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luce…

Dopo molti anni di difficoltà e di peripezie, Giacobbe finalmente torna a casa desiderando di godersi figli e nipoti in serenità. Si rende conto però che il conflitto principale è proprio dentro alla sua famiglia ristretta. Si interroga con inquietudine in cosa ha sbagliato nell’educazione dei suoi figli per aver originato così tanto odio e violenza tra i fratelli.
La Torà, in modo esplicito, riconduce i motivi di questa situazione al fatto che: “…Israele (Giacobbe) amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli e gli fece un abito di “pasim” …. “(Bereshìt, 37 ;3). Cosa significa la parola “pasim”? Cè chi traduce “dai molti colori”, e c’è chi dice “a strisce”.
Come se Giacobbe avesse voluto coprire e proteggere Giuseppe con un vestito da “carcerato”. Ognuno di noi cerca di risparmiare ai figli le proprie fatiche e sofferenze anche se a volte è un’illusione mortale. Giuseppe, infatti, alla sua prima uscita fuori casa viene “sbranato”, ed è proprio il vestito della “protezione/carcerazione” a essere lacerato e a colorarsi di sangue. Ma “pasim”, in ebraico, significa anche “rotaie”. Una tunica che sembra la metafora di una coazione a ripetersi.
Chanukkà, dalla radice “chinukh”, festa dell’educazione, ci richiama a offrire ai figli strumenti per rielaborare il passato alla luce del presente, per poter realizzare un’identità, espressione dei tempi in cui si vive, “…bayamìm aem bazemàn azè…”, “…in quei giorni, in questo momento…”. L’aggancio col futuro è nel presente dell’educazione in cui ogni luce /figlio ha una vita propria, e questa sua luce propria ha una durata e un’inclinazione diversa da quella dell’altra. Chag Chanukkà Sameach

Roberto Della Rocca, rabbino

(12 dicembre 2017)