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Simonino (di nuovo)

gadi luzzatto vogheraCome da tradizione secolare, con l’avvicinarsi delle festività pasquali in alcuni ambienti estremi e retrivi si fa strada un’incontenibile pulsione ad esternare sentimenti antiebraici. Lo schema è sempre lo stesso, e ogni volta che ci troviamo a raccontarlo la reazione è stupita: “Omicidio rituale?! Ancora ci si crede?”. Purtroppo sì, e non solo è merce comune (nonostante la splendida mostra organizzata sul tema a Trento di recente), ma c’è chi si mette d’impegno per comporre imponenti opere pittoriche riproponendo senza lasciare nulla al caso la classica iconografia antigiudaica della più vetusta tradizione cristiana, condannata dalla storia oltre che dalla Chiesa stessa. Lo scorso martedì il pittore Giovanni Gasparro ha postato con orgoglio sulla sua pagina Facebook una sua opera imponente dedicata a Simonino da Trento, attribuendogli l’onore della santità sebbene il culto in suo onore sia stato abrogato formalmente il 28 ottobre 1965. Naturalmente il bambino trovato morto a Trento il 26 marzo del 1475 non ha alcuna colpa. È invece la narrazione del suo martirio, di cui furono falsamente accusati alcuni ebrei locali (in seguito torturati e trucidati), ad essere qui motivo di scandalo. È la rappresentazione degli ebrei dallo sguardo sordido e traditore, uomini e donne truci che si accaniscono sul corpo disperato di un bambino atterrito che dovrebbe creare problema, innanzitutto all’artista stesso. Che usa il manuale dell’“antisemita tipo”: l’ebreo è sporco, viscido, assetato di sangue innocente, guidato da una religione fasulla (quegli uomini compiono il misfatto in quanto ebrei, vestiti di abiti rituali e sormontati da una menorah accesa), avido. Non c’è pietà in quei volti simil-caravaggeschi, solo odio profondo e inappellabile. Al centro del quadro un vecchio guarda l’osservatore con espressione sorpresa che vuole dirci: “Accidenti, ci hanno scoperto!”. Il senso del ridicolo di questa rappresentazione “fuori tempo massimo” si raggiunge nella visione di tre personaggi che indossano uno “streimel”, un indumento che rende surreale la scena. Come il pittore evidentemente non sa, quel copricapo deriva direttamente dalla tradizione dei chassidim che popolavano l’Ucraina e la Bielorussia del XVIII secolo (lontani nello spazio e nel tempo da Trento 1475) e che imitavano i sontuosi abiti della nobiltà lituana e polacca. E non sa neppure che quel copricapo si indossa di regola il Sabato, momento nel quale è vietata qualsivoglia attività lavorativa, compreso l’omicidio di bambini innocenti.

Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

(27 marzo 2020)