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L’edizione critica del Mein Kampf
“Il nemico nazista, nemico da svelare”

Schermata 2017-10-10 alle 12.49.30Mein Kampf per lunghi decenni è stato solo un nome di un libro che si includeva nelle lezioni – troppo brevi – impartite ai ragazzi delle superiori. Poi lo scorso anno è uscita in allegato col Giornale la ristampa anastatica dell’edizione Bompiani, con una prefazione dello storico Francesco Perfetti. Un’operazione che ha fatto discutere. Vincenzo Pinto, che del Mein Kampf ha da poco curato un’edizione critica, la pensa così: “Quando è uscita la ristampa anastatica dell’edizione Bompiani – racconta – mi trovavo a Berlino. Lo storico e giornalista Sven Felix Kellerhoff, caporedattore di Die Welt, mi chiese che cosa pensassi di quella trovata. Io risposi che, a mio avviso, quella pubblicazione era la risposta della famiglia Berlusconi alla c.d. legge sul negazionismo, di cui non condivideva l’impianto “liberticida”. A distanza di un anno confermo la mia riflessione di allora e – aggiungo – che l’operazione fu anche di natura culturale e commerciale: da un lato, lanciare la collana di testi dedicati al Terzo Reich e, dall’altro, sostenere la tesi della “nuova egemonia economica tedesca” (il Quarto Reich). Ora, la difesa di Sallusti è stata debole perché l’edizione proposta non è affatto critica (non basta l’introduzione di uno storico ancorché valido come Perfetti per renderla tale). In secondo luogo, se è condivisibile l’assunto che il nemico vada conosciuto per essere meglio combattuto (e battuto), mi chiedo quale tesi “forte” abbia sostenuto l’edizione proposta dal Giornale. In terzo luogo, non è minimamente paragonabile lo sforzo dell’edizione dell’Institut fuer Zeitgeschichte di Monaco (con tutti i limiti che citerò) alla ristampa anastatica dell’edizione Bompiani (del secondo volume, tradotto da Angelo Treves). Per tutti questi motivi, ritengo che l’operazione sia stata molto discutibile.

L’edizione che lei ha curato con sua moglie per “Free Ebrei” può sembrare ai profani un’edizione analoga all’edizione critica prodotta dall’Institut fuer Zeitgeschichte di Monaco. Ma forse non è così. Se ne discosta? In che modo?
L’edizione “Free Ebrei” (che ho tradotto con la mia compianta consorte Alessandra Cambatzu) non è affatto analoga a quella tedesca. Come ho spiegato nell’introduzione, la nostra edizione cita sì alcune note dell’edizione tedesca, ma non è affatto una sua copia. Anzi, proprio per dimostrare la discontinuità con l’approccio tedesco abbiamo, da un lato, introdotto ogni capitolo con un’analisi del testo e, poche settimane fa, pubblicato un secondo volume di saggi dedicati alla storia del libro, al contenuto, all’uso politico e didattico. L’edizione tedesca si è posta tre obiettivi: presentare al lettore le fonti di Hitler, vagliare alla prova dei fatti le sue affermazioni, valutare la loro realizzazione dopo il 1933. Si tratta, in altre parole, di un lavoro di natura filologica. Quest’opera è indubbiamente di grandissima rilevanza etico-politica, perché consente al lettore di avvicinare un testo difficile come il Mein Kampf (difficile per ragioni sintattiche, estetiche, culturali e politiche). Ma si tratta di un’operazione “politicamente corretta”: non sposta di una virgola la percezione (e la concezione) del nazionalsocialismo. Tutti sappiamo che un politico tende a manipolare i fatti per piegarli alla sua posizione politica. Perché Hitler avrebbe dovuto essere diverso? Cercare la corrispondenza tra affermazioni e fatti (dopo il 1933) può essere rassicurante in un’ottica intenzionalistica (perché dimostra che il “gran disegno” hitleriano era già chiaro ben prima della presa del potere), ma non ci porta alcuna nuova comprensione del Mein Kampf. E qui veniamo al punto. Tanto Sallusti (citando superficialmente Sun Tzu e la sua classica “Arte della guerra”), quanto l’Istituto di Monaco non hanno tentato di analizzare il testo hitleriano dal punto di vista logico e retorico, forse perché hanno ritenuto che ciò fosse inutile (il male del nazismo è un fatto “oggettivo”) o – come io credo – perché mancavano degli strumenti culturali e interpretativi. La nostra edizione critica – come avrebbe detto lo stratega cinese vissuto oltre duemila anni – ha tentato di conoscere il “cielo” (oltre che la “terra”), ovvero ha proposto una chiave di lettura innovativa: il Mein Kampf va visto come una sorta di “romanzo poliziesco”, dove il medico-detective (Hitler) guida il lettore attraverso la visione degli indizi e l’individuazione del colpevole del male (cioè della “pugnalata alla schiena”). Già anni fa, dedicandomi alla figura di Julius Langbehn, avevo sostenuto l’uso del paradigma indiziario come metodo non solo storiografico (mi riferisco a Carlo Ginzburg), ma anche “pragmatistico” per studiare i movimenti politici di massa del Novecento. Grazie anche allo studio dello storico americano Ben Novak dedicati alla logica abduttiva di Peirce (studiata anche da Umberto Eco nei suoi lavori di semiotica del romanzo popolare), è stato possibile scoprire e valorizzare la grande modernità del Mein Kampf e spiegare l’enigma del consenso (al di là del contesto storico, sociale ed economico). Esso si basa, per farla in breve, nella capacità da parte di Hitler (vorace lettore di Karl May, una sorta di Salgari tedesco) di utilizzare un percorso letterario “divinatorio” nella costruzione politica del nemico. Qui sta l’interpretazione storiografica “forte” della nostra edizione critica, oltre all’aggiunta di un apparato bibliografico, analitico ecc.

Come Lei sa, sono molte le persone che si dicono contrarie alla ripubblicazione del Mein Kampf. Intravedono nella diffusione di quel libro un’operazione pericolosa di “normalizzazione” del linguaggio antisemita che ne costituisce uno dei cardini concettuali. Crede sia possibile una lettura critica in qualche modo asettica e priva di giudizio etico sul libro?
La nostra edizione è critica. Questo dovrebbe tranquillizzare tutti coloro che temono che il testo possa creare una nuova generazione di antisemiti. Esistono molte edizioni clandestine e prive di note (per lo più ristampe anastatiche di quella Bompiani), quelle sì capaci di fomentare i peggiori istinti antiebraici e antisemiti. Ma veniamo al vero problema della sua domanda: “normalizzare” il linguaggio antisemita. Che cosa intendiamo con normalizzare? Se col termine intendiamo condurre entro “i limiti della ragione” l’antisemitismo, allora il nostro lavoro punta a questo: far capire al lettore che l’antisemitismo, cioè una certa visione dell’ebreo, esiste e va accettata. Ora, accettare che esista un certo linguaggio non significa certo approvarlo oppure sostenerlo. Significa accettarlo come “forma” argomentativa di una determinata (ed estrema) situazione umana. Questo è, a mio avviso, l’unico modo per poter sconfiggere veramente l’antisemitismo. Se pensiamo che dopo settant’anni alcune idee circolano ancora e che il divieto non ha sconfitto l’antisemitismo, bisogna chiedersi che cosa non abbia funzionato. Possiamo pensare che l’antisemitismo sia sempiterno oppure che vi sia un odio congenito e irrazionale verso gli ebrei. Oppure che i responsabili politici abbiano sbagliato qualcosa o che il cammino “illuministico” dell’uomo sia ancora molto lungo. Ma tutto questo non può bastare, a mio avviso, a sconfiggerlo. L’antisemitismo è un mito e va affrontato con un altro mito ancor più forte. La ragione argomentativa non basta: è come tentare di uccidere un lupo cattivo e affamato con le armi del dialogo. Al tema del contromito dedicherò un saggio nei prossimi anni.
