Scienza

Addio ad Ada Yonath, prima israeliana premio Nobel

Addio ad Ada Yonath, prima israeliana premio Nobel

Quando comincia a occuparsi di ribosomi, Ada Yonath trova davanti a sé soprattutto scetticismo. In pochi credono che si possa svelare la struttura di una macchina cellulare tanto complessa. «A lungo siamo stati considerati sognatori, poco realistici», ricorderà Yonath in un’intervista ad Haaretz. Lei tira dritto lo stesso, per decenni, finché la sfida definita da altri irrealizzabile non le vale il più alto riconoscimento della chimica: il Premio Nobel. La prima donna israeliana a raggiungere questo traguardo. «Ero molto legata al mio campo e convinta della bontà della ricerca», sottolineerà la scienziata. «Ogni piccola prova mi dava la motivazione per andare avanti. Non sono il tipo di persona che rinuncia a un sogno solo perché gli altri sono scettici».
Yonath è la prima a decifrare il meccanismo completo del ribosoma, la «fabbrica» delle proteine della cellula. È morta lunedì, all’età di 87 anni, come annunciato dal Weizmann Institute of Science, l’istituto per cui ha lavorato per decenni.
Nata nel 1939 nel quartiere di Geula, a Gerusalemme, la futura Premio Nobel cresce in una famiglia religiosa e di scarsi mezzi, in un appartamento condiviso con altre tre famiglie. A scuola si distingue già da bambina: «La maestra disse ai miei genitori che ero molto curiosa e che era un peccato mandarmi a una scuola religiosa per bambine del quartiere, dove non avrei imparato nulla oltre a cucinare e cucire», ricorderà. A dodici anni, dopo la scomparsa del padre, comincia a lavorare per aiutare la madre, che da sola, con molti enormi, riesce a permetterle di continuare gli studi. Quella stessa passione per il sapere, Yonath la trasmetterà poi alla figlia, la dottoressa Hagit Yonath, oggi a capo di un reparto di medicina interna e di un ambulatorio di genetica per adulti all’ospedale Sheba di Tel HaShomer.
Dopo aver studiato chimica all’Università Ebraica di Gerusalemme, nel 1968 Yonath completa il dottorato in cristallografia ai raggi X al Weizmann Institute, sotto la guida del professor Wolfie Traub. Seguono gli studi post dottorato alla Carnegie Mellon University e al MIT. Nel 1970 fonda al Weizmann il primo laboratorio in Israele dedicato alla cristallografia delle proteine, e per quasi un decennio resta l’unico del suo genere nel Paese. Negli anni ricopre diversi incarichi di primo piano nell’istituto, dalla direzione del Dipartimento di Chimica Strutturale a quella del centro Mazer per la biologia strutturale, e tra il 1986 e il 2004 guida un gruppo di ricerca della Max Planck Society ad Amburgo.
Nel corso dei decenni il suo lavoro pionieristico produce una svolta. Yonath riesce a decifrare come i ribosomi producono le proteine e come i diversi antibiotici interferiscono con quel processo, aprendo nuove strade allo sviluppo di farmaci e alla lotta contro i batteri resistenti, una delle sfide mediche più urgenti del nostro tempo, sulla quale continuerà a richiamare l’attenzione negli anni successivi. Nel 2009 arriva il Nobel, condiviso con gli americani Venkatraman Ramakrishnan e Thomas Steitz. È la quarta donna a ottenerlo nella storia della disciplina. «Nessuno si aspettava, io compresa, che saremmo riusciti a raggiungere il risultato che abbiamo ottenuto», commenta a proposito della decifrazione del ribosoma.
Di quella battaglia Yonath fa negli anni un impegno pubblico. Ospite dell’Esof2020 di Trieste, la rassegna europea dedicata alla scienza, lancia un appello a uno sforzo comune contro la resistenza agli antibiotici, che definisce «uno dei problemi più seri della medicina moderna», aggravato dall’abuso di questi farmaci. Poche le nuove molecole in fase di sviluppo, avverte, mentre la maggior parte delle grandi aziende farmaceutiche ha ormai abbandonato la ricerca in questo campo. «I batteri vogliono vivere e sono più intelligenti di noi, almeno in termini di sopravvivenza, si adattano rapidamente agli antibiotici in circolazione, e per tenerli a bada servono farmaci sempre nuovi», avverte.
Il Nobel è solo l’apice di una lunga serie di riconoscimenti: il Premio Israele per la chimica, il Premio Wolf, il Premio mondiale Albert Einstein per la scienza e decine di altri, oltre a lauree honoris causa da una quarantina di università in tutto il mondo, da Oxford a Hainan. È membro delle più prestigiose accademie scientifiche internazionali, dalla National Academy of Sciences statunitense all’italiana Accademia Nazionale dei Lincei.
Il presidente del Weizmann Institute, Alon Chen, l’ha ricordata come una studiosa «che non ebbe paura di scegliere una strada che altri consideravano impossibile e di percorrerla con determinazione, curiosità e coraggio per decenni». La sua svolta, ha osservato, «ha cambiato la nostra comprensione di uno dei processi più fondamentali della vita e ha aperto nuove possibilità per combattere la resistenza agli antibiotici». Ma la sua eredità, ha proseguito Chen, va oltre i risultati scientifici: «Ha mostrato a intere generazioni di scienziate e scienziati cosa si può ottenere quando si osa porre grandi domande e non si rinuncia alla ricerca ostinata delle risposte».

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