Dalla difesa della laicità al valore della cultura come ponte tra identità diverse, dal ruolo della comunicazione e dell’informazione alla sfida della Memoria viva. Senza dimenticare l’impegno per l’educazione, il legame con Israele, il complesso tema dell’integrazione. Numerosi gli argomenti toccati da Renzo Gattegna nei suoi editoriali su Pagine Ebraiche.
Raccontare gli ebrei italiani. Identità e integrazione
Notizie, riflessioni, opinioni. “Pagine Ebraiche” si propone di far conoscere i diversi aspetti della cultura e delle tradizioni ebraiche, di illustrare la vita ebraica e gli ebrei per quello che sono realmente. In questa stagione molte realtà religiose e gruppi minoritari chiedono agli italiani di essere indicati nelle loro preferenze per l’Otto per mille tramite campagne pubblicitarie su giornali ed emittenti radiotelevisive. L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ha deciso di tentare un strada nuova e di aprire, con queste pagine, un dialogo più articolato fatto di reciproca conoscenza e di arricchimento culturale della società italiana di cui la minoranza ebraica è da millenni
parte integrante.
Gli ebrei da oltre venti secoli sono in Italia una componente essenziale della vita civile, sociale e culturale. L’importante contributo che hanno offerto è rimasto poco conosciuto ed è stato poco valorizzato a causa dei pregiudizi e delle discriminazioni che in passato hanno prodotto lunghi periodi di isolamento culturale, prima ancora che fisico. Una società moderna deve porre fra i propri obiettivi prioritari quello di capire le differenze e valorizzare le diversità.
In questo impegnativo lavoro gli ebrei possono portare il contributo della loro storia e della loro esperienza. Perché sono stati per secoli il simbolo stesso della diversità e le vittime del pregiudizio e del razzismo. Perché sono riusciti a realizzare una completa integrazione senza perdere la loro cultura, le loro tradizioni e i loro specifici valori.
Le ultime generazioni, nate e cresciute dopo il 1945, godono del privilegio di essere sempre vissute in un paese libero e democratico e hanno scoperto il gusto e il valore del conoscere, dell’essere conosciuti e del comunicare. Il modo migliore per consolidare i diritti fondamentali è certamente quello di esercitarli nella loro pienezza. Da questo può nascere la pacifica convivenza, la reciproca comprensione, il rispetto delle diverse culture e, in definitiva, un futuro migliore.
(Maggio-giugno 2009)
Un nuovo corso
Gli ultimi cinquanta anni hanno segnato l’inizio di un nuovo corso nei rapporti fra ebrei e cristiani. Durante il pontificato di Giovanni XXIII rapidamente maturarono le condizioni per l’apertura del dialogo interreligioso su presupposti di pari dignità e reciproco rispetto. Questi principi furono solennemente affermati nella Dichiarazione Nostra Aetate che, concepita e voluta dal papa stesso, fu completata dal suo successore Paolo VI e promulgata, il 28 ottobre 1965, dal Concilio Vaticano II. Da allora molti passi positivi sono stati compiuti e gli immancabili momenti di difficoltà sono stati superati, perché fino a oggi è prevalsa la forte determinazione a difendere il dialogo e la ricerca della reciproca comprensione come preziose e non più rinunciabili conquiste.
(Gennaio 2010)
Guardiamo avanti
Prosegue la ricerca di una riforma condivisa per aggiornare un ebraismo singolare e plurale come quello italiano al tempo stesso unico e variegato. Lo statuto attualmente in vigore conserva caratteristiche che risalgono al 1930, ma il mondo e le comunità ebraiche degli ultimi 80 anni sono fortemente cambiati. La struttura comunale e regionale delle comunità non è più sufficiente per assicurare all’ebraismo italiano il posto che gli spetta e che merita nel contesto nazionale e internazionale. E’ giusto e opportuno cercare un nuovo modello che sia al tempo stesso rispettoso delle tradizioni ma anche largamente condiviso e attuale. Enti organizzati democraticamente come le Comunità e l’Unione, se vogliono modificare i propri statuti hanno il dovere di promuovere preventivamente un dibattito ampio e approfondito. Qualsiasi cambiamento
deve essere mirato alla realizzazione della massima rappresentatività, della stabilità e della governabilità. E’ importante liberare tutte le risorse intellettuali di cui disponiamo per trovare assieme la soluzione più equa e più efficace.
(Marzo 2010)
Una sfida quotidiana
Momenti di gioia, come gli entusiasmanti appuntamenti culturali della Festa del libro ebraico di Ferrara o della Fiera del libro di Torino, che tutti vediamo crescere con soddisfazione; o il novantacinquesimo compleanno del carissimo rav Elio Toaff, cui vanno gli auguri affettuosi di tutti gli ebrei taliani, fanno anche riflettere sulle sfide che ci attendono. La prima parte della Costituzione italiana contiene affermazioni di principi nei quali sicuramente si riconoscono tutti coloro che amano vivere in uno stato democratico. Alcune di queste norme sono ben percepite dalle minoranze, che sono in grado di comprendere sulla propria pelle il loro pieno valore in maniera forse ancora più completa. E fra le minoranze, quella ebraica (che nel 1948, quando la Costituzione fu promulgata, era appena uscita da una condizione di devastante persecuzione)
più delle altre ha apprezzato il valore di vivere nel rispetto reciproco e nella parità di diritti. Ma l’effetto più rilevante e psicologicamente più impressionante non va ricercato in qualcosa di eccezionale, perché invece il cambiamento più rivoluzionario e salutare è stato quello di entrare, con la propria identità speciale, in una sorta di normalità. Gestire la quotidianità e non sempre disastrose emergenze pone nuovi doveri alle istituzioni della minoranza ebraica italiana. La sfida di preservare una bimillenaria tradizione di cultura, di tolleranza e di libertà. E la sfida di trovare fra mille difficoltà le risorse perché questo inestimabile patrimonio, che appartiene di diritto a tutti gli italiani, non vada disperso.