Ora, per tornare all’edizione critica di “Free Ebrei”, io credo che i testi come quello di Hitler vadano letti in maniera asettica, perché altrimenti la loro pubblicazione è inutile: chi è antinazista rimarrà antinazista e chi è filonazista rimarrà filonazista. Se vogliamo rompere il muro che separa i due schieramenti, bisogna sottoporre ad analisi critica qualsiasi documento, anche il peggiore. La storia ci insegna che non sono i libri, ma il loro uso politico ad aver ucciso gli uomini. Le nuove generazioni di studiosi e di cittadini devono avere il coraggio di andare oltre i propri “padri”, non per tradire la loro memoria, ma per renderla più utile ed efficace per la loro esistenza futura. Non è un caso che la mia edizione critica abbia subito pesanti attacchi (e il silenzio) da parte dell’area dell’estrema destra: il nome (“Free Ebrei”) ci ha subito associati alla “lobby sionista” e, poi, commentare un testo come quello hitleriano significa – ai loro occhi – manipolarne il significato intangibile. Certo, non sono mancati lettori della parte opposta che hanno sostenuto l’inutilità di pubblicare un testo del genere. Ormai tutto si sa di Hitler e del nazismo, perché rovistare nel fango? Io invece credo che Hitler e il nazismo non siano stati capiti a fondo e che il nostro lavoro critico può certo contribuire a gettare un po’ di chiarezza sulle loro strategie argomentative.

In Germania esiste una certa concordanza di vedute sulla possibilità che il Mein Kampf sia usato a scuola per educare i giovani alla tolleranza. Io stesso in un saggio di oltre vent’anni fa ne raccomandavo un’attenta lettura critica in ambito scolastico. Ritiene che questo metodo “omeopatico” possa funzionare, specialmente in un’epoca come la nostra caratterizzata da grandi flussi migratori? Se sì, in che modo?
La concordanza di vedute è pressoché unanime (anche fra le comunità ebraiche tedesche, a eccezione forse di quella bavarese). Il problema è come mediare un testo storicamente così impegnativo. L’uso dell’edizione commentata tedesca è difficoltoso per varie ragioni. È necessario un lavoro di adattamento agli standard scolastici. Nei saggi pubblicati nel secondo volume della nostra edizione critica alcuni studiosi e docenti tedeschi si sono soffermati sulle forme in cui avvicinare il pubblico a questo testo. Io sono favore all’uso accorto e contestualizzato del Mein Kampf a scuola, sia per spiegare ai giovani come ragionava l’autore, sia per mostrare come le condizioni storiche possono spingere la ragione “illuminista” a commettere atti efferati e a ricadere, di fatto, nella barbarie più profonda. D’altro canto, non so se il fenomeno della persecuzione antiebraica illustrata nel testo hitleriano sia paragonabile al problema migratorio di oggi. Bisogna ricordarsi che il Mein Kampf è essenzialmente un testo della Repubblica di Weimar. Gli ebrei di cui parla Hitler sono fondamentalmente i cittadini di confessione mosaica dello Stato tedesco. Paragonare cittadini dotati di pieni diritti e pienamente integrati con gli immigrati in fuga dalle guerre o dalla fame è, a mio modo di vedere, alquanto azzardato.
Non certo per sminuire la condizione umana dei secondi, ma, al contrario, per enfatizzare quello che fu il vero dramma degli ebrei tedeschi: vedersi rifiutati da uno Stato e da una cultura di cui loro si sentivano pienamente parte e partecipi. Quanto ai modi in cui mediare il Mein Kampf, io credo che ci siano due grandi strade: una “istituzionale”, una “psicodrammatica”. Da un lato bisogna che il docente selezioni
alcuni brani o alcune sezioni del testo e fornisca ai ragazzi gli strumenti storici, culturali e retorici per analizzarli. Tralasciando (per quanto è possibile) la storia degli effetti, è giusto e opportuno che i giovani si rendano conto del linguaggio utilizzato dal nazismo, delle sue radici storiche e culturali e delle ragioni del suo “fascino”.
