Nelle scorse settimane la Banca Mondiale ha pubblicato l’aggiornamento annuale dell’importante classifica “Ease of doing business” (a cui fa riferimento la tabella qui riprodotta), ossia la graduatoria di 130 paesi a seconda della facilità con cui si può svolgere attività imprenditoriale. Fra le sorprese, il fatto che Israele ha scalato cinque posizioni ma si colloca solo al 49-mo posto e, in secondo luogo, il fatto che l’Italia si colloca appena due posizioni più in basso, al 51-mo posto. Come si spiegano questi risultati, in parte inattesi e in contrasto con il luogo comune secondo cui l’economia israeliana è molto più dinamica di quella italiana? La graduatoria si basa su dieci parametri, che secondo la Banca mondiale misurano l’accoglienza di un paese nei confronti delle imprese: tra questi il livello delle tasse, la rapidità con cui si effettuano i passaggi di proprietà immobiliare, i tempi occorrenti per un allaccio elettrico e così via. Ebbene Israele lo scorso anno aveva tra i suoi punti deboli proprio i tempi delle trascrizioni immobiliari, ma per questo indicatore quest’anno è salita dal 130-mo all’89-mo posto grazie all’avvio del catasto (Tabu) telematico e la possibilità di effettuare le trascrizioni via Internet. Israele è in bassa classifica anche sul fronte del livello di imposizione (elevato) e per la facilità con cui si può esigere il rispetto dei contratti (90-mo posto per entrambi). Un indicatore che ha registrato un netto miglioramento è quello dei tempi per i permessi di costruzione, per il quale Israele è salita dal 65-mo al 41-mo posto. L’altra sorpresa è rappresentata dalla quasi identica posizione in classifica dell’Italia: questa si spiega con i punteggi elevati conseguiti dall’Italia per quanto riguarda i tempi di attesa per un allaccio elettrico (37mo posto), per la rapidità dei passaggi di proprietà immobiliare (23-mo) e, sebbene appaia poco intuitivo, la rapidità delle procedure concorsuali (fallimenti e bancarotte, 22-mo posto). Anche in Italia come in Israele le imprese sono penalizzate da una imposizione molto elevata. Come si conciliano questi numeri con la percezione che l’economia israeliana è molto più dinamica di quella italiana? Una possibile spiegazione è che in Israele gli indicatori “peggiori” sono quelli (trascrizioni immobiliari, tasse e allacci elettrici) che hanno minore impatto sui due settori di punta dell’economia, che sono l’high tech e l’industria militare. Un’altra spiegazione è che dietro a un “ambiente favorevole” all’attività delle imprese ci sono fattori non misurabili da una classifica, come la “propensione a innovare” e il peso della burocrazia, che probabilmente fanno la differenza tra i due paesi.
Aviram Levy, Pagine Ebraiche, gennaio 2019