(Maggio 2010)
La prova della scuola
Solo in uno Stato laico tutte le religioni possono esistere, sviluppare il loro patrimonio cultuale e godere di una effettiva parità dei diritti. In Italia il termine “laico” non ha ancora trovato una sua precisa attribuzione di significato. A discrezione di chi lo usa, viene accentuata o affievolita una particolare valenza. Non sembra fornire un aiuto sufficiente risalire all’etimologia della parola, che originariamente si esprimeva soprattutto con una contrapposizione nella quale si definiva laico il credente che non apparteneva al clero. Oggi ciò non appare più sufficiente, perché, forse erroneamente dal punto di vista lessicale, al termine laico viene contrapposto il termine “credente”, anzi spesso per laico si intende colui che prova avversione nei confronti della religione. Altre volte, in maniera più appropriata, viene definito laico l’atteggiamento di chi mantiene una tollerante accettazione di diverse ideologie e religioni, di garanzia per il rispetto della libertà di opinione e di manifestazione del pensiero. L’ebraismo generalmente è portato a respingere la possibilità che possa essere usata l’espressione “ebreo laico”, che non avrebbe senso in mancanza del suo opposto, di un “chierico ebreo”, dell’appartenente a un clero ebraico che non esiste. Storicamente gli ebrei in Italia sono sempre stati accesi sostenitori della laicità dello Stato e, per parlare di un argomento di grande attualità, sostenitori dell’irrinunciabile esigenza che rimanga laica l’impostazione della Scuola pubblica, le cui caratteristiche furono ben individuate e definite nella Costituzione. Ma quelle norme sono state spesso disattese e aggirate da coloro che vogliono assicurare una forte impronta della religione della maggioranza nell’educazione dei giovani, anche a costo di infliggere una grave menomazione al principio della parità di trattamento fra appartenenti a fedi diverse. Su un tema così delicato e così carico di conseguenze future gli ebrei, e non solo gli ebrei, rimangono determinati a non accettare rinunce, sopraffazioni o compromessi.
(Giugno 2010)
Patrimonio di diversità
La condizione individuale e collettiva degli ebrei, è oggi incomparabilmente migliore di quella nella quale hanno vissuto le generazioni precedenti. La prima svolta positiva è iniziata alla fine della Seconda guerra mondiale con la vittoria degli Alleati e la sconfitta del nazismo e del fascismo. La seconda svolta è stata determinata dalla nascita dello Stato di Israele. Questi eventi epocali hanno indotto migrazioni e trasformazioni nella popolazione ebraica, che in generale attualmente è quasi tutta residente in Israele o in paesi nei quali gli ebrei si sono integrati. Una massiccia migrazione da Oriente verso Occidente. Un’interessante duplice evoluzione, che ha preso corpo conservando l’identità e nel contempo, uscendo fisicamente e psicologicamente dai ghetti per imparare a convivere, a comunicare e a integrarsi in società aperte nelle quali è indispensabile rapportarsi positivamente e costruttivamente con altre culture. D’altro canto, lo Stato di Israele, nazione ebraica, laica, democratica e rispettosa delle minoranze, costituisce un laboratorio avanzato nel quale è in corso una sfida affascinante e rischiosa: verificare l’effettiva possibilità di realizzate una società nella quale in senso non retorico e non teorico, la varietà sia ricchezza e diverse ideologie, teologie e tradizioni convivano in pace.
(Luglio 2010)
Autonomie e unità
L’ebraismo italiano il cui Statuto è attualmente sottoposto a un riesame e a una revisione è, al tempo stesso, unito e rispettoso delle autonomie delle singole Comunità. Sia l’Unione delle Comunità che ognuna delle Comunità ha i propri organi direttivi e di governo. Parallelamente in ambito religioso esistono l’Assemblea e la Consulta rabbinica, organi nazionali, ma nel contempo ognuna delle Comunità numericamente più consistenti ha il proprio rabbino capo che ne rappresenta la massima autorità. Vista superficialmente questa situazione potrebbe sembrare incoerente ed esposta a conflitti di competenza. In realtà è frutto di una difficile conciliazione di opposte tendenze ed esigenze: coordinamento e decentramento, unità e autonomia, ortodossia religiosa e libertà di opinione e di espressione. Si tratta di un equilibrio instabile, ma non precario, frutto della particolare storia dell’ebraismo italiano, che da oltre due millenni assicura abilità e prestigio culturale a un gruppo così piccolo ma così intellettualmente vivace.
