Livelli di guardia – Qui Vienna
La politica della demenza digitale
alimenta i mostri dell’Europa

Lo sciagurato e preoccupante risultato delle elezioni politiche in Austria, che spinge il giovanissimo leader dei Popolari Sebastian Kurz, uscito vincitore dal confronto, nelle braccia di un’ultradestra in forte crescita, porta fino ai confini italiani un monito sul nostro futuro.
La delusione del risultato raccolto dalla compagine dei socialdemocratici, un tempo dominante e determinante nella costruzione dell’Austria democratica uscita dalla Seconda guerra mondiale, l’uscita dal parlamento di Vienna dei Verdi e di altre forze progressiste, la forte pressione xenofoba che attraversa trasversalmente una società prospera e felice come quella della repubblica alpina, che fa registrare un tasso di disoccupazione vicino allo zero e continua a segnare un forte incremento di crescita economica, costituiscono elementi su cui riflettere anche per le ricadute che i nuovi equilibri potrebbero comportare sull’opinione pubblica di altri paesi, incluso il nostro.
L’Austria è stata tradizionalmente la casa di tutte le minoranze, il contenitore delle arti, della libera creatività, delle religioni e delle diverse culture e allo stesso tempo la fucina dell’antisemitismo e di tutti gli orrori che hanno contrassegnato il Novecento. In ogni caso un laboratorio da tenere d’occhio, capace di influenzare fortemente anche equilibri che vanno molto al di là dei suoi oggi ristretti confini.
Ma nella sconfitta del cancelliere socialdemocratico uscente Christian Kern, oltre alla tragedia di un fronte progressista capace ormai di esprimere solo idee sbiadite secondarie, comunque lontane dalle preoccupazioni e dalle aspirazioni della maggioranza dell’opinione pubblica, c’è da leggere anche un’altra lezione. Il colpo di grazia alla compagine progressista, infatti, è venuto dall’incredibile e maldestro maneggiamento dei social network cui si è affidata una classe politica che sotto il profilo della comunicazione ha commesso ogni possibile errore.
Mettersi nelle mani di avventurieri che promettono di indirizzare l’opinione pubblica spostando il consenso attraverso l’emozionalità generata dai social network si è rivelata una scelta arrischiata e perdente. E gli scandali che hanno sconvolto Vienna nelle ultime settimane, quando alcune inchieste giornalistiche hanno messo a nudo una penosa fabbrica di false notizie improvvisata affrettatamente per screditare gli avversari, non potevano che ritorcersi contro chi aveva imboccato imprudentemente il percorso avvelenato della demenza digitale.
Una volta di più abbiamo avuto la tragica dimostrazione che i social media, per la loro natura frammentaria e incontrollata, favoriscono un populismo esibizionista, irragionevole e intollerante e si rivelano una trappola per i movimenti e le organizzazioni che imprudentemente affidano la trasmissione delle proprie idee ai grossisti della propaganda e ai cottimisti dei “mi piace” da vendere e comprare sottobanco.

gv

(17 ottobre 2017)