Sul sito della Federazione argentina la trasferta è ancora in agenda. Ma, si avverte, la pagina “sarà sottoposta a delle modifiche”. E le modifiche previste, trapelate prima come indiscrezione e poi ufficialmente confermate, sono destinate a far parlare a lungo. Le minacce da parte palestinese cui sono stati sottoposti i calciatori e la dirigenza della nazionale argentina, attesa nelle prossime ore a un incontro amichevole con la compagine israeliana a Gerusalemme, l’ultimo prima dei Mondiali, hanno portato all’annullamento del match.
È una pagina triste e squallida quella che viene scritta in queste ore, nell’indifferenza (per il momento) di Fifa e dei massimi organismi del pallone. “Se Messi andrà in Israele, bruceremo le sue maglie” avevano annunciato alcune organizzazioni con l’entusiastica adesione del numero uno del calcio palestinese Jibril Rajoub, da molti indicato come possibile erede di Abu Mazen. Minacce verbali cui era seguita una manifestazione, piuttosto partecipata e intrisa di slogan deliranti, davanti all’hotel di Barcellona dove la squadra era in ritiro. Il timore di violenze fisiche, viene reso noto, ha innescato il clamoroso dietrofront.
“La Embajada de Israel lamenta comunicar la suspensión del partido” scrive sul proprio profilo Twitter l’ambasciata israeliana in Argentina, cui è toccato il compito di dare la notizia. Secondo Rajoub, che sembra aver perso un’altra occasione per tacere, si tratterebbe di una vittoria dei “valori, dell’etica e del messaggio dello sport”. Durissimo il ministro israeliano della Difesa Avigdor Lieberman, secondo cui “è una vergogna che le star del calcio argentino abbiano ceduto alle pressioni degli odiatori di Israele”.
Messi per ora non ha commentato. Al suo posto parla invece Gonzalo Higuain, centravanti della nazionale e della Juventus, che commenta: “La sicurezza viene prima di tutto: alla fine è stata fatta fare la cosa giusta”.
(6 giugno 2018)