Lungo il cammino della mia professione, del mio esistere, del mio andare incontro a tantissime persone, ascolto tante storie, leggo e sento tante parole. A volte si tratta di incontri interessanti, stimolanti, preziosi, altre volte le orecchie sanguinano ferite dal numero esorbitante di “Io” che l’interlocutore inserisce nel suo parlare. “Io ho fatto così…quando ero in quel ruolo Io ho deciso in quel modo… quel problema sono Io che l’ho risolto…quella comunità Io l’ho salvata…”. Da un punto di vista squisitamente linguistico in tutte le principali lingue europee è considerato maleducazione mettere al primo posto il pronome di prima persona, singolare o plurale, quando ci si nomina in compagnia e, se non ricordo male, in Italia si insegnava: “‘Io e l’asino mio” proprio come ai bambini tedeschi si insegna ‘Ich und der Esel’, oppure, piú severamente, ‘Der Esel nennt sich zuerst’ (‘L’asino nomina sé stesso per primo’). Abbandonando la grammatica, l’unico Io che nella Torà si presenta da solo ed Assoluto è solo l’Anochì, Io sono L’Eterno, che certamente non ha a che fare con squisite regole grammaticali, ma con la Sua essenza di Onnipotente e di Io incomparabile. Scendendo di nuovo sulla Terra, un sonetto del Belli del 1833 ci ricorda: “Io e ll’asino mio! In oggni cosa Ve sce ficcate voi pe Ccacco immezzo. In ogni freggna sce mettete un pezzo Der vostro, e jj’appricate la scimosa.
Ma, ffratèr caro! e ssete stato avvezzo
Co sto po’ dd’arbaggìa prosuntuosa? Tutto sapete voi! ggnente ha la dosa,
Si pprima voi nun je mettete er prezzo! “Io vado, io viengo, io dico, io credo, io vojjo:
L’ho ffatt’io, l’ho vvist’io, sce sò annat’io…”Pe ttutto sc’entra l’Io der zor Imbrojjo.
Chi ssete voi? la tromma der Balìo, Er Papa, Marc’Urelio in Campidojjo,la Santa Trinità, Ddomminiddio?!”
Ed in sostanza, povere orecchie mie, ferite da un Io ossessivo che è così vicino al suono di: “Mi annoIo.”
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
(3 marzo 2017)