Puoi essere chi ti pare. Puoi contare su un’autorevolezza smisurata, puoi avere il titolo del più apprezzato e il più noto intellettuale italiano vivente, puoi aver diffuso milioni e milioni di copie dei tuoi scritti in tutto il mondo, puoi rappresentare quello che alcuni chiamerebbero un mostro sacro. E puoi essere anche tanto grande da non farlo pesare sugli altri. Ma non c’è niente da fare, la vigilia di un debutto resta sempre una porta aperta sull’ignoto. E porta con sé quella venatura d’ansia, di curiosità, di impazienza, che ognuno supera a modo suo. Piacerà? Venderà? Sarà capito? Susciterà passioni, polemiche? Subirà attacchi? Nella dolce luce della sua bella casa milanese affacciata sulle mura del Castello Sforzesco, l’intervistato aspetta, apparentemente rilassato, le domande sprofondando in un candido divano. Eppure, forse non vorrebbe ammetterlo apertamente, ma è evidente, mentre ridacchia sotto i baffi e mastica un bocchino senza sigaretta: alla regola della vigilia non sfugge nemmeno il professor Umberto Eco.