(Agosto 2010)
Pluralità e unità
L’ebraismo, prima religione monoteistica, ha sempre avuto, e conserva tuttora, caratteristiche di antichità e di modernità. La coesistenza di rigore e di flessibilità ha sempre lasciato ampi spazi alla dissertazione filosofica e alla libertà di interpretazione, tanto che il gusto per il dibattito continua a essere una specifica caratteristica,
vissuta dagli ebrei come un valore positivo irrinunciabile. La modernità si esprime nella capacità di promuovere e di partecipare al progresso etico, civile, sociale e scientifico che coinvolge l’intera società, senza perdere la propria cultura e le proprie tradizioni. Cultura e tradizioni che si sono largamente differenziate nelle comunità della Diaspora, in quanto in ogni paese sono sorte scuole e correnti di pensiero diverse. Aschenaziti e sefarditi in Europa, cinque diverse Scole nella Comunità di Roma. Ma la pluralità non ha mai impedito la conservazione e il recupero dell’unità. Sarebbe utile che gli ebrei conservassero nel futuro questa speciale capacità di conciliare i diversi e gli opposti, perché sarà sempre più necessaria in un mondo che cambia con velocità crescente. I grandi Maestri, con la loro saggezza, ci hanno insegnato nozioni, spiegato concetti ma, soprattutto, ci hanno trasmesso forma mentis e metodo, beni preziosi da tutelare, in quanto idonei a interpretare e a trovare soluzioni nuove a questioni e problemi nuovi.
(Settembre 2010)
Transizioni inevitabili
Alcuni ritengono che stiamo vivendo un’epoca particolarmente difficile e pericolosa e sono propensi a evocare lo scontro di civiltà. Altri definiscono questo un periodo di transizione e di burrascosa trasformazione della società. Viene, tuttavia, il sospetto che pensieri simili abbiano turbato le menti di tante altre persone vissute in epoche diverse. Si tratta di valutazioni soggettive dalle quali si deduce che tutte le epoche possono essere considerate momenti di transizione, perché l’evoluzione, in tutti i campi, procede senza soluzione di continuità. Nessuno può sottrarsi a questa dinamica che, in modi diversi, coinvolge l’intera umanità e, aggiungerei, è bene che nessuno si sottragga al continuo aggiornamento, se non vuole rischiare l’emarginazione. Sul piano morale, spirituale e culturale sarebbe opportuno, e forse necessario, che fosse largamente accettata l’idea di sottoporre la propria vita e le proprie azioni a una continua revisione intesa come disponibilità all’onesto esame di coscienza, come apertura all’ascolto e al dialogo, come impegno ad affrontare e situazioni difficili senza mai abbandonare nella solitudine i più deboli. Sono gli stessi fini che ci proponiamo ogni volta che ci accingiamo a modificare le norme che regolano la vita delle nostre Comunità.
(Ottobre 2010)
Identità e humor
Generalmente gli ebrei sono considerati fini cultori della satira e persone capaci di apprezzare l’acutezza e l’intelligenza che non mancano mai nelle espressioni di vero e sano umorismo. Allo stesso tempo gli ebrei hanno sviluppato una forte capacità critica che viene rivolta a selezionare e giudicare gli argomenti sui quali abitualmente si esercitano comici e satiristi. Questa speciale sensibilità entra immediatamente in azione quando capita di ascoltare o leggere storielle che hanno gli ebrei come protagonisti e che frequentemente sono inventate da ebrei che si dedicano con successo all’autoironia. Ma mentre gli ebrei ridono volentieri di se stessi, di alcune proprie caratteristiche o abitudini di vita, esistono confini che, se vengono superati, rischiano di rovinare il gioco e di trasformare il divertimento in dolore, imbarazzo, incomunicabilità. Sarebbe azzardato cercare di fissare regole assolute o un codice di comportamento, tuttavia è possibile individuare almeno due categorie di argomenti sui quali scherzare è inaccettabile, divertirsi è impossibile: il primo è la Shoah e il secondo, molto affine al primo, è il cumulo di falsità e di luoghi comuni che, da tempo immemorabile, è stato utilizzato per diffamare e ingiuriare gli ebrei. Nessuna permalosità, nessuna censura, nessuna forma di intolleranza, semplicemente dignità e rispetto di se stessi e della memoria delle vittime e dei martiri, rifiuto di subire ferite e umiliazioni per apparire simpatici e spiritosi.
(Novembre 2010)
La posta in gioco
Questo numero di Pagine Ebraiche giunge nelle mani dei lettori mentre è in corso il Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Molti si augurano, certamente, che non si trasformi in una Torre di Babele. Eppure, leggendo un interessante articolo del rav Jonathan Sacks, risulta evidente che di quell’episodio è possibile una nuova e diversa lettura. L’interpretazione originaria di una punizione collettiva inflitta a tutti gli uomini a causa della loro arroganza, non ne esclude una di segno diverso. La divisione in gruppi, con culture e lingue differenti, non sarebbe da considerare esclusivamente una punizione, ma anche la naturale conseguenza del passaggio dell’umanità da una condizione primitiva, monolitica, ad una più matura, più evoluta, più articolata, nella quale coesistono linguaggi e ideologie diverse. Sarebbe il presupposto
e il principio della differenziazione e della convivenza tra popoli, ideologie e religioni. Se dovesse prevalere questa nuova interpretazione, fermo restando l’obiettivo di mantenere l’ebraismo italiano unito, solidale e coerente con i propri valori, si dovrebbe rettificare l’augurio iniziale e si dovrebbe esprimere la speranza che nel corso del Congresso si sprigioni tutto il potenziale e la ricchezza intellettuale dei partecipanti. Se l’ingegno, la creatività, il pensiero non trovassero la possibilità di emergere e di manifestarsi, morirebbero per soffocamento. E le comunità si troverebbero ad affrontare il futuro più deboli e più povere.
