Davvero molto interessante il volume di Fabio Amodeo e Mario Josè Cereghino, recentemente pubblicato, intitolato Lawrence d’Arabia e l’invenzione del Medio Oriente. Un libro che si legge come un romanzo, e che ripercorre, sulla base di una rigorosa ricostruzione documentale, i torbidi retroscena, i giochi di palazzo, gli intrighi internazionali e i doppi, tripli e quadrupli giochi messi in atto dalle grandi potenze negli anni drammatici della Grande Guerra, e in quelli immediatamente successivi, quando – mentre centinaia di migliaia di giovani vita venivano mietute, o erano state da poco tranciate, nelle trincee, nei campi di battaglia, nei mari e nei deserti d’Europa e d’Africa, in nome della “guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre” – in pochi salotti di Londra e Parigi, tra un sigaro e un whisky, venivano tracciati a matita, su delle grandi carte geografiche, i confini del nuovo mondo da costruire, che avrebbe dovuto corrispondere il più possibile alle mire egemoniche dei vincitori. I confini di molti stati, ancora oggi riconosciuti, sono nati così, con un tratto di penna, magari approfittando di una distrazione o di un momento di stanchezza dell’interlocutore, o sulla base di errate informazioni riguardo alle esatte ubicazioni dei pozzi d’acqua e di petrolio.
Uno dei problemi principali, che Francia e Inghilterra dovettero affrontare, fu come fomentare una rivolta delle popolazioni arabe contro l’impero turco, che portasse a una forma di finto nazionalismo, non ostile alle potenze occidentali, anzi, in realtà, implicitamente strumentale ai loro interessi politici ed economici. Occorrevano dei capi indigeni fidati, capaci di aizzare le masse contro le autorità ottomane, ma in grado di garantire, al contempo, che i nuovi “stati sovrani” sarebbero stati amici e subalterni, una volta acquisita l’indipendenza, alle cancellerie europee: “il vecchio colonialismo non bastava più: bisognava ora contare su compici affidabili, soprattutto a livello locale, in un grande gioco che, a partire dagli venti, si estese gradualmente agli Stati Uniti d’America”. Un progetto non facile, che richiedeva l’impegno, sul territorio, di uomini perfettamente inseriti nel complesso e mutevole mondo arabo e turco, dotati di non comuni doti di abilità, spregiudicatezza, furbizia.
È in questo contesto che si inserisce la leggendaria figura dell’archeologo Thomas Edward Lawrence, che entrò a lavorare, al Cairo, nell’autunno del 1914, nei servizi segreti britannici, e che favorì, tra il 196 e il 1918, la cosiddetta “rivolta del deserto”. Ma, in realtà, come ben spiegano gli autori, compito di “Lawrence d’Arabia” non fu affatto quello di promuovere un’emancipazione dei popoli arabi, ma semplicemente quello di far cambiare loro padrone, e solo a tale scopo le nuove realtà degli stati nazionali del Vicino Oriente (suggellati dal patto Sykes-Picot del 1916, e poi dalle conferenze di Sanremo [1920] e del Cairo [1921]) furono create a tavolino, nella più totale indifferenza verso i veri bisogni delle popolazioni locali.
Quello che conosciamo come Medio Oriente è essenzialmente, ancora oggi, il frutto di questo torbido gioco, di questo cinico “dòmino” chiamato a dare un seguito al colonialismo (e poi, inevitabilmente, sfuggito di mano ai suoi inventori, “apprendisti stregoni”), e la stessa espressione “Medio Oriente” (Middle East) non è che un’invenzione moderna, coniata per la prima volta, nel 1902, in un lungo articolo, da uno stratega statunitense, Alfred Thayer Mahan, per indicare l’esigenza, da parte dell’impero britannico, di difendere i suoi interessi commerciali in tutte le “terre di mezzo” tra l’Egitto e le Indie orientali; tesi ripresa e amplificata, poco dopo, dal giornalista e scrittore inglese Ignatius Valentine Chirol, nel suo fortunato libro Middle Eastern Questions or Some Political Problems of Indian Defence, pubblicato nel 1903. È così che nasce l’idea del “Medio Oriente”, concepito e voluto come “la terra della guerra perenne, dei conflitti insanabili, della destabilizzazione cronica. Oltre che impenetrabile alla nostra comprensione, al giorno d’oggi come nel 1914, nel 1967 o nel 2016”.
Un libro amaro, certamente, ma vero, che ben rappresenta un’amara verità, e una vera amarezza.
Francesco Lucrezi, storico