Una sentenza storica

All’arrivo di quella sentenza di primo grado ci fu soddisfazione generale, o quasi: era sì una vittoria, ma decisamente zoppa, forse così tanto da rivelarsi un vero boomerang per l’intera popolazione ebraica italiana e per le minoranze in generale. Appena iniziai ad esporre le mie considerazioni all’allora presidente della Comunità di Mantova, Fabio Norsa zl, lui mi fermò: “Inutile dettagliare a me concetti che sono estranei al mio mestiere: scrivi tutto e manda a Renzo Gattegna. Intanto io lo chiamo per avvisarlo”. Nel giro di poco tempo si decise di ricorrere in appello: sì, avevamo vinto e sì, saremmo comunque ricorsi in appello, per ottenere una sentenza che, a differenza della prima, non si limitasse alla diffamazione e che non escludesse l’UCEI come parte lesa. Rischioso, senza dubbio, ma peggio sarebbe stato far passare in giudicato quel primo esito.
Seguirono settimane intense, fino al giorno in cui lo studio legale Binelli di Mantova ci consegnò l’atto per la firma, che anticipammo via mail a Gattegna. In volo verso Roma, Fabio raccontava barzellette per sedare un poco il mio stato di ansia. Era domenica e con Renzo avevamo appuntamento nel suo studio di avvocato. Ci accolse con la consueta cordialità. Per lasciare loro qualche minuto di confronto da soli mi misi a chiacchierare con una delle guardie del corpo, ma Renzo mi chiamò – “Su, che senza di te non possiamo cominciare” e già con queste poche parole credo di poter definire chi fosse. Seduto alla scrivania, disse che aveva già letto tutto, ovviamente, e mentre sembrava cercare qualcosa in giro – una penna, pensai – mi chiese di ricordargli perché avremmo dovuto farlo. Io rimasi un poco stranita, lo confesso, e lanciai uno sguardo a Fabio che, seduto accanto a me all’altro lato, con la lunga e scarna mano all’altezza del ginocchio mi faceva segno di rispondere e di farlo alla svelta. Iniziai incerta, poi elencai una per una le ragioni su cui a Mantova avevamo a lungo lavorato. Renzo sorrise silenzioso, ancora, poi avvicinò il fascicolo a sé, prese la penna, la appoggiò sul foglio e… si fermò. Alzò lo sguardo: “Sei sicura?”. Cielo! Ero quasi esasperata! Sarei scappata. Risposi “Presidente, come posso essere sicura? Io…” e intanto firmò, mentre diceva, interrompendomi, “Tu non sarai sicura, ma io sono sicuro di te”. Di certo non poteva sapere, non fino in fondo, quanto importanti fossero state per me quelle parole.
Trascorsero i mesi, Fabio diventava sempre più magro, eppure sembrava sempre più forte. La bella notizia arrivò poche settimane prima che lui ci lasciasse: quella sentenza di secondo di grado ha fatto la storia della giurisprudenza antidiscriminatoria, grazie al coraggio di questi due uomini.
È il ricordo più bello che ho di Renzo Gattegna, perché contiene tutto. L’eleganza dei suoi sorrisi e delle sue parole, la sua forza mite, l’intelligenza di sapersi anche affidare, l’onestà di riconoscere il lavoro altrui, la speranza e la fiducia nei giovani e nelle giovani, che ha voluto concretizzare in tante forme e occasioni.
Ieri sera, per acquietare il doloroso pensiero della perdita di un altro grande uomo, ho riletto quella sentenza, dopo anni, e ho pensato a tutte quelle persone che, grazie ad essa, hanno potuto e potranno trovare giustizia, contro la vigliacca sopraffazione antisemita, razzista, omofoba, discriminatoria.
Spesso le azioni più grandi passano alla storia in silenzio. Questa è una di quelle, però aveva una sottile mano agitata che spingeva per procedere e sorridenti occhi azzurri.

Angelica Bertellini

(11 novembre 2020)