(Dicembre 2010)
Un confronto necessario
Identità, integrazione, emancipazione, assimilazione, modernizzazione. Su questi temi di grande portata dibatte l’ebraismo italiano in un confronto civile e costruttivo che segna la prosecuzione della riflessione iniziata durante l’ultimo Congresso, che ha visto lavorare fianco a fianco i rappresentanti di tutte le comunità. Appare ampia e profonda la presa di coscienza della necessità di adeguare le nostre istituzioni, le nostre organizzazioni e gli strumenti di cui disponiamo ai tempi in cui viviamo. Negli ultimi 65 anni l’ebraismo, come tante altre realtà, è entrato in una nuova era, in una nuova dimensione e non può più applicare gli stessi schemi di ragionamento, le stesse categorie, le stesse strategie, gli stessi comportamenti né perseguire gli stessi obiettivi del passato. Le forme di chiusura e di ripiegamento in se stessi adottate nei secoli scorsi per autodifesa, appaiono superate, inutili e dannose in un mondo nel quale confini e barriere si sono disintegrati e non esistono più microcosmi impenetrabili e incontaminabili. Un futuro degno dei valori e delle tradizioni ebraiche non potrà più esistere senza la definitiva uscita da ghetti mentali e culturali nei quali furono costretti dalle società del passato e dai quali ora vengono chiamati fuori dalle società contemporanee. Sarebbe un’illusione antistorica e un errore fatale pensare di potersi sottrarre al confronto e all’apertura che sono cose ben diverse, anzi opposte, all’assimilazione, se intese come prove di fiducia in se stessi e stimoli al rafforzamento della propria cultura e della propria identità. Uscire da porti ritenuti sicuri e affrontare il mare aperto, con prudenza e con saggezza, ma senza paure e senza illusioni, può riservare sempre rischi
e sorprese, ma non esistono alternative se si vuole partecipare e contribuire all’evoluzione della civiltà e al tempo stesso scoprire la propria forza interiore.
(Marzo 2011)
Che sia difesa utile a tutti
Il dibattito sull’opportunità dell’emanazione di una legge che contempli e definisca il reato di negazionismo è in pieno svolgimento. Lo spirito dell’iniziativa è certamente da condividere, ma non sono da sottovalutare le difficoltà e le insidie che si presenteranno sia nella stesura del testo che nell’applicazione della legge. Nella nostra civiltà giuridica è certamente lecito il contrasto alla diffusione di falsità storiche, ma costituirebbe una grave violazione dei principi fondamentali l’introduzione di qualsiasi tipo di reato di opinione. Nessuna rilevanza penale potrà essere attribuita ai pensieri, ma solo agli atti e ai comportamenti che siano lesivi di diritti e nei quali si configurino ingiurie, diffamazioni, offese alla dignità, incitamenti all’odio e all’uso della violenza, soprattutto se ispirati da finalità di razzismo e di xenofobia. Nella difesa della verità e nella lotta contro la diffusione di falsità storiche il ruolo più complesso e più importante spetterà sempre alla cultura; la tutela giudiziaria non dovrà sostituire, ma aggiungersi e integrare, l’attività educativa, l’unica in grado di prevenire che le nuove generazioni vengano avvelenate da versioni strumentalmente alterate dei fatti storici. Una legge mirata a colpire i falsari che tentano di negare la Shoah sarà utile solo se saprà affermare principi universali e costituire una efficace difesa per tutti i perseguitati. Se sarà un baluardo per la difesa della libertà di tutti.
(Aprile 2011)
Dare voce alle comunità
I lettori di questo numero del giornale troveranno, assieme ai consueti servizi di Pagine Ebraiche, una nuova testata giornalistica, Italia Ebraica – Voci dalle comunità, che nasce con l’intento di raccontare la vita e le cronache delle comunità ebraiche italiane, in particolare delle 19 città dove ha sede una realtà ebraica considerata, a torto o a ragione, “piccola”. Le comunità minori, tutte, per intenderci, oltre a Roma e Milano, meritano di essere conosciute per l’immenso patrimonio di esperienze e di dialogo, di storia e di cultura di cui sono depositarie. La redazione si è data il compito di raccontarne mese per mese soprattutto le attività, i problemi, le speranze, la vita. È un servizio doveroso nei confronti di presenze che sono componente integrante e insostituibile della società italiana, soprattutto per le difficoltà di tenere viva la tradizione ebraica là dove i numeri e i mezzi sono spesso esigui. Ma è soprattutto un contributo da offrire a tutta la popolazione italiana, perché comprenda come il piccolo microcosmo ebraico, ricco delle sue esperienze plurimillenarie e delle differenze che contraddistinguono le sue componenti, possa costituire il modello di una società plurale, aperta, tollerante e costruttiva. Proprio quella cui molti italiani non vogliono rinunciare. Proprio quella che tutti noi vogliamo continuare a costruire.
(Maggio 2011)
La sicurezza e la pace
Con la visita in Israele del presidente Giorgio Napolitano e l’incontro a Washington tra Obama e Netanyahu il Medio Oriente torna nuovamente sotto i riflettori. E torna d’attualità anche l’eterna questione della sicurezza di Israele. Finora è stata determinante l’efficienza delle Forze armate, che hanno più volte salvato Israele da situazioni irreparabili. Ma il mondo cambia, la tecnologia è sempre più determinante, la qualità conta sempre più della quantità e diventa sempre più importante collocarsi ideologicamente e politicamente dalla parte giusta, rompendo l’isolamento e collegandosi in maniera sempre più forte con i Paesi liberi e democratici. Israele si trova oggi impegnato su più fronti come molte altre volte nel passato. Si intrecciano ancora questioni di varia natura: ideologiche, politiche, militari, economiche. È questa una complessità che fa onore, in quanto dimostra che Israele rimane un esempio raro di normalità e che pur vivendo da decenni in uno stato di guerra non rinuncia ad essere profondamente libero e rispettoso dei diritti fondamentali. Naturalmente la sicurezza è un tema sul quale è impossibile fare compromessi, ma all’interno di Israele è apertissimo il dibattito su quale sia il modo migliore per garantire la propria esistenza futura.
