono se mi ha fatto bene scriverlo, se mi ha aiutato. Beh, la risposta è no. Mi ha fatto bene vederlo pubblicato, averne in mano una copia. E soprattutto vedere il libro nelle mani dei tanti che sono venuti alle presentazioni: molti davano l’impressione di aver conosciuto mio padre, anche se ovviamente non era vero. Ecco, questo per me è molto bello».

Affidarne la memoria ai tuoi lettori?

«Anche. Scrivere significa parlare agli altri, riconoscere i lettori come propri pari. Mettere qualcosa su carta è un gesto di fiducia nei confronti di chi prenderà in mano il libro. È pensare che chi leggerà quelle pagine saprà capire».

E tu, che lettore sei?

«Leggo tantissimo, e amo particolarmente i feuilleton. Non mi piacciono i libri che hanno un inizio e una fine. La parola fine, la detesto! Dicono che i lettori si annoiano, che i film non devono essere troppo lunghi, vogliono farmi pensare che tutto deve finire. Anche i libri. Nei feuilleton appena l’eroe risolve un problema se ne presenta un altro. Mora io mi ribello, e scrivo “continua”. È la vita».

Scrivi di dovere molto a tuo padre, e che il regalo più grande che ti ha fatto è stato non saper disegnare, lasciandoti uno spazio libero in cui crescere. Questo libro è su di lui. Ma non è disegnato.

«Per me non c’è differenza, scrivere o disegnare è lo stesso, è raccontare qualcosa. E tutti i miei libri raccontano in fondo la stessa storia In questo caso ho scelto le parole per una questione puramente tecnica, in un fumetto non avrei potuto mettere insieme la mia infanzia, gli anni in cui sono cresciuto e il momento in cui mio padre è morto. Hugo Pratt parlava di letteratura disegnata: viviamo in un mondo che pare dominato dall’immaginario, e ogni libro, che sia illustrato o no, è fiction. Anche in questo caso, anche se non ho inventato nulla. Faccio parlare mio padre ma parlo a tutti, è un discorso universale in cui chiunque può ritrovarsi. E poi l’ebraismo vieta l’uso delle immagini. Nei cimiteri ebraici non ci sono fotografie, non ci sono ritratti».

La morte di tua madre è legata a un altro aspetto dell’ebraismo, che è forte in tutto il libro nonostante tu ti descriva come irrecuperabile, come «un israelita nato troppo vicino a Torino per prendere sul serio certe cose». Nel capitolo intitolato «La volta in cui mi hanno lasciato mangiare del prosciutto» scrivi «È orribile, è il solo vero ricordo che mi resta della morte di mia madre»
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TheRabbisCat«Sì, ero piccolo ma sapevo che al mondo c’erano cose gravi, mangiare maiale ne era un esempio. Mi avevano lasciato per qualche giorno a casa di gente che non conoscevo, ero sperso, e per gli adulti è difficile sapere cosa può capire un bambino così piccolo. Ma quando mio padre è venuto a prendermi eravamo a tavola, e nel mio piatto c’erano degli avanzi di prosciutto. Sapevo bene che era proibito. Mio padre però non ha detto assolutamente nulla. È in quel momento che ho capito che era successo qualcosa di grave».

II rapporto con la verità e con le cose non dette, i silenzi, attraversano tutto il libro. Scrivi che per tutta la vita hai avuto paura di tuo padre. E anche, però, che è stata colpa tua, che se avessi avuto il coraggio di dirgli quello che avevi nel cuore, di chiedere, forse tutto sarebbe stato diverso.

«Era galante, elegante, molto macho. Sono cresciuto nell’ombra di un uomo molto, forse troppo forte. Assomigliava all’idea che abbiamo di certi padri italiani, e del resto io sono cresciuto a Nizza, anche io sento di assomigliare molto di più agli italiani che ai parigini. Ed è vero che ho avuto molta paura di mio padre, per tutta la vita ho avuto bisogno di qualcuno che fosse più forte di me. E ora non c’è più nessuno che lo sia. È però anche stato talmente forte che io non ho più paura di nessuno. È un grande regalo quello che mi ha fatto. Poi, per reazione, con i miei figli ho fatto l’opposto: nessuna autorità. Li ho lasciati fare tutto quello che vogliono, pensando siano abbastanza intelligenti da fare le scelte giuste. A volte mi chiedo se ho fatto bene. Forse no. Forse aveva ragione mio padre».

Ada Treves, La Stampa TuttoLibri, 6 maggio 2017