“Sono ricordi preziosi, frammenti di un passato che non esiste più narrati da chi li ha vissuti in prima persona, racconti che abbiamo registrato e raccolto per costituire una sorta di pozzo delle memorie che serve a ricostruire la vita delle persone, l’atmosfera del paese, i costumi, le abitudini, ma anche sapori, i profumi, riti…”. Così Adriana Goldstaub descrive l’immensa mole di materiale raccolto a partire dal 2011 dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano (Cdec): un centinaio di interviste, tutte registrate in video di durata variabile a seconda sia dell’abilità dell’intervistatore che, soprattutto, della voglia di ricordare e di raccontare dell’intervistato. Coordinatrice del progetto Edoth, ha raccolto, insieme a un team di volontari appositamente formati e seguendo una traccia preparata da Betti Guetta circa cento interviste a ebrei milanesi, scelti fra i più anziani nati in Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia e nella maggior parte dei casi fuggiti dai rispettivi paesi. “Per noi era soprattutto importante sentire le loro voci, essenzialmente perché quando hanno dovuto andarsene erano già adulti, e potevano quindi essersi formati una stratificazione di ricordi precisi, per noi preziosi”. Un progetto socio antropologico che documenta una realtà – quella ebraica milanese – estremamente ricca e unica in Italia. “Questa è la missione del Cdec – ha spiegato la direttrice del progetto Edoth, Liliana Picciotto – raccogliere la memoria ebraica del Novecento”. Così è nato il progetto di raccolta documentaria, un deposito di storia orale in cui ogni singolo intervistato porta le proprie specificità la propria storia di individuo, che va a sommarsi a quelle di coloro che sono fuggiti dallo stesso paese, per arrivare a comporre un mosaico preciso. Adriana Goldstaub, che ha raccolto personalmente molte delle testimonianze, spiega che quando si parla con queste persone spesso gli occhi si illuminano, e i racconti fluiscono senza esitazioni: “Alcuni degli intervistati erano emozionati, hanno raccontato per filo e per segno come hanno fatto, che traversie hanno passato, con la paura addosso”. Così ora negli archivi del Cdec si accumulano le storie, che raccontano di una integrazione faticosa ma quasi sempre di successo, in cui le tipicità della cultura di origine si sono spesso stemperate nella vita italiana. C’è chi racconta di essere stato chiuso in casa un mese e di aver regalato o svenduto tutto prima di partire e chi ricorda l’antisionismo, spesso molto venato di antisemitismo dei colleghi, le difficoltà e l’amarezza, ma anche spesso la storia del proprio successo uno volta arrivati in Italia: una signora libanese una vita arrivata a Milano ha iniziato a occuparsi dell’accoglienza delle profughe ebree arrivate con le migrazioni successive, impegnandosi per per non farle sentire sole, aiutandole ad inserirsi. Quella che sarebbe poi diventata la prima assistente sociale della comunità, invece, aveva studiato a Teheran, dove aveva anche già iniziato a lavorare prima della partenza per l’Italia. Tratto comune a tutte le storie è la necessità del nomadismo, l’aver dovuto cambiare paese per reinventarsi una vita altrove, semplicemente perché ebrei. “Va ricordato – ha spiegato Liliana Picciotto – che nel giro di due generazioni il mediterraneo si svuota dei suoi ebrei, e l’ebraismo sefardita perde quella supremazia anche culturale che aveva sulla scena internazionale. Dopo esserci preparati sul contesto storico abbiamo proceduto con le interviste, con l’idea di far aggiungere al quadro storico i frammenti di memoria, le vicende vissute, e anche di fare emergere un ritratto della natura ricca e composita della comunità ebraica milanese”. Caratteristica tipica degli ebrei di origine egiziana – uno dei gruppi più numerosi a Milano -, per esempio, è l’altro gradi di scolarizzazione precedente alla fuga: arrivati prima nel ‘57 e poi fra ‘67 e ‘68 sapevano inglese e francese e hanno trovato il modo di arrangiarsi. Si tratta di un caso di immigrazione riuscita, caratterizzata ora da un’altissima integrazione, con tracce di identità che restano a livello di cucina, di linguaggio, insieme a pochissima osservanza religiosa, che era però già bassa prima della partenza.
In previsione ora c’è l’estensione del progetto su base nazionale, a partire da una serie di interviste agli ebrei tripolini che verranno fatte a Roma, ma, come ha spiegato Betti Guetta, che ha lavorato allo schema per le interviste, mancano le forze, e anche i finanziamenti. “Si tratta di un lavoro che parla di identità, storie e tradizioni dei paesi di provenienza che racconta chi sono coloro che hanno scelto di venire in Italia. Oltre ad essere una quantità notevole di materiale – i video durano, in media, un’ora e mezza e si tratta di informazioni utilizzabili per molte ricerche”. Dalle analisi incrociate alla ricostruzione antropologica della storia di comunità che non esistono più, a uno studio sulle dinamiche dell’integrazione in Italia, sono molte le chiavi di lettura che potranno essere utilizzate. E tutto il materiale è a disposizione dei ricercatori.
Ada Treves