(Giugno 2011)
Estremismo e demagogia
Gli appartenenti a qualsiasi consesso umano dovrebbero saper riconoscere i grandi obiettivi comuni e imparare a far concorrere al loro raggiungimento persone, opinioni e principi diversi. Dovrebbero rifuggire dalla tentazione all’estremismo, alla faziosità, alla chiusura in se stessi, all’isolamento culturale, al verbo unico; dovrebbero combattere e respingere il fascino insidioso della demagogia ideologica e verbale, teorica e pratica. Estremismo e demagogia sono figli della paura e si nutrono di banali, arbitrarie e volgari semplificazioni, alterano le relazioni umane, inducono al pregiudizio e all’odio nei confronti del diverso, stimolano alla continua e perenne ricerca di nemici veri o immaginari, alla diffidenza verso gli amici, all’alterata visione di una realtà in bianco e nero. L’estremismo del linguaggio e l’uso sconsiderato di provocazioni verbali, non toccano solo aspetti di pura forma, perché producono effetti reali e concreti, sviluppano la tendenza a demonizzare non solo gli avversari, ma anche gli amici che chiedono spazio per il dialogo e in definitiva generano disgregazione. Se un simile degrado si presentasse in seno all’ebraismo, potrebbe essere efficacemente contrastato in forza della sua peculiare caratteristica di non riconoscere
alcuna autorità suprema depositaria della verità e che sia titolare del potere assoluto e indiscusso di accogliere o di escludere.
(Luglio 2011)
Informazione a porte aperte
“Redazione aperta” è un appuntamento che ogni anno, nel mese di luglio, vede riuniti, ospiti della generosa Comunità di Trieste, i responsabili e gli operatori dell’Unione delle Comunità nel campo della comunicazione e dell’informazione. Vengono affrontati i temi più diversi, la qualità dei prodotti, l’aggiornamento, la formazione, la diffusione. Sono giornate di studio, di scambio di esperienze, di incontro fra generazioni, di riaffermazione dei principi fondamentali ai quali il lavoro deve attenersi per realizzare un’informazione libera, corretta nella forma e nella sostanza, rispettosa dei diritti e dei doveri. Il ruolo dell’informazione appare, con sempre maggiore evidenza, determinante per l’insostituibile funzione di garanzia che svolge
in ogni sistema democratico. L’incremento di potenza che l’informatica ha consentito ai mezzi di comunicazione ha parallelamente rafforzato la tentazione, nel mondo della cultura, della politica e dell’economia, a farne un uso distorto e la società dimostra una sempre più debole capacità di reazione. Il programma dell’UCEI si propone di realizzare un’informazione aperta a tutte le opinioni e dialogante con tutti, interpretando l’esigenza, fortemente e largamente sentita, di cogliere la preziosa opportunità di vivere in una società democraticamente strutturata, per abbattere barriere e resistenze e aprirci al dialogo e al confronto attraverso iniziative che, producendo reciproca conoscenza, possono validamente contrastare diffidenze e pregiudizi e rafforzare le relazioni, le amicizie e il rispetto. La libertà di pensiero e di espressione si consolida solo se viene costantemente vissuta e praticata; la lettura, lo studio, l’esaltazione verbale rimangono sterili esercizi teorici se non sono seguiti da azioni concrete. I mezzi di comunicazione dei quali disponiamo non sono stati creati per consentire agli ebrei di parlare di se stessi, ma al contrario per consentire a tutti i nostri centri vitali di entrare in connessione con l’intera società, dialogare, ragionare, costruire relazioni, contribuire in maniera originale allo sviluppo della vita civile e culturale. “Redazione aperta” si propone di favorire la formazione di giovani giornalisti che sappiano riconoscere e rifiutare la moda dell’informazione urlata, violenta, scandalistica, degradata a livello di pubblicità ingannevole. Il percorso che abbiamo scelto prevede un dialogo sereno e convincente, che ci permetta di riconoscere l’apporto che possono dare le intelligenze e le opinioni più diverse all’arricchimento reciproco.
(Agosto 2011)
Un popolo in cammino
Quest’anno il tema della Giornata Europea della Cultura Ebraica è particolarmente interessante e stimolante: il divenire,
il mutamento, il cammino verso il futuro sono elementi profondamente radicati nella storia e nella tradizione ebraica. Abramo, il primo ebreo, fu chiamato dal Signore a lasciare la sua casa, la sua terra, i suoi parenti, per affrontare un viaggio verso un futuro ignoto, tutto da scoprire e che comportava non la semplice accettazione, ma la ricerca del diverso. C’è una profonda coerenza tra quella prima grande scelta del capostipite e la successiva storia del popolo ebraico che ha continuato ad essere per secoli in continuo movimento, in cammino e contemporaneamente è stato
capace di mantenere viva la propria identità culturale e religiosa consolidando un sistema di valori, di principi morali, di usanze e di riti. Nella scelta del tema della Giornata è stata determinante la consapevolezza di poter offrire alla società contemporanea un contributo positivo e indispensabile per una umanità in rapido e continuo divenire e che non può permettersi passività, chiusure e arroccamenti difensivi, ma deve essere pronta e disponibile ad affrontare ed elaborare i temi fondamentali nel rispetto di un’etica corretta e coerente. Primo fra tutti la convivenza tra popoli e religioni diverse senza preconcetti e senza pregiudizi, pronti ad offrire e a pretendere per tutti il rispetto della sacralità della vita nella pari dignità.
