ORIZZONTI Al Museo della Shoah di Washington un incontro virtuale con i rifugiati

portal_holocaust_museum“Il Simon-Skjodt Center for the Prevention of Genocide si occupa di stimolare l’azione globale e tempestiva per prevenire i genocidi e catalizzare una risposta internazionale quando un genocidio si verifica”. Lo US Holocaust Museum di Washington, una delle più importanti istituzioni del mondo dedicate al ricordo e allo studio della Shoah, ma anche dell’antisemitismo contemporaneo (tra coloro che diedero un impulso fondamentale alla sua nascita il sopravvissuto e Premio Nobel per la Pace Elie Wiesel) prevede come parte del suo impegno la sensibilizzazione sul tema dei genocidi. A lavorare in questa direzione è un dipartimento ad hoc che oltre a monitorare e approfondire le situazioni a rischio in tutto il mondo, si propone di svolgere una funzione educativa. Destinatari della sua attività, opinion leader di ogni genere ma anche il grande pubblico, con iniziative varie, da scritti e ricerche a eventi e mostre. Così accanto al percorso permanente e a diverse rassegne temporanee dedicate alla Shoah, il Museo in questo periodo offre per esempio una mostra sulla Cambogia e i crimini dei Khmer Rossi, e una sui focolai di possibili futuri genocidi in questi primi anni del nuovo millennio. Proprio quest’ultimo, ha di recente catturato l’attenzione di molti grazie a una iniziativa unica del suo genere: la possibilità per i visitatori di incontrare virtualmente un rifugiato. “Il Portale: una conversazione in tempo reale con chi è costretto a fuggire dalla violenza” prevede una video-chat con un profugo dalla Siria o dai territori iracheni sotto il controllo dell’Isis. Come i fratelli Nassir, Zaid, Ayad e Mohammad Saiel, che con l’aiuto di un interprete hanno dialogato con Lorraine Boissoneault, giornalista della rivista Smithsonian da un campo profughi di Erbil (Iraq), dove vivono dopo aver lasciato la loro città occupata dall’Isis, i cui guerriglieri ne avevano ammazzato il padre. Boissoneault racconta come i ragazzi, tutti sotto i ventun anni, condividano alcuni degli orrori vissuti, la paura di morire, le bombe russe, la fuga, ma siano allo stesso tempo pieni di voglia di scherzare e discutere di cose semplici, e di curiosità verso l’America (compresa la domanda se sia vero che tutti gli americani provino un sentimento di ostilità nei confronti di arabi e musulmani e la sorpresa di sentirsi spiegare che non è così).
A sperimentare il Portale, anche un reporter della Jewish Telegraphic Agency, Ron Kampeas. A parlare con lui, un giovane rifugiato siriano sbarcato a Berlino (la capitale tedesca, insieme a Erbil e Amman in Giordania, è uno dei centri dove risiedono i profughi coinvolti nel progetto). Kampeas descrive il timore del ragazzo di fronte a un giornalista e per di più di una testata ebraica. Omar chiede di non rivelare dettagli che potrebbero condurre alla sua identificazione. Tra le storie che condivide, c’è anche la visita al museo di Storia di Berlino, e il suo orrore davanti ai racconti della Shoah.
“Uno dei messaggi più importanti che speriamo i visitatori recepiscano è che i genocidi non sono finiti con la Shoah, e possono essere prevenuti” ha sottolineato il direttore del Simon-Skjodt Center Cameron Hudson. “La nostra intenzione è aiutare la gente a capire la rilevanza della Shoah oggi e a riflettere sulle nostre responsabilità come cittadini in una democrazia”.

Rossella Tercatin

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