«Ogni volta ci si salutava, perché vedevamo passare queste squadre che poi non tornavano più indietro». A Bergen-Belsen, Sultana Razon aveva poco più di undici anni e un terrore che non l’avrebbe mai lasciata: quello delle docce. «Ci facevano spogliare tutti, disinfettavano i vestiti e poi ci mandavano in questi cameroni, e lì aspettavamo finché venivano fuori. Per noi è andata bene: veniva fuori l’acqua». Non sapevano, ogni volta, se da quelle bocchette sarebbe uscita acqua o gas. Lo raccontò nel 1987, in una lunga testimonianza registrata dalla Fondazione CDEC di Milano, in cui ricorrevano nei dettagli il freddo, gli appelli nella neve «senza calze, con degli zoccoli e basta», la fame.
Il ricordo Ucei
Sultana Razon è morta giovedì 11 giugno, a 94 anni. Tra i molti a esprimere cordoglio anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che l’ha ricordata come testimone «instancabile della memoria». «Dopo il pensionamento trovò la forza di raccontare ai giovani la propria esperienza, diventando una preziosa custode della memoria», si legge nella nota. «La sua vita è stata un esempio straordinario di resilienza, generosità e speranza: dalle ferite della storia ha saputo generare cura, conoscenza e attenzione per il prossimo». E ancora: una donna che «ha trasformato il dolore vissuto durante la deportazione nei campi di Ferramonti di Tarsia e Bergen-Belsen in una vita dedicata alla cura degli altri». «Che il suo ricordo sia di benedizione».
La testimonianza al Cdec
A raccogliere la sua testimonianza, nel 1987, era stata la storica Liliana Picciotto, allora impegnata nelle ricerche per il Libro della Memoria. «In quegli anni ero concentrata proprio su quella zona d’Italia, perché lì c’erano tantissimi internati stranieri», ricorda a Pagine Ebraiche. Fu la cittadinanza turca della famiglia a determinare il destino dei Razon: «Avevano i passaporti turchi, e la Turchia era neutrale. Quando hanno evacuato Fossoli li deportarono a Bergen-Belsen, perché non era un campo di sterminio ma un lager dove i prigionieri potevano essere usati come pedine di scambio con prigionieri tedeschi. Le condizioni dei deportati erano comunque durissime».
Un dettaglio, tra i tanti, è rimasto impresso a Picciotto della testimonianza raccolta 40 anni fa. A Fossoli, prima della partenza per la Germania, la madre di Sultana staccò due tendine dalle finestre e in una notte cucì due vestitini per le figlie, «perché sapeva che dovevamo andare via ma non avevamo di che coprirci», raccontava la testimone. «Non avevano di che vestirsi: la madre prendeva qualsiasi cosa, aveva persino tirato giù delle tende», ricorda la storica. «Mi è rimasto impresso: un momento tenero, nella durezza di quei giorni».
L’autobiografia
Razon era nata a Milano il 24 agosto 1932, in una famiglia ebraica sefardita originaria di Istanbul, di lingua giudeo-spagnola, arrivata in Italia nel 1930. Una storia famigliare riportata nero su bianco nella sua autobiografia, Il cuore, se potesse pensare (Rizzoli, 2013): dalle leggi razziali del 1938 a come gli italiani, a poco a poco, voltarono le spalle. A scuola le rifiutarono l’iscrizione, gli amici di un tempo fingevano di non riconoscerla, sui muri comparvero le scritte: «”Via gli ebrei”, “A morte sporchi giudei”. I primi esempi di graffiti che io ricordi». Una sera, a Taglio di Po, dove la famiglia era stata confinata, un gruppo di ragazzi la accerchiò al grido di «Via, via, sporca ebrea» e prese a tirarle sassi. «Era iniziato il periodo del terrore».
Il racconto prosegue fino alla deportazione a Bergen-Belsen, passando per le pagine più dure: l’arresto dei genitori nel novembre 1943, quattro bambini lasciati soli fuori dal carcere di Rovigo – «mia sorella e mia cugina avevano solo otto anni, io e mio cugino Leone undici» – e quei mesi a mendicare un piatto di minestra. C’è anche l’episodio del parroco che, a Taglio di Po, le offrì la salvezza in cambio della conversione di tutta la famiglia: «”Se vi convertite al cattolicesimo tutti, bambini, genitori, zii e nonna, verrete subito liberati”». Dopo giorni di tormento, Sultana rifiutò: «Come potevo rinnegare la religione della mia famiglia, del mio popolo?».
A salvarli, a Bergen-Belsen, fu un passaporto turco scaduto, conservato per caso dalla madre nella borsa. «In pratica ci ha salvato la pelle». Nell’aprile 1945, assieme a un centinaio di connazionali, la famiglia fu liberata per uno scambio di prigionieri tra Berlino e Ankara.
La scelta di pediatria
Tornata a Milano nel gennaio 1946, l’autobiografia ricostruisce la rinascita: gli anni di scuola recuperati, il liceo, la laurea in Medicina a pieni voti, la scelta della pediatria per alleviare la sofferenza dei bambini. È in un laboratorio dell’Istituto Nazionale dei Tumori di via Venezian che conobbe un collega destinato a diventare suo marito e il padre dei suoi sei figli: l’oncologo Umberto Veronesi, scomparso nel 2016. Per oltre quarant’anni Razonesercitò come pediatra, dedicandosi allo studio e alla cura dei tumori infantili, e fu determinante nell’apertura di reparti pediatrici in diversi istituti milanesi. «Accanto al marito Umberto Veronesi condivise un lungo percorso di impegno per la ricerca scientifica, la salute e il bene comune», ricorda l’Ucei. Negli anni Ottanta affrontò lei stessa due tumori. Nel 2019 il Comune di Milano le conferì l’Ambrogino d’oro.
In una delle ultime pagine del libro ricorda i cugini Leone e Vittoria, trasferitisi in Israele nel Dopoguerra. «Una parte di me è sempre stata accanto ai miei cugini israeliani», scrive. «Mi sono spesso sentita in colpa per non aver partecipato alla loro lotta». Da giovane sognava di trasferirsi come pediatra in un kibbutz; rimase invece in Italia, «invischiata nelle malattie mie» e in quella battaglia quotidiana per la vita dei più piccoli che era stata la sua risposta all’orrore.
d.r.
(Foto Fondazione Veronesi)