“Con Spielberg per raccontare la nostra ferita”
La prima irresistibile tentazione, parlando con Elèna Mortara Di Veroli, è andare sul personale. Cosa significa essere la pronipote di Edgardo Mortara, bimbo ebreo convertito di nascosto e poi rapito dalla Chiesa, protagonista di una cause celebre che ancor oggi continua a far sentire la propria eco? Fino a che punto la dimensione e la sensibilità familiare influiscono sul suo lavoro di critica letteraria, che in questi ultimi anni si è concentrato, tra le altre sue ricerche, proprio sugli effetti che il caso ha avuto nel contesto storico-culturale dell’epoca? E come ci si sente a venire di continuo chiamati in causa nel dibattito pubblico in qualità di studiosa, certo, ma anche in nome del vincolo di parentela? Bastano però poche battute a inquadrare la questione nella sua corretta dimensione rendendola perfino più appassionante. Sì, dice con un sorriso la professoressa Mortara, la familiarità gioca un suo inevitabile ruolo. “La mia bisnonna, la nonna di mio padre, era sorella di Edgardo. Non si tratta dunque di una discendenza lontana nel tempo. Mio padre ha conosciuto Edgardo e l’ha incontrato più volte: per noi la sua storia, così drammatica, è stata sempre molto presente e vicina. Un elemento che credo mi abbia dato un certo vantaggio rispetto ad altri studiosi, nel senso che per conoscere determinati eventi o comprendere alcuni aspetti del caso non ho avuto bisogno di consultare particolari testi né di attendere delle pubblicazioni”.