Alla fine di un anno ebraico segnato dall’attacco alla sinagoga di Heaton Park che ha avuto luogo lo scorso Yom Kippur, dalla crescita della preoccupazione per l’antisemitismo e un nuovo passaggio elettorale in Israele, il quadro che emerge dalle ricerche del britannico Institute for Jewish Policy Research (JPR) è meno lineare di quanto suggerito dalla cronaca. Jonathan Boyd, che guida il JPR, in un testo pubblicato su Jewish News racconta il lavoro che attraverso indagini e studi in diversi paesi ha seguito gli effetti del 7 ottobre, della guerra a Gaza e dell’aumento dell’antisemitismo. La prima osservazione riguarda l’identità ebraica: dopo il 7 ottobre si è parlato molto, soprattutto negli Stati Uniti, della nascita di un «ebreo dell’8 ottobre», trasformato dall’evento nel rapporto con l’ebraismo, con Israele e con la comunità. I dati del JPR restituiscono però un’immagine più cauta, e alcuni atteggiamenti sono cambiati: hanno conosciuto variazioni l’attaccamento a Israele, la percezione dell’antisemitismo e il senso di vulnerabilità. Non osserva invece una trasformazione generalizzata di religiosità, frequentazione delle sinagoghe, studio ebraico o altre dimensioni fondamentali dell’identità. Il trauma ha avuto conseguenze profonde, ma non ha prodotto una nuova e uniforme forma di risveglio ebraico. Il secondo punto riguarda l’antisemitismo e sposta il focus dagli episodi ai loro effetti: in ricerche qualitative condotte in Irlanda e nei Paesi Bassi molti ebrei hanno descritto disagio, esposizione, isolamento o incomprensione anche senza avere subito direttamente un atto antisemita. Diventano significativi i comportamenti difficili da registrare: evitare di parlare di Israele, essere più prudenti nel dichiararsi ebrei, riconsiderare relazioni e convinzioni che prima apparivano scontate. Acquista rilievo la nozione di «antisemitismo ambientale», elaborata dal JPR: non preoccupa soltanto l’insieme di aggressioni o pregiudizi espliciti, ma il clima, capace di modificare la percezione che gli ebrei hanno del proprio posto nella società. La domanda diventa così anche una questione di fiducia: quanto ci si sente legittimati a essere se stessi nello spazio pubblico? Il terzo elemento citato da Boyd riguarda l’educazione ebraica e corregge un’altra convinzione consolidata: la famiglia resta il fattore più forte nel predire l’identità ebraica adulta. Tra le esperienze organizzate, però, le forme di educazione informale e in particolare i movimenti giovanili, sembrano avere nel lungo periodo un’influenza almeno pari e per alcuni aspetti superiore a quella della scuola. Campi, esperienze in Israele, amicizie e gruppi di coetanei possono lasciare tracce profonde. La formazione dell’identità avviene dunque anche fuori dai luoghi sui quali la comunità tende tradizionalmente a fare il massimo investimento. Il quarto dato riguarda il rapporto con la società circostante: da diversi studi emergono segnali di maggiore cautela, alcuni ebrei evitano discussioni su Israele con amici e colleghi non ebrei, altri trascorrono più tempo all’interno delle proprie reti sociali. La comunità può diventare un luogo di sostegno, solidarietà e sicurezza psicologica ma la stessa dinamica può ridurre gli spazi di relazione con il resto della società. Il problema non è soltanto la sicurezza, ma la possibilità di restare aperti e partecipi senza trasformare la prudenza in separazione. Il quinto punto sottolineato da Boyd ragiona proprio su questo: nonostante tutto non ci sono elementi per parlare di un collasso comunitario, il senso di appartenenza al popolo ebraico e alla sua storia sembra resistere e gli eventi degli ultimi anni sembrano aver riorganizzato l’identità più che averla indebolita. Sono cambiate priorità e preoccupazioni, mentre una connessione di fondo con gli altri ebrei e con la storia comune si è dimostrata più forte del previsto. La ricerca sociale in questo caso serve anche a correggere narrazioni troppo semplicistiche. Nel caso della vita ebraica britannica il risultato è dunque una immagine in movimento, la comunità è attraversata da maggiore vulnerabilità e relazioni più tese, una parte dei suoi membri è più prudente nei confronti dell’esterno, ma si conservano forme robuste di appartenenza. Una complessità che non attenua la portata delle difficoltà, semplicemente ne restituisce la misura.
a.t.
(Nell’immagine, la recita delle Selichot al Kotel, il Muro Occidentale, nel 2024)