Delle 96 partite finora disputate al Mondiale di calcio, Argentina-Egitto è stata forse la più intensa. E una di quelle che più sta accendendo passioni ed emozioni, oltre a qualche immancabile delirio complottista. Come quello dell’animatore del canale youtube “Al Wa’i Nour”, che ha parlato di sconfitta dal sapore “sionista”.
Vuoi per le posizioni politiche del presidente argentino Javier Milei, vuoi per la bandiera israeliana esibita allo stadio da alcuni tifosi dell’albiceleste, il delirio si fa strada e viene presentato come una delle “giustificazioni” alla mancata impresa egiziana contro i ben più accreditati rivali, sfumata sul finale in modo rocambolesco. Cioè quando Leo Messi ha fatto il Messi, scrollandosi le negatività di una prima parte di gara segnata anche da un calcio di rigore sbagliato.
Curiosamente, la teoria della vittoria “sionista” è rilanciata in rete anche da alcune pagine pro-Israele. Come Israel en Español, profilo ufficiale dello Stato ebraico in lingua spagnola, che ha posto una domanda spiazzante ai suoi “follower”: «Lo sapevate che Messi è cresciuto in Israele?». Sembra una boutade, ma lo è solo in parte. Messi è nato infatti nella periferia sud di Rosario, il 24 giugno 1987, trascorrendo la sua infanzia in una piccola abitazione diventata nel tempo meta di devozione e pellegrinaggio da parte dei suoi connazionali. L’indirizzo? “Estado de Israel, 525”.

Alla vigilia del Mondiale, il Times of Israel ha raccontato come la squadra più tifata dagli israeliani in questo torneo sia proprio l’Argentina. Non sorprende allora che circa 500 persone abbiano partecipato a Herzliya a una proiezione della partita contro l’Egitto, organizzata dall’ambasciata argentina. Altra curiosità, lo stemma esibito sulla divisa nazionale da Messi e compagni fu ideato nel 1976 da un affiliato alla polisportiva ebraica Hacoaj, Norberto “Toto” Rud. È di fatto lo stesso logo da cinquant’anni e gli argentini sognano ora, grazie al loro “Messia” nato e cresciuto in “Israele”, di portare il numero di stelle che lo sormontano da tre a quattro. Come il numero dei Mondiali vinti.
Auspicano forse quest’esito anche gli autori di un meme che gioca sul significato della parola ebraica Messibah, che significa festa, formata dall’unione del nome del campione con la parola “bah” (“viene”), presente indicativo del verbo arrivare. Arriva Messi ed è festa. Anche se forse non al Cairo.
a.s.