(Settembre 2011)
Prese di coscienza
La fine dell’anno ebraico 5771 ha portato con sé alcuni eventi organizzati dalle Comunità ebraiche. Altri sono stati voluti da enti locali e ad essi l’Unione delle Comunità è stata chiamata a portare un proprio contributo. All’inizio di settembre a Pesaro si è inaugurato il restaurato ponte sul fiume Foglia, che nel 1944 fu distrutto dall’esercito tedesco in ritirata e immediatamente ricostruito dai genieri della Brigata ebraica, i quali, sbarcati a Taranto, risalirono fino al Nord. Questi soldati ebrei, tutti volontari, provenienti dalla Palestina del Mandato britannico e da vari altri paesi di tutti i continenti, si distinsero per il loro coraggio e la loro determinazione, che certamente derivavano anche dalla coscienza del fatto che la Shoah era in corso e che abbreviare la guerra significava salvare migliaia di deportati. Essi inflissero ai nazisti gravi perdite e una sconfitta decisiva sul fiume Senio, nei dintorni di Ravenna, che fu il primo sfondamento della Linea gotica ottenuto dopo diversi assalti alla baionetta. Il Comune di Pesaro ha voluto intitolare quel ponte alla Brigata ebraica. Pochi giorni dopo, a Pisa, si è celebrata l’istituzione del “Giorno della memoria delle leggi razziali italiane contro la persecuzione verso gli ebrei e contro ogni razzismo”, un evento esemplare nella città che comprende nel proprio territorio la tenuta di San Rossore, dove si trovava Vittorio Emanuele III quando nel 1938 appose la propria firma a quelle infami leggi razziste. I Consigli comunali delle due città hanno votato e approvato
queste iniziative all’unanimità a dimostrazione di quanto fosse forte la loro convinzione. Rimane solo da domandarsi il motivo per il quale fatti avvenuti nel 1938 e nel 1944 trovano solo ora la possibilità di essere ricordati, commemorati e illustrati nel loro significato storico. Da una parte è la conferma che l’Italia sta ancora elaborando con molto ritardo il periodo storico del regime fascista e della Seconda guerra mondiale. Dall’altra è la dimostrazione di quanto sia importante che gli ebrei continuino a offrire il proprio contributo alla sensibilizzazione e alla presa di coscienza di tutti. Si tratta di un compito estremamente delicato, che richiede la capacità di usare argomenti e metodologie corretti e adeguati. Una larga parte della società italiana condivide, partecipa e collabora. È un segnale positivo per il nuovo anno 5772.
(Ottobre 2011)
Giustizia sommaria e vera Giustizia
L’esposizione e la profanazione dei corpi di tiranni caduti in disgrazia è la conclusione più frequente di vicende umane e politich consumate e caratterizzate dal disprezzo per la vita umana. È la fine di dittatori che hanno occupato il potere per lunghi periodi e che sono riusciti a conservare un totale dominio sui propri sudditi attraverso metodi che li hanno resi temuti e odiati. Le peggiori violazioni dei diritti umani, gli episodi più crudeli di negazione della giustizia sono i trattamenti ai quali vengono sottoposti gli oppositori dei regimi totalitari che, quando sono catturati, raramente escono vivi dalle prigioni e quasi sempre semplicemente scompaiono perché l’esame dei loro corpi torturati sarebbe il peggiore atto di accusa verso i loro carcerieri, i loro aguzzini, i loro assassini. Coloro che assecondano, applaudono o quantomeno giustificano l’uso della vendetta contro criminali che si sono macchiati di migliaia di omicidi perdono di vista alcune fondamentali questioni. La giustizia sommaria non è mai vera giustizia, perché mette a tacere per sempre imputati e testimoni e non consente di fare luce su gravissime violazioni dei diritti umani e su crimini contro l’umanità. La fine violenta e traumatica di una dittatura può aprire la strada verso la democrazia e la legalità solo se, fin dalla sua fase iniziale, la società dimostra di essere matura e pronta ad adottare metodi di governo e di amministrazione dello Stato che rappresentino una svolta vera, completa e convinta verso il rispetto dei diritti fondamentali.
(Novembre 2011)
Ripensare la laicità
Tutte le costituzioni degli Stati democratici sono ispirate e contengono il principio della laicità inteso come netta separazione tra lo Stato e le istituzioni e organizzazioni confessionali, tra le leggi civili e le regole religiose. Viene fortemente affermato il principio di libertà e uguaglianza e nessuna ideologia o religione può essere privilegiata. La religione viene considerata un fatto privato sul quale lo Stato non può e non deve interferire. Viene spontaneo domandarci se questa concezione della laicità sia ancora attuale di fronte alle grandi sfide che l’umanità si trova a fronteggiare e che derivano dalla coesistenza all’interno delle stesse entità nazionali e sovranazionali di identità, etnie e religioni che si riconoscono in principi e valori tra loro contrastanti. Se ogni comunità esistente all’interno dello stesso contesto sociale pretendesse di rimanere chiusa in se stessa e tesa a realizzare al proprio interno una totale omogeneità di idee e di comportamenti, sarebbe inevitabile un graduale e progressivo irrigidimento delle posizioni e un’accentuazione dei contrasti e dei rischi di conflitti. Appare attuale che nelle società contemporanee si proceda a un aggiornamento dei concetti stessi di laicità e di democrazia. Non sembra più sufficiente che gli Stati garantiscano la libertà e l’uguaglianza tra i cittadini, si sente la necessità che si fissino anche le regole e si garantiscano le possibilità che tra le varie componenti si svolga in maniera pacifica e disciplinata uno scambio culturale, ideologico e religioso. Solo se nessuno si sottrarrà al rischio, ma anche alla possibilità di arricchimento che potrebbe derivare da un’apertura e da un confronto libero e pubblico, le tensioni e i contrasti potranno essere attenuati e superati. Tutto ciò senza indebolire il diritto fondamentale e inviolabile che ognuno ha di impostare la vita in maniera conforme alla propria visione etica e senza che nessuno possa mai pretendere di imporre agli altri un determinato sistema di valori.
