Per entrare in una sinagoga, oggi, è spesso necessario attraversare quella che potremmo chiamare “architettura della diffidenza”: una barriera, una telecamera, un controllo, qualcuno che osserva, qualcuno che verifica chi siamo. La porta, che dovrebbe essere apertura, è diventata dispositivo di sicurezza e a Kippur questa trasformazione è particolarmente visibile: fuori si moltiplicano le precauzioni per impedire che entri qualche malintenzionato, dentro comincia una giornata durante la quale la tradizione ebraica chiede di abbassare le proprie difese. Non è necessariamente una contraddizione, la sicurezza di un luogo di culto non è il contrario della fede e la tradizione rabbinica, anzi, è molto concreta nel mettere la vita davanti al rito: in Yoma 85b, discutendo della possibilità di violare lo Shabbat per salvare una persona, il Talmud formula l’idea che i comandamenti siano stati dati perché l’uomo possa «vivere attraverso di essi», non perché debba morire per essi. E il principio più generale per cui «non ci si affida al miracolo» (Shabbat 32a) appartiene allo stesso spazio mentale: dove esiste un pericolo la prudenza non è una forma di scarsa fede. Non c’è nulla di particolarmente spirituale nel lasciare una porta aperta quando si può chiuderla, e la sinagoga deve poter proteggere il corpo di chi vi entra. È più interessante ciò che accade dopo: Kippur è un giorno in cui il corpo viene deliberatamente sottratto ad alcune delle sue protezioni ordinarie, non si mangia e non si beve, si interrompe la quotidianità legata al corpo, si accettano fame, sete e stanchezza. La vulnerabilità non è solo un’immagine spirituale, non un’anima liberata dal corpo ma qualcosa cui si arriva proprio attraverso la sua esposizione. Il corpo protetto all’ingresso è anche corpo che digiuna, in una giustapposizione curiosa: fuori si fa il possibile perché nulla arrivi a ferire il corpo; dentro si accetta una forma rituale di privazione che lo rende più percepibile a sé, più presente, meno facilmente “dimenticabile”. Questa relazione particolare tra protezione e spoliazione ha origini antiche: nel giorno più solenne dell’anno il cohen gadol entrava nel Santo dei Santi, il luogo più interno e separato del Tempio, e indossava abiti bianchi di lino, invece delle vesti d’oro che caratterizzavano altri momenti del culto. La Mishnah e il Talmud di Yoma descrivono con grande precisione la successione dei passaggi – immersioni, spogliarsi, rivestirsi – quasi che la trasformazione nell’abito sia parte della grammatica stessa della giornata. Non è una scena improvvisata, il bianco è prescritto, ritualizzato e regolato, e proprio per questo l’immagine è importante. La magnificenza dell’oro lascia spazio alla semplicità del lino. La prossimità al sacro non coincide con l’aumento dell’apparato rituale, il sacerdote entra nel luogo più secluso portando con sé prima di tutto il proprio corpo, sottoposto a una disciplina rigorosa. La prima è responsabilità collettiva, la seconda è un’esperienza personale e comunitaria e non può essere delegata. Hillel, in Pirkei Avot 1,14, chiede: «Se non sono io per me, chi sarà per me? E quando sono soltanto per me, che cosa sono?». Il primo interrogativo potrebbe essere pronunciato fuori, davanti alla porta di una sinagoga: se non proteggiamo noi stessi, chi lo farà? Ma la domanda successiva impedisce che la risposta diventi una filosofia dell’assedio: la protezione di sé rischia di impoverire proprio quella dimensione comunitaria che la sinagoga dovrebbe custodire. Proteggersi è necessario, vivere soltanto per proteggersi non basta.
La metafora delle porte, a Kippur, acquista una forza particolare, la giornata termina con Ne’ilah, la «chiusura», il cui nome stesso rimanda ai cancelli del cielo e all’urgenza dell’ultima preghiera. Nella tradizione ashkenazita, un piyyut apre invocando: «Aprici una porta nel momento della chiusura dei cancelli». Proprio mentre una porta si chiude, si chiede l’apertura. È qualcosa su cui la tradizione rabbinica aveva già lavorato a lungo: in Berakhot 32b Rabbi Elazar dice che dopo la distruzione del Tempio, «si sono chiuse le porte della preghiera» e aggiunge che «le porte delle lacrime non si sono chiuse». La sinagoga contemporanea vive proprio questa ambiguità, deve proteggere senza diventare un luogo definito soltanto da ciò che tiene fuori. Deve proteggere il corpo abbastanza da permettere a chi è dentro di esporsi in un altro modo: alla memoria, alla colpa, al giudizio, al bisogno di perdono, all’essere comunità. All’ingresso viene chiesto, non solo implicitamente, di dimostrare che si è “casher” ed essere autorizzati a entrare; a Kippur si entra in uno spazio nel quale viene chiesta la cosa opposta: riconoscere di non essere stati sempre all’altezza di ciò che si dovrebbe essere. È una forma di esposizione che non ha nulla di spettacolare e a Kippur si parla al plurale: abbiamo peccato, abbiamo mancato, abbiamo tradito. La comunità si protegge insieme e insieme è chiamata ad ammettere la propria imperfezione. A Kippur le porte possono essere chiuse con ancora maggiore attenzione; dentro si cerca ostinatamente una porta che resti aperta. Non sono la stessa porta e proprio questa distanza, più che una sintesi delle due cose, rende intelligibile il giorno.
Ada Treves