MUSICA – Il numero 231
Nel 1923 il compositore svizzero Arthur Honegger scrisse il brano sinfonico Pacific 231 in riferimento al rodiggio della celebre locomotiva americana (due assali anteriori, tre assali delle ruote motrici e un assale sotto la cabina del macchinista). L’opera è di grande impatto sull’ascoltatore al quale una magistrale orchestrazione di Honegger (ad esempio le sordine applicate agli ottoni a riproduzione dello stantuffo del treno) trasmette i brividi dell’emozione futuristica della velocità su rotaia.
Nel 1926 il compositore ucraino Aleksandr Vasil’evič Mosolov (nell’immagine) scrisse Zavod [Muzyka mashin], episodio sinfonico di linguaggio futurista a celebrazione dell’industria pesante sovietica con l’orchestra che riproduce fischi di sirene, ronzio di macchinari e martelli pneumatici con strumenti a percussione non convenzionali in organico quali una lamina metallica per replicare il suono delle macchine che si surriscaldano e si espandono; ispirata a Pacific 231 di Arthur Honegger, l’opera debuttò a Mosca il 4 dicembre 1927 in un concerto per il decimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre ma il regime sovietico non sembrò gradire questo debordamento dalle linee del realismo socialista e pertanto il 4 novembre 1937 Mosolov fu arrestato con l’accusa di attività controrivoluzionarie e, ai sensi dell’art.58, condannato a otto anni da scontarsi presso il famigerato Volgolag dove fu assegnato ai lavori forzati presso la centrale idroelettrica e il bacino artificiale di Rybinsk.
Kirov (sino al 1934 chiamata Vyatka) è il capoluogo dell’omonimo Oblast’ nella Russia nord-orientale europea che nella sua parte settentrionale ospitava il Gulag K-231 istituito con decreto speciale del Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) e inserito in un vasto complesso concentrazionario finalizzato a sfruttamento forestale e industria del legname nella vasta foresta boreale della regione; oltre 100 mila prigionieri appartenenti a circa 80 nazionalità furono sottoposti ad attività defatiganti oltre l’immaginabile che misero a durissima prova la loro resistenza psico-fisica, 18 mila di essi persero la vita.
Gran parte dei gulag furono abbandonati a partire dall’estate 1953 dopo la morte di Josif Stalin. Con l’annuncio di un’amnistia generale i prigionieri abbandonarono pressoché pacificamente i gulag a eccezione del GulagK-231, dove si consumarono terribili scontri; la rivolta fu repressa duramente e i rivoltosi passati per le armi o uccisi per assideramento in un lago ghiacciato.
Dopo la caduta di Nikita Chruščëv nell’ottobre 1964 e contestualmente negli anni in cui Cuba criticò duramente l’Unione Sovietica mentre la Cina di Mao costruì un modello di sviluppo diverso da quello occidentale proponendo una nuova versione del comunismo, nella Repubblica Socialista di
Cecoslovacchia si tornò a ripubblicare Franz Kafka (nell’immagine) e nel gennaio 1968 salì al potere Alexander Dubcek con il suo “socialismo dal volto umano”. Sino alla fatidica invasione della Cecoslovacchia il 20 agosto 1968 da parte dei Paesi del Patto di Varsavia che segnò la fine della leggendaria Primavera di Praga (la Romania non partecipò, la Germania Orientale fu fermata prima dell’invasione e inviò supporto tecnico, l’Albania uscì dal Patto di Varsavia in segno di protesta).
I 3 Klavierstücke del compositore moravo Alois Piňos-Simandl sfruttano un codice numerico 2-3-1 ossia un rapporto d’intervalli tra note che in realtà nasconde la citazione della Legge nr. 231 della Repubblica Socialista Cecoslovacca successiva all’invasione. La legge permetteva di arrestare tutti i nemici del regime; i prigionieri politici scarcerati prima dell’invasione fondarono nel 1968 il Club K 231, club soppresso dopo la restaurazione comunista (i 3 Klavierstücke furono scritti per loro).
Qualcosa di disturbante attraversa buona parte del Novecento inanellando tragici eventi storici (come il Gulag K-231), legislativi (come la legge nr. 231), culturali (come il Club K 231 di Praga), musicali (come Pacific 231 di Honegger e i 3 Klavierstücke di Piňos-Simandl); il numero 231.
231 non è un numero qualunque bensì possiede una carica simbolica e matematica che lo rende affascinante sia per i mistici che per i matematici; nel Sefer Yetzirah si parla delle 231 Porte (She’arim) dell’intelligenza, che rappresentano i canali attraverso cui l’energia divina fluisce per creare la realtà, i maestri cabalisti asseriscono che chiunque padroneggi la conoscenza di queste 231 porte possiede le chiavi per comprendere la struttura stessa dell’universo.
L’alfabeto ebraico è composto da 22 lettere ma se si calcolano le combinazioni a coppie delle lettere (senza ripetizioni e non considerando l’ordine) si ottiene 231, in termini matematici 2n(n−1) diviso 2 = 22×21 diviso 2 ossia 231; moltiplicando i primi tre numeri primi ossia 3, 7 e 11 si ottiene 231.
Il numero è codice, energia pietrificata che il musicista discioglie e plasma in segni e capriate che disegnano l’architettura di un’opera musicale, non c’è bisogno che il musicista ne sia consapevole poiché le energie che sottendono la materia musicale giocano tra loro a prescindere; Wolfgang Amadeus Mozart avvertiva istintivamente la sezione aurea di ogni sua opera mentre Béla Bartók aveva bisogno di calcolarla ma il risultato della perfezione artistica delle loro opere era il medesimo.
Tornerà la grande musica e non sarà un nuovo Beethoven sceso da un’astronave a consegnarcela; questa musica già esiste, è il canto della Terra che ha attraversato il più drammatico wormhole spazio-temporale della storia creato nel secolo scorso.
Il secolo di ghetti, lager e gulag; il secolo del numero 231.
Francesco Lotoro