(Gennaio 2011)
Una ferita sempre viva
La memoria non può essere mai considerata una conquista definitiva acquisita. Questo vale sia per gli individui che per le masse. Gli individui ai quali viene richiesto di apprendere una mole sempre più imponente di dati si difendono dal pericolo della saturazione cancellando e rimuovendo i ricordi precedenti per fare spazio a quelli successivi. Ciò comporta uno stimolo incessante ad aggiornarsi sempre più velocemente, ma espone al rischio di perdere il contatto con la consapevolezza del proprio vissuto e della propria identità. E soprattutto che si dissolva il rapporto con i valori e le certezze sulle quali ognuno ha iniziato a costruire le fondamenta della propria personalità. Da alcuni anni si ha l’impressione che sia iniziata una nuova era nella quale l’enorme quantità di dati da immagazzinare sta continuamente mettendo alla prova la capacità della mente umana di adattarsi a situazioni nuove e a sopportare carichi di lavoro che aumentano in progressione geometrica. Ma esistono argomenti che non tollerano alcuna forma di immagazzinamento o di congelamento e che per non scomparir devono essere difesi attraverso un continuo processo di riflessione critica, di elaborazione libera e aperta, di trasmissione e di insegnamento verso le successive generazioni. Uno di questo argomenti è la Shoah. Nel momento in cui la memoria della Shoah cessasse di essere oggetto di studio, di ricerca e di dibattito e la sua sopravvivenza fosse affidata solo agli archivi storici e documentali significherebbe che essendo diventata una materia inerte nessuna legge dello Stato avrebbe più il potere di mantenerla in vita.
(Febbraio 2012)
Libero confronto
La formazione del pensiero è un processo intimo, interiore, immateriale e come tale totalmente libero, incontrollabile e incomprimibile. Ogni idea diventa visibile e culturalmente e socialmente rilevante solo nel momento in cui trova una sua forma di espressione, una esternazione, una manifestazione. La cultura ebraica ha sempre
accolto e riconosciuto il grande valore del dibattito e del confronto tra idee e concetti diversi, tanto che lo studio collettivo è considerato un metodo di applicazione superiore a quello individuale e solitario. Le vicende storiche millenarie che hanno visto il popolo ebraico come protagonista hanno certamente contribuito a rinsaldare la convinzione che il metodo dialettico costituisca una garanzia di libertà, di tolleranza e di quella modestia che è necessaria per non liquidare frettolosamente tesi non immediatamente condivise. Chiunque si accingesse ad affrontare il tema della libertà di pensiero dovrebbe tenere presente che questo costituisce il nucleo centrale dei valori e delle norme che ci permettono di riconoscere e di distinguere una società liberale e democratica, da una società diseguale, oppressiva e dittatoriale. Gli ebrei, che hanno pagato per secoli un tributo enorme di sofferenze alla tenace volontà di rimanere se stessi, sono diventati il simbolo vivente di quei valori di libertà che i loro persecutori negavano e contrastavano con la violenza praticata sia attraverso specifiche leggi, sia attraverso la forza delle armi. Solo nelle moderne democrazie l’ebraismo e le altre fedi religiose numericamente minoritarie hanno trovato le garanzie di poter esistere e organizzare la loro vita, sia individuale che collettiva, senza subire discriminazioni. Lo strumento prediletto che è stato utilizzato per perseguitare gli ebrei, e non solo gli ebrei, per condannarli a morte dopo aver loro estorto confessioni
sotto tortura, con una vergognosa e ipocrita parvenza di legalità, è stato l’introduzione nei codici penali di ogni tempo dei tipici reati di opinione, come la blasfemia, l’eresia, la stregoneria, l’oscenità e altri ancora. Il reato d’opinione è un’arma impropria che le culture deboli e timorose o forti e prevaricatrici, hanno sempre usato per evitare il libero confronto, isolarsi, chiudersi in fortezze impenetrabili alla libera circolazione delle idee, delle opinioni e del progresso scientifico e sociale. Le figure dei reati di opinione sono scomparse solo nei codici degli Stati nei quali la cultura giuridica e civile ha raggiunto i livelli più alti ed è risultata vincente su pregiudizi e superstizioni.
