7 OTTOBRE – L’antisionismo dilagante e la crisi della sinistra ebraica
Dopo il 7 ottobre, scrive Pierre Lurçat in un articolo pubblicato da Tribune Juive, una parte dell’ebraismo di sinistra occidentale si trova immersa in una crisi che è insieme politica, culturale e identitaria. Un testo apparso su Haaretz, quotidiano spesso associato alle posizioni più critiche verso il governo israeliano, prende di mira gli ambienti ebraici antisionisti americani accusandoli di coltivare una forma di «odio di sé» e cercare una legittimazione morale attraverso la presa di distanza da Israele. Lurçat osserva come proprio da Haaretz, tradizionalmente riferimento della sinistra israeliana liberal, emerge oggi una denuncia severa di quei settori ebraici statunitensi che, dopo il massacro compiuto da Hamas, hanno accentuato la loro opposizione al sionismo fino a mettere in discussione la legittimità stessa dell’esistenza di Israele come Stato ebraico. Nella lettura proposta da Lurçat colpisce il rovesciamento di un paradigma consolidato. Per decenni l’antisionismo ebraico americano è stato percepito, almeno in certi ambienti progressisti, come una componente marginale ma tollerata del dibattito interno al mondo ebraico. Dopo il 7 ottobre invece quella posizione appare a molti israeliani come una frattura radicale, aggravata dal clima di ostilità crescente registrato nei campus universitari statunitensi e negli spazi della sinistra militante.
Lurçat descrive il senso di smarrimento diffuso tra gli ebrei di sinistra che avevano costruito la propria identità politica attorno ai valori universalisti, ai diritti civili e alla convinzione che l’antirazzismo costituisse un terreno condiviso. Il trauma riguarda sia l’attacco di Hamas sia la reazione di una parte della sinistra internazionale, accusata di avere relativizzato il massacro o di averlo rapidamente riassorbito dentro una lettura esclusivamente coloniale del conflitto. In questo contesto, scrive l’autore, la parola «sionista» è diventata in molti ambienti un marchio infamante mentre gli ebrei accettati nello spazio progressista sono soltanto quelli disposti a dissociarsi pubblicamente da Israele.
Il riferimento all’«odio di sé» non viene utilizzato da Lurçat in chiave psicologica, quanto come categoria politico-culturale. L’autore insiste sul fatto che alcuni intellettuali ebrei americani sembrano considerare la condanna di Israele come una forma di assoluzione morale personale, una prova necessaria di appartenenza al campo del bene universale. Da qui la durezza della critica di Haaretz, che vede in questa dinamica una delegittimazione dell’identità collettiva ebraica quando assume forma nazionale. Lurçat sottolinea inoltre come il dibattito apertosi dopo il 7 ottobre abbia messo in crisi categorie considerate fino a poco tempo fa stabili: la distinzione tra antisionismo e antisemitismo, ad esempio, viene percepita da molti ebrei occidentali come sempre più fragile soprattutto davanti alla crescita di aggressioni, intimidazioni e isolamento sociale vissuti da studenti e militanti ebrei nei contesti universitari e culturali. Il risultato è un sentimento di solitudine politica che investe proprio quei settori dell’ebraismo progressista che per anni avevano pensato di trovare nella sinistra il proprio spazio naturale. L’articolo di Lurçat restituisce in conclusione l’immagine di una frattura che attraversa non soltanto il rapporto tra Israele e diaspora, ma anche l’identità stessa degli ebrei di sinistra dopo il 7 ottobre.