In un secondo luogo, i ragazzi devono poter comprendere che l’approccio emotivo, “sentimentale” e “risentito” offerto dal nazismo (cioè il suo populismo) non è una soluzione dei problemi (politici, economici, sociali, ecc.), anzi è un modo per esacerbarli e per condurre poi loro stessi e le persone più care ai bordi dell’abisso (qui le letture di testi come quello di Anna Frank, Primo Levi ecc. potrebbe essere di grande aiuto). Accanto a questo approccio “istituzionale” vi è, a mio avviso, un altro modo di avvicinare i giovani a questi testi. Fare in modo di creare una specie di gioco di ruolo “vittima”-“carnefice”. Non basta simpatizzare con la vittima per poter acquisire una visione complessiva delle cose. Bisogna anche (inizialmente) capire il “carnefice”, entrare nella sua testa e nei suoi sentimenti e, in qualche modo, metterli in “scena” (in forma teatrale, per esempio). Questo modo può condurre a una forma di catarsi finale, perché il ragazzo, depurato dalle
scorie della storia, può finalmente acquisire un solido bagaglio culturale e umano (i cosiddetti anticorpi) per affrontare nella vita avvenire forme di intolleranza più o meno larvate che potrebbe dover affrontare. Il divieto non basta coi giovani, ma bisogna costruire faticosamente il loro assenso. Ma per farlo non bisogna aver paura di guardare e di “vivere” il lato oscuro della condizione umana.

Il proliferare di edizioni del Mein Kampf sembra non arrestarsi. Ne hanno riproposta una gli editori neofascisti di Thule, e ora è in preparazione un’edizione critica Garzanti che si aggiunge a quella curata da lei. Non trattandosi di un testo particolarmente affascinante e, anzi, un po’ noioso se non ci si occupa in maniera specialistica delle origini del nazismo e dei totalitarismi, Lei pensa che le nuove edizioni del Mein Kampf e di testi simili abbiano un futuro?
Non so cosa ne sarà delle future edizioni del Mein Kampf di cui Lei parla (ammesso e non concesso che ce ne saranno). Posso solo dire che l’edizione Thule è un esempio di come non fare un servizio pubblico. I curatori hanno ritradotto integralmente il testo, anche se alcune rese sono discutibili (come “giudeo” e “giudaismo”) e sin troppo letterali. In questo modo non hanno favorito la leggibilità e la scorrevolezza di un testo così pesante di suo. Inoltre, Thule ha evitato di fornire un apparato critico, sostenendo che esso avrebbe “tradito” e “guastato” l’originale. Ora, il motivo è un altro: se i curatori avessero commentato il Mein Kampf, avrebbero potuto incorrere nell’apologia del nazismo oppure nella sua critica. Nel primo caso avrebbero potuto avere problemi giudiziari. Nel secondo avrebbero scontentato i loro lettori. Come detto, è necessario che un testo come il Mein Kampf vada pubblicato criticamente. Ciò che abbiamo fatto noi di “Free Ebrei” non è affatto un’operazione commerciale (come hanno malignato alcuni filonazisti), ma è stata dettata dall’esigenza di costruire un “ponte” verso le nuove generazioni. Per costruire questo ponte, a volte, bisogna scendere all’inferno (come fece a suo tempo Dante) per poi risalire verso le “stelle”.
Più prosaicamente, rifacendoci alle parole citate all’inizio di Sun Tzu (che Sallusti ha citato, ma di cui non ha capito lo spirito), bisogna imparare a conoscere veramente il proprio nemico per poterlo sconfiggere. Ma per conoscerlo bisogna capirlo.

Gadi Luzzatto Voghera, direttore Fondazione CDEC, Pagine Ebraiche Ottobre 2017