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Dossier Musei, Pagine Ebraiche
Unire modernità e storia antica

meis
Un progetto con una propria identità, che intreccia il passato con un’anima profondamente contemporanea e che si integra nello spazio urbano di Ferrara. Un luogo per raccontare la storia plurimillenaria dell’ebraismo italiano ma anche uno spazio di confronto, di studio, di incontro aperto al pubblico. Il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah prosegue spedito nella sua realizzazione: un cantiere aperto, come più volte è stato raccontato su queste pagine, che con l’importante tappa di domani – con l’inaugurazione del corpo C del progetto museale e della mostra Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni – viaggia verso il completamento previsto per il 2020. “L’estrema modernità della realizzazione architettonica e la veste con le facciate vetrate si relazioneranno bene all’intorno piuttosto minuto” racconta a Pagine Ebraiche l’architetto Carla Di Francesco, responsabile unico del procedimento. “Infatti i nuovi fabbricati (quello verso Rampari San Paolo, da cui si entrerà, con bookshop e ristorante, e quello destinato all’area espositiva e all’auditorium) saranno caratterizzati da elementi rettangolari a lame, sfalsati in pianta e ad altezze diverse, che non supereranno mai quelle dell’edilizia circostante”. Nominata in estate nuovo Segretario Generale del Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo (MiBact), Di Francesco ha seguito sin dall’inizio l’iter del progetto Meis, con la scelta dell’amministrazione comunale ferrarese guidata dal sindaco Gaetano Sateriale di utilizzare l’area dell’ex carcere di via Piangipane per la realizzazione del progetto del museo dell’ebraismo italiano. “La sede dell’ex carcere è stata scelta nel 2008, suscitando reazioni all’inizio anche un po’ tiepide, specie da parte di chi avrebbe preferito la realizzazione di un Museo ex novo, senza già una storia alle spalle. La sfida di volgere una prigione, emblema di chiusura per antonomasia, nel suo contrario, cioè in un luogo aperto, è senz’altro impegnativa”, spiega Di Francesco. Secondo alcuni, sottolinea la dirigente del MiBact, la struttura necessariamente chiusa di un carcere dal punto di vista architettonico non poteva adattarsi al concetto opposto “di museo, luogo che rappresenta in tutti i sensi l’apertura”. “Dubbi legittimi e comprensibili – sottolinea – e la nostra sfida è stata quella di tradurre” un linguaggio architettonico in uno diametralmente contrario. Il primo intervento aveva portato alla riapertura della struttura, mentre, dopo la demolizione di una parte dei fabbricati costruiti a inizio Novecento, hanno preso il via i lavori che stanno trasformando completamente il vecchio carcere cittadino. Terminato nel 1912, costruito a spese dello Stato su progetto dagli ingegneri
Bertotti e Facchini dell’Ufficio del Genio Civile, in base alle indicazioni del Ministero dell’Interno. Le opere, dirette dagli ingegneri Ponti e Fabbri dello stesso ufficio ed eseguite dall’impresa Luigi Brandani, avevano portato a un edificio che per ottanta anni è stato la sede delle prigioni della città sino a quando, nel marzo 1992, i detenuti vennero trasferiti in una più moderna casa circondariale. “Abbiamo ragionato in modo da mantenere un senso urbano all’ex penitenziario – aveva spiegato Di Francesco nel corso di una delle visite aperte al pubblico del cantiere del Meis – conservandone un pezzo significativo, ovvero il corpo di fabbrica che stiamo terminando e che verrà inaugurato il 13 dicembre, con la grande mostra sui primi 1.200 anni di presenza ebraica in Italia”. Quella sezione – che tra ristrutturazione, adeguamento e rimodulazione vale circa 8 milioni di euro, comprese le nuove fondazioni, le operazioni di abbattimento di parti superflue e lo smaltimento di macerie e rifiuti speciali – è rappresentativa della tipologia carceraria inaugurata da Carlo Fontana nel 1703, a Roma, con la casa di correzione San Michele: un carcere stretto e lungo, dotato di corridoi e di un ballatoio su cui affacciano le celle. Una formula poi rivista e resa più complessa nelle versioni ottocentesche a panopticon, come San Vittore e Regina Coeli, con una cappella centrale verso cui convergono i bracci.
Quattro i corpi in cui è stato suddiviso il progetto, ideato dallo studio Arco-Architettura di Bologna: il corpo A è la Palazzina di via Piangipane, già visitabile, ed era l’ex foresteria e ingresso del vecchio carcere; il B, l’ultimo ad essere realizzato, ospiterà la mostra permanente e, diviso in quattro volumi rappresenterà idealmente con l’aggiunta del corpo D il Pentateuco, ovvero i cinque libri della Torah. Nel corpo C troveranno invece spazio il centro di documentazione, la zona di laboratori per i bambini e le mostre temporanee. “L’esposizione che prende il via il 13 dicembre si adatta dunque a uno spazio che non è quello della mostra permanente. Ed è un fattore che anche i curatori (Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla) hanno tenuto in considerazione”, sottolinea Di Francesco.
La realizzazione dell’intero progetto del Meis, afferma ancora il Segretario generale del MiBact, è stata volutamente divisa in tre lotti in modo da permettere un’apertura progressiva del Museo e della sua fruibilità al pubblico. E grazie al grande investimento del Governo italiano e alla fruttuosa collaborazione tra le istituzioni in gioco, il cantiere, pezzo dopo pezzo, viaggia deciso verso il completamento. “Nato grazie ad una legge approvata da tutte le forze politiche nel 2003, il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara vuole rappresentare una grande sfida culturale”, aveva ricordato il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. Una sfida che segnerà il futuro dell’ebraismo italiano e del suo ruolo fondamentale nella storia d’Italia.

d.r.
dal dossier Musei – Pagine Ebraiche, dicembre 2017

(12 dicembre 2017)