“Un discorso diseducativo e inaccettabile”. Dura presa di posizione del presidente della Comunità ebraica di Torino, Beppe Segre – impegnato questa mattina nelle celebrazioni al Sacrario del Martinetto dedicato ai caduti per la Resitenza (nella foto, un momento dell’evento che si tiene ogni 5 aprile, quest’anno anticipato al 4 per poter permettere alla Comunità ebraica torinese di partecipare)- , dopo l’intervento tenuto dal senatore Michelino Davico (Grandi Autonomie e Libertà) a Mondovì in occasione della cerimonia dello scorso 31 marzo in memoria dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. “In quella occasione ho sentito il discorso che Lei ha tenuto – scrive il presidente Segre in una missiva diretta – Ricordo che ha parlato di difficoltà di comprendere la effettiva verità dei fatti storici e che ha detto che la storia è scritta dai vincitori. Ha poi insistito sul fatto che bisogna pensare al futuro e non soffermarsi sul passato e, come esempio di fatti che hanno grande importanza sul futuro dei giovani e di tutti noi, ha citato il progetto di riforma del Senato e le nuove tecnologie digitali, su cui poi si è soffermato a lungo, esponendo come esempio i telefoni cellulari di ultima generazione”. Nessun ricordo per le vittime delle Fosse Ardeatine, non per gli ebrei di Mondovì deportati dai nazifascisti nei campi di concentramento e di sterminio, non per chi pagò con la vita la difesa della libertà. “Invece i ragazzi – afferma Segre, riferendosi alla presenza di diverse scolaresche – sono stati testimoni del fatto che un rappresentante delle Istituzioni, Senatore della Repubblica, ha sprecato l’occasione di trasmettere un insegnamento di etica ed una riflessione sulla storia del nostro paese, e si è limitato a esternare biechi concetti revisionistici”.
Nella lettera il presidente Segre ricorda come già al termine della manifestazione, avesse esposto il suo sconcerto per un discorso che sviliva la memoria di un passato che costituisce una ferita per il mondo ebraico e per l’Italia intera, e sulle cui ceneri è nata la democrazia del nostro paese. Allo sconcerto di Segre, il senatore Davico “mi ha ancora risposto che non bisogna guardare troppo indietro e “che il sangue deve unire e non dividere”, scrive il presidente. “C’erano ragazzi a sentire i discorsi, ed è doveroso insegnare ai giovani che, se a tutti i morti dobbiamo rispetto, non tutti gli uomini si comportarono in modo uguale – sottolinea Segre – Ci furono persone che furono succubi dell’ideologia nazifascista e collaborarono a quel folle progetto di conquista del mondo e di sterminio dei “diversi”, e ci furono Giusti che misero a rischio la vita propria e dei propri familiari per fornire aiuto e solidarietà a persone in pericolo, e che ognuno è responsabile delle proprie azioni”.
Daniel Reichel
Di seguito il discorso tenuto oggi dal presidente Beppe Segre in occasione della celebrazione al sacrario del Martinetto di Torino in memoria dei caduti per la Resistenza.
Torino, 4 aprile 2014
Siamo qui a ricordare il sacrificio dei componenti del Primo Comitato Militare del C.L.N. Piemontese:
1. Giuseppe Perotti,
2. Franco Balbis,
3. Quinto Bevilacqua,
4. Giulio Biglieri,
5. Paolo Braccini,
6. Enrico Giachino,
7. Eusebio Giambone,
8. Massimo Montano,
fucilati in questo luogo il 5 aprile 1944, 70 anni fa.
Nel pronunciare i loro nomi, intendo portare l’omaggio della Comunità Ebraica a tutti i resistenti che caddero vittime della crudeltà del regime nazifascista, qui a Torino come in ogni parte dell’Europa occupata.
Appartenevano a ideologie, fedi religiose e popoli diversi, ed ebbero il coraggio e la forza di opporsi ad un sistema di disprezzo e di follia che cercò di conquistare il mondo e che provocò decine di milioni di morti.
Oggi, insieme a voi, vorrei ricordare tutti loro con impegno tipicamente ebraico.
Il comandamento “Ricorda”, “Zachor”, ripetuto nella Bibbia 169 volte, risuona nella storia e nella cultura di tutti gli ebrei del mondo, innanzitutto da quando “schiavi nel Paese d’Egitto” riuscirono a
liberarsi dal giogo dell’aguzzino e guidati da Mosé compirono l’Esodo verso la Terra Promessa.
