Israele ha a tutt’oggi un sistema universitario molto brillante, con un numero di vincitori di fondi di ricerca competitivi, di articoli scientifici pubblicati e di brevetti fra i più alti al mondo in rapporto alla grandezza della popolazione. Il sistema rischia ora di entrare in crisi a causa dell’interferenza inconsueta del ministro della Pubblica istruzione Naftali Bennett nel delicato meccanismo del Consiglio superiore dell’Educazione superiore (Malag secondo l’abbreviazione in ebraico).
Malag è un organismo di coordinamento e di pianificazione del sistema accademico nazionale ma rappresenta anche un’importante barriera mediatrice fra la politica e l’accademia volta a preservare l’autonomia delle università. È composto da 19 rappresentanti delle università e dei collegi esistenti in Israele e include due rappresentanti del pubblico e il presidente dell’organizzazione nazionale degli studenti. È presieduto formalmente dal ministro ma di fatto è diretto dal vicepresidente che viene eletto dai membri ed è generalmente un accademico di grande prestigio (o in alcuni casi in passato, un giudice della Corte suprema). Poco dopo la sua entrata in carica un anno fa Bennett ha deciso di sostituire la vicepresidente del Malag, ex-Rettore della Open University, e l’ha sostituita con una persona di sua fiducia, una poco nota dottoressa di uno dei collegi, ossia un’accademica che non ancora giunta al grado di professore e oltre a tutto in uno degli istituti di minore prestigio.
Per usare una semplice metafora, Bennett si è comportato come il padrone di una prestigiosa squadra di calcio che incurante del fatto cha la squadra è al primo posto in classifica decide improvvisamente di cambiare il suo noto allenatore, sostituendolo con uno delle squadre giovanili. L’errore di Bennett è appunto di pensare che la squadra gli appartenga, mentre questa invece appartiene a tutto il popolo. L’ingerenza della politica nell’accademia è dannosa nella misura in cui con gesto populistico abbassa i criteri di ammissione e di valutazione dei programmi di studio e di ricerca; è deleteria se impone criteri dettati dalle ideologie del momento al posto della cauta e neutra valutazione della qualità obiettiva delle ricerche e dei titoli; è devastante se impone un pensiero unico omologato al vertice al posto dello scambio e della competizione fra le idee diverse e contrapposte. Esistono purtroppo tristi esempi storici degli abissi dove l’ingerenza politica possa portare il sistema universitario, fino al caso estremo del giuramento di fedeltà al regime imposto ai professori italiani negli anni ’30. Non è ancora il caso in Israele, ma il ministro Bennett farebbe bene a indietreggiare di un passo. Il sistema è abbastanza maturo per sapere come autogestirsi con profitto.
Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
(3 marzo 2016)