Non è stata l’idea di essere senza altre possibilità, a spingerli a lasciare l’Italia, e neppure un senso di claustrofobia nei confronti della propria comunità ebraica: i giovani ebrei italiani sono più pragmatici. Che siano partiti per conseguire una laurea valida in più paesi, per imparare meglio la lingua, o che Parigi fosse il sogno della città delle luci e dell’amore, all’estero hanno trovato una vita soddisfacente, spesso piena di soddisfazioni. Un amore realizzatosi in un matrimonio, l’obiettivo accademico, un progetto lavorativo chiaro, tutto parla di ragazzi determinati e con idee ben definite, molto solidi e soprattutto capaci di resistere agli inevitabili momenti di sconforto. E che non si sono fatti intimorire né dagli attentati che a gennaio 2015 hanno colpito la redazione di Charlie Hebdo e l’Hypercacher, né dagli attacchi terroristici di novembre.
La più giovane, Sara, partita a 18 anni per iscriversi a filosofia a Parigi, è anche quella che forse proprio per la sua formazione si è messa più in discussione durante gli anni passati a Parigi.