Chi scrive lo deve fare per informare i suoi lettori o anche per formarli? Esistono, se si vuole fare giornalismo ebraico, specifici vincoli posti dalla prospettiva della nostra cultura, o anche in questo ambito deve prevalere esclusivamente il principio della libertà di stampa e di coscienza?
Questo uno dei moltissimi temi di discussione suggeriti alla nascente redazione dal Rav Benedetto Carucci Viterbi, ospite a Trieste per incontrare i giornalisti praticanti e alcuni membri della comunità. Lo si poteva incrociare, passeggiando per le stradine di Lubjana vecchia con la guida straordinaria di una giornalista triestina di lingua slovena, Elisabetta Tomsic, che ha svelato alla redazione molti segreti di questa nuova affascinante capitale della nuova Europa. O mentre discuteva affabilmente di etica e religione, di Dostoevskij e rock americano (nella fattispecie di Bruce Springsteen, lo chiama con disinvoltura “the boss”). Rav Carucci Viterbi si conferma un interlocutore stimolante, aperto e amichevole, uso all’insegnamento e al confronto coi giovani, sempre arguto nelle osservazioni. Non predica teorie chiuse e precostituite ma pone domande aperte, non solo consente ma impone la riflessione.
Gli argomenti trattati sono i più vari: si parla di lashon harà (maldicenza), si ragiona sul caso D’Addario alla luce degli scritti del pensatore Chafez Chaim sulla maldicenza. Viene discussa l’insidiosità della questione demografica per l’ebraismo italiano e le politiche da adottare al riguardo.
Si assiste anche a un’autocritica, che coinvolge il rabbinato italiano nel suo complesso; il Rav rileva un deficit di comunicatività nella classe dei nostri leader religiosi, un conservatorismo che riguarda sia le modalità che i contenuti del messaggio proveniente dal magistero, il quale rischierebbe di essere interpretato dalla gente comune come una deriva rigoristica. Questa preoccupazione del Rav Carucci Viterbi riguarda una tendenza cui ha accennato anche il Rav Riccardo Di Segni, ventiquattr’ore prima, nella medesima sede. Tali considerazioni sono probabilmente all’origine di due idee emerse nel corso della giornata, finalizzate entrambe a coinvolgere nel dibattito pubblico e magari anche provocare i nostri rabbini su argomenti spinosi e attuali, d’interesse comune per la comunità ebraica italiana. Una s’ispira ad una rubrica del settimanale ebraico americano “Moment”, nella quale viene rivolta la stessa domanda a dodici rabbini, volutamente eterogenei (hortodox, conservative, reformed). Poi si analizzano e dibattono le divergenze e le convergenze di opinioni. L’altra è di pubblicare ogni domenica tutte le derashot del sabato mattina pronunciate nelle diverse sinagoghe, in modo da offrire agli ebrei un contatto intellettuale diretto e continuo con la classe rabbinica nel suo insieme.
Ritorna anche un altro problema sollevato già dal Rav Di Segni: quello dell’ “identità patologica” dell’ebraismo nostrano, della percezione falsata o incompleta che ha di sé. A questo proposito il Rav Carucci Viterbi lamenta la tendenza a insistere smisuratamente su alcuni “tormentoni”: su tutti, l’antisemitismo e la Shoah. Al di là del pur reale pericolo d’inflazionare l’argomento sminuendone la portata, preoccupa l’esigenza di mascherare con questo l’incapacità di una seria riflessione sulla nostra natura e sulle nostre prospettive adesso e qui. E di ciò deve tener conto, chi fa informazione.
I lavori proseguono con una lezione del professor Claudio Luzzati, docente di psicologia fisiologica presso l’Università Bicocca di Milano. Ripercorre la storia delle teorie sul rapporto mente-corpo, partendo dall’arcaica ipotesi cardiocentrica, professata da Aristotele e dai suoi seguaci fino al sedicesimo secolo, che pone nel cuore la sede dell’anima umana. Passando poi per Ippocrate, Galeno, Cartesio e la sua ghiandola pineale, arriviamo fino a Freud e alle neuroscienze moderne (che notiamo essere quasi a esclusivo appannaggio giudaico), fino a Jakobson e Chomsky e i lori modelli cognitivi. Studiare i meccanismi psicofisiologici del linguaggio si rivela un argomento affascinante ma anche inesauribile in un sola lezione, cui ci ripromettiamo di dare un seguito nel corso della settimana.
Manuel Disegni