(Marzo 2012)
L’identità cresce nello scambio
L’abbattimento di alcune barriere ne ha fatte sorgere di nuove e ne ha fatte rinascere altre che sembravano superate. L’indebolimento dell’idea di Stato e di Nazione e la costituzione di entità soprannazionali di dimensioni continentali, ha prodotto la rinascita di autonomie locali e regionali accompagnate dalla riscoperta di nuove e vecchie radici, sia etniche che religiose, che a volte tendono a sconfinare nel tribalismo. Il multiculturalismo viene da alcuni percepito come una pericolosa rinuncia alla propria identità e ai propri valori. In generale siamo tutti istintivamente portati a considerare la conservazione dell’identità come un fattore positivo e, viceversa, la perdita o l’indebolimento dell’identità come un fattore negativo e sarebbe difficile sostenere il contrario. Tuttavia le vicende alle quali stiamo assistendo in paesi nei quali l’entità nazionale è entrata in crisi, ci portano a rivalutare la ricerca e l’approfondimento culturale più della ricerca delle radici e della difesa di una identità vera o presunta che, se indirizzata verso il fattore biologico o genetico, può facilmente degenerare nel razzismo e nella discriminazione. Negli ultimi decenni in Europa, in Asia e in Africa alcune entità che erano rimaste unite sotto l’egida di regimi politici forti e dittatoriali, implodendo, sono precipitate in sanguinosi conflitti a sfondo religioso o addirittura tribale, di difficile composizione. L’elemento comune presente in queste situazioni critiche è la mancanza di misura, di moderazione, di tolleranza, sia verbale che comportamentale. Il prevalere dell’estremismo, nell’esasperata e ossessiva difesa di un’identità senza solidi riferimenti culturali e basata sui sentimenti, sull’orgoglio, sulla purezza, non può che generare conflitti permanenti e insanabili. Un generale arricchimento e un sicuro progresso possono nascere, non da una globalizzazione trasformata in omogeneità, in appiattimento, nell’oblio dei patrimoni etici e culturali, bensì dall’incontro, dalla convivenza e dallo stimolo che può derivare dall’interscambio tra culture diverse. Solo da un loro rafforzamento, accompagnato dall’adozione di un comune codice etico, può derivare la rinuncia da parte di tutti a qualsiasi presunzione di superiorità e a qualsiasi intento di imporre con la violenza le proprie idee e i propri valori.
(Aprile 2012)
Crescita e identità
Dalla seconda metà del secolo scorso gli ebrei hanno progressivamente acquisito la consapevolezza di aver raggiunto e conquistato una possibilità di sviluppo più completo e più equilibrato che richiede, anzi impone, una nuova fase di crescita. La libertà di effettuare le scelte fondamentali richiede una nuova capacità di progettazione. Imprimere una svolta decisiva alla storia e al futuro. Imparare a gestire la libertà di pensiero curandone correttamente le manifestazioni. Trasformare la tutela dei diritti fondamentali in occasioni per abbattere discriminazioni e pregiudizi. Conquistare il rispetto, la stima e l’amicizia della società di cui si è parte integrante attraverso la partecipazione e l’offerta di validi contributi culturali, civili e morali. L’ebraismo dei secoli precedenti era stato costretto a una vita e a uno sviluppo fortemente condizionato da fattori ambientali ostili. Se è lecito un paragone, aveva dovuto accettare una sorta di deformazione dando la prevalenza alla crescita delle radici, la parte sommersa, piuttosto che alla parte emergente e visibile, i rami, le foglie e i frutti. Le radici assicurano stabilità e assorbimento di linfa vitale, le foglie e i frutti sono la parte più vistosa e più godibile di qualsiasi pianta, sono la parte che vive all’aperto esposta all’avvicendarsi dei giorni e delle notti, delle stagioni, del sole e della pioggia. E’ la parte che comunica con il mondo attraverso i colori, gli odori, la diffusione dei pollini e che sfida il confronto con la realtà e si espone al rischio di scambi e contaminazioni. Tutti sono chiamati a partecipare all’impresa di realizzare una crescita equilibrata, che contempli sia il rafforzamento delle radici, dei valori e delle tradizioni, sia la produzione dei frutti, delle opere, della capacità di comunicazione e di espressione.
(Settembre 2012)
Libertà e tutele
Fondamentalismo e integralismo non sono termini equivalenti, anche se frequentemente vengono abbinati e confusi. La differenza semantica emerge chiaramente se si risale alla loro origine storica ed etimologica. Il fondamentalismo è l’atteggiamento di chi attribuisce alle proprie opinioni, in particolare alla propria fede religiosa, ma non solo, un valore assoluto e dominante rispetto a quelle altrui. E’ presente soprattutto nelle fedi religiose che si basano su testi rivelati ed è la manifestazione di una tendenza monoculturale che si traduce spesso da una parte in atteggiamenti difensivi di separazione e di isolamento rispetto a persone di altre fedi e culture, e dall’altra in atteggiamenti aggressivi ogni volta che si propone la missione di convertire al proprio sistema di idee e di valori. L’integralismo è l’atteggiamento di chi intende applicare nella vita sociale e politica i principi tramandati dalla propria religione nella maniera più rigorosa. Mira a costruire un sistema omogeneo all’interno del quale non esista pluralità di ideologie e giunge a delegittimare le posizioni diverse dalla propria, rifiutando qualsiasi compromesso che possa favorirne la coesistenza, perché il fine ultimo è quello di prevalere su tutte le altre posizioni. Nonostante tali differenze, entrambi aspirano alla costruzione di società e stati teocratici nei quali tutti i poteri, legislativo, esecutivo e giurisdizionale siano ispirati e sottomessi a un solo credo religioso. Appare ogni giorno più evidente quali siano le drammatiche conseguenze che derivano dal rifiuto dei principi di democrazia e di laicità, che assicurano parità di diritti e dignità fra maggioranza e minoranza, fra credenti e non credenti, fra cittadini e stranieri.
(Ottobre 2012)