Roma

Il coraggio di Maria Angela Goglia, una suora tra i “Giusti”

Il coraggio di Maria Angela Goglia, una suora tra i “Giusti”

Se come si dice tutte le strade portano a Roma, senz’altro molti destini ebraici nell’Europa nazifascista giunsero alla loro salvifica meta in un preciso indirizzo della capitale: via Alessandro Torlonia 14, sede del convento delle Suore Compassioniste. Chi arrivato da Vienna, chi da Zagabria, chi scampato al rastrellamento del 16 ottobre 1943, il “sabato nero” degli ebrei romani: per decine di persone braccate per via della loro identità questo fu il luogo della salvezza. Merito in particolare di suor Maria Angela Goglia, all’anagrafe Maria Grazia Goglia, madre superiora dell’istituto allora 33enne, originaria della cittadina campana di Vitulano in provincia di Benevento, che scelse di accoglierli a rischio della vita ed è stata per questo proclamata “Giusta tra le nazioni” dallo Yad Vashem, il Memoriale della Shoah di Gerusalemme. La cerimonia, organizzata dall’ambasciata israeliana in collaborazione con l’Istituto Suore Compassioniste serve di Maria, si è svolta all’interno di quelle stesse mura.
«Questo riconoscimento è per noi motivo di gioia e orgoglio», ha affermato suor Filomena Vitello, vicaria generale dell’istituto. «Suor Maria Grazia Goglia testimonia valori universali di coraggio e seppe essere in quel tempo faro di speranza, facendo di questa dimora una frontiera di civiltà». «La storia è fatta anche di scelte individuali. Il riconoscimento ce lo ricorda e ce lo ricorda anche il numero di persone salvate», ha dichiarato la presidente Ucei, Livia Ottolenghi, il cui padre Enzo fu tra quanti beneficiarono del coraggio della suora “Giusta”, morta nel 1996. La sua azione «è una delle espressione più alte di umanità, la testimonianza di valori che non si esauriscono con gli anni», ha aggiunto Ottolenghi. Per Carola Funaro, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, si tratta di una onorificenza «che parla al presente, perché l’indifferenza non è mai neutrale e suor Maria scelse». Disobbedire alla paura: è questo, ha aggiunto, «il coraggio dei giusti». Come illustrato da Jonathan Peled, ambasciatore d’Israele a Roma, la religiosa, da donna di fede, «agì secondo il precetto biblico che indica di amare il prossimo tuo come te stesso». Il confine tra “vita normale” e “abisso” è fragile, ha proseguito il diplomatico, soffermandosi sull’antisemitismo contemporaneo «che non va sottovalutato e che non riguarda solo gli ebrei» essendo il campanello d’allarme di problemi e veleni che colpiscono l’intera collettività. La madre generale della congregazione delle suore compassioniste, Raffaela Torisco, ha poi raccontato del legame nato ai tempi dell’infanzia quando suor Maria si prese cura di lei nell’orfanotrofio in cui alloggiava, dimostrandole affetto ed empatia. «Ricordo il suo primo regalo, una scatola di biscotti», ha detto. «E poi una bambola, dei cioccolatini, dei libri. Sono stati gli unici regali della mia giovinezza». Padre Davide Panella, autore del libro Suor Maria Goglia. Elmetto e Soggolo, ha ricostruito il suo personale impegno per far conoscere i dettagli di questa storia nel mondo non solo ecclesiastico, contribuendo alla chiusura del cerchio solennizzato dallo Yad Vashem. «Vide la sofferenza e agì», ha dichiarato. «Il suo agire è la quotidianità del bene contrapposta alla banalità del male». Goglia, ha spiegato, aiuto pure dei militari italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò.

Storie di salvezza

Ha poi preso la parola uno dei salvati, il 93enne Enzo Ottolenghi, intervenuto anche a nome della sorella Anna presente in sala e con la quale condivise quell’esperienza di generosità umana senza confini. Suor Maria, ha spiegato il testimone, che nel 1943 aveva dieci anni, provvide a molte evenienze come «documenti falsi, carte annonarie false, attestazioni di fede cattolica» necessarie in caso di controllo (l’istituto fu “visitato” tre volte). «Ci ha assistito, consentendoci di arrivare fino a questo giorno», ha dichiarato l’uomo, visibilmente emozionato.  In sala c’erano anche alcuni familiari giunti da Israele, il sindaco di Vitulano, Raffaele Scarinzi, la console d’Austria a Roma, Monika Dolak. Al suo fianco sedeva Ugo Di Nola, figlio di Lea Bassan Di Nola. La madre di quest’ultimo, che collaborava con la Delasem, bussò alla porta del convento nell’aprile del 1944 subito dopo aver affrontato un interrogatorio con un ufficiale nazista “famoso” per mandare le sue vittime a via Tasso. Nel suo caso la chiusura del cerchio è iniziata «un po’ per caso», nel 2016. «Stavo facendo jogging da queste parti quando scorsi su un campanello il nome “Suore Compassioniste” che avevo più volte sentito evocare da mia madre nei suoi racconti. Suono e finisco per interloquire con una religiosa che scopro chiamarsi suor Maria Pia Goglia, la nipote di Maria. “È la provvidenza che la manda”, mi dice. Dopo averla salutata, con la promessa di tornare presto, torno a fare jogging. E sul mio iPod, sincronizzato su oltre un migliaio di file audio del mio computer, invece della musica parte una breve registrazione con una testimonianza di mia madre. Solo una coincidenza?».

Adam Smulevich

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