Da allora quel ricordo di servitù e di lotta per la redenzione viene celebrato nella sera di Pesach, non come un evento lontano ma come una realtà sempre attuale e come un impegno per il futuro. Per queste ragioni gli ebrei italiani celebrano la Resistenza e la Lotta di Liberazione da italiani e da ebrei, fieri della duplice identità che da sempre li caratterizza.
Voglio esprimere il mio ringraziamento al Corpo Italiano di Liberazione e ai 650.000 IMI, Internati Militari Italiani, che dopo l’armistizio dell’8 settembre risposero “No” alla chiamata della
Repubblica Sociale. I primi combatterono al fianco degli Alleati mentre gli IMI, piuttosto che entrare nelle file dei nazifascisti, preferirono affrontare una durissima prigionia in Germania.
Voglio esprimere il mio ringraziamento ai partigiani, “uomini liberi che volontari si adunarono per dignità, non per odio decisi a riscattare la vergogna e il terrore del mondo”.
Voglio esprimere il mio ringraziamento ai volontari stranieri che chiesero di arruolarsi per liberare l’Italia: ricordo la Brigata Ebraica, costituita nel 1944 all’interno dell’VIII Armata Britannica, da ebrei residenti nella Palestina del Mandato Britannico. La Brigata Ebraica, sbarcata a Taranto, risalì tutta la penisola fino a Tarvisio, e in particolare combatté per la liberazione della Romagna e dell’Emilia, da Ravenna a Bologna.
E infine voglio ringraziare i Giusti, le persone che rischiarono la vita loro e dei loro familiari per ospitare, nascondere, proteggere gli ebrei braccati dalla polizia fascista e dalle SS.
Anche questa fu Resistenza, e nessun ebreo sarebbe sopravvissuto nell’Italia occupata se non avesse avuto il sostegno e la solidarietà di persone generose.
Tra tutti i Giusti vorrei mandare un augurio colmo d’ affetto a Don Francesco Brondello che oggi ha 94 anni e vive la sua vecchiaia in una Casa di Riposo del Clero presso Cuneo. Nell’ottobre del 1943 centinaia di ebrei in fuga dalla Francia, attraversarono le Alpi per raggiungere le vallate del Cuneese, nella tragica illusione che in Italia la guerra fosse finita.
Don Brondello girò di baita in baita, nelle vallate controllate dalle SS, per distribuire aiuti e documenti falsi. Rischiò di persona per salvare la vita di donne e uomini sconosciuti, che venivano da paesi lontani, che parlavano un’altra lingua e che professavano un’altra religione.
Oggi, il ricordo del suo comportamento di umanità e di rispetto nei confronti di quegli stranieri disperati, costituisce per noi tutti un esempio di vita e un insegnamento.
Noi, oggi, ricordiamo l’impegno generoso ed eroico di tante persone che ci hanno trasmesso un lascito prezioso, la Costituzione della Repubblica Italiana.
La conquista della democrazia e dell’uguaglianza per tutti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, ha rappresentato la
rinascita della civiltà. Ho sempre pensato che si può parlare di civiltà soltanto quando i diritti umani di tutti, senza discriminazioni, vengono rispettati. Quando vengono negati i diritti di qualcuno, e si tratta sempre dei più deboli, la democrazia inizia a morire e con essa la civiltà.
Non dobbiamo pensare mai che la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà sociale, vale a dire la democrazia, siano una conquista definitiva.
I nipoti di quegli ebrei a cui Carlo Alberto con editti di tolleranza aveva concesso i diritti civili e politici, furono licenziati, espulsi dalle scuole, impediti nelle professioni, sottoposti al controllo di
polizia, a seguito delle leggi razziali approvate dalla Camera a scrutinio segreto e all’unanimità, e a distanza poi di soli cinque anni, furono dichiarati nemici dello Stato, depredati dei beni,
arrestati e deportati.
I nostri genitori furono braccati dai nazifascisti, i nostri nonni furono deportati, i nostri bisnonni passarono la giovinezza rinchiusi nei ghetti.
La mia è la prima generazione di ebrei, nella storia d’Italia, che ha vissuto in pace per tutta la vita, con gli stessi diritti degli altri cittadini italiani, grazie ai principi della Costituzione della
Repubblica.
Chiediamo alle forze politiche di vigilare affinché tali principi di democrazia non vengano alterati; da parte nostra denunceremo ogni atto di razzismo e di xenofobia, ogni insulto a chi ha la pelle di un altro colore, ogni offesa ai cittadini più deboli, convinti che sia questo il modo giusto per ricordare gli eroi della Resistenza e difendere gli ideali per cui hanno combattuto.
(4 aprile 2014)