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13 dicembre
2010 - 6 Tevet 5771 |
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Riccardo
Di Segni,
rabbino capo
di Roma
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Nel commento alla Torah di
Rashi compaiono ogni tanto delle parole in lingue non ebraiche (la'az),
di solito il francese dell'XI secolo, che apparentemente sono state
inserite dall'Autore per spiegare meglio il testo (a meno che non si
pensi a qualche messaggio in codice). Come spesso succede nei testi
classici, le spiegazioni che all'origine erano destinate a spiegare
meglio, diventano loro spesse un problema interpretativo. Si aggiungano
gli errori dei copisti e dei tipografi che deformavano l'originale,
perché non capivano le parole straniere o le adattavano alla loro
lingua; succedeva anche in Italia, dove le parole erano spesso molto
simili, ma non uguali, con strani effetti. Le due parole straniere
della parashà letta questo Shabbat sono esempi interessanti di questi
sviluppi: La "casa del Faraone" in Bereshit 45:3, che apprende
dell'arrivo dei fratelli di Yosef, non è secondo Rashi la casa in senso
stretto, ma l'insieme delle persone che la compongono: "mesnada" in
lingua straniera. Termine che deriva da maison, quindi è la casata, ma
sappiamo che cosa è diventata la "masnada" in italiano. Più avanti al
cap. 47:7 Yaacov benedice il Faraone; per Rashi è "la richiesta di
pace, come è abitudine di tutti coloro che compaiono ogni tanto davanti
ai re, "saluder". In italiano è salutare, augurare la salute; in tal
modo Rashi spiega che quando salutiamo in realtà benediciamo una
persona, e quando benediciamo è come se salutassimo.
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Anna
Foa,
storica
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La riflessione di Gadi Luzzatto Voghera e di David
Bidussa sul significato della parola hatzèr ci invita a
riflettere sullo stretto nesso esistente nella nostra storia tra
l'interno e l'esterno, un nesso inscindibile per tutti gli ebrei della
diaspora ma ancor più per gli ebrei italiani. Un rapporto stretto tra
vita ebraica, studio della Torah e curiosità verso il mondo, che non è
solo del periodo successivo alla liberazione, ma che accompagna tutta
la nostra storia, in misura maggiore o minore a seconda dei tempi e
delle circostanze. Per questo i due momenti non sono contrapponibili, e
la nostra storia è storia di un mondo aperto e in continuo rapporto con
l'esterno. Un rapporto che ha sempre implicato ascolto, riadattamento e
suggestione sull'altro. Insomma, come dice Bidussa, creatività. Chi
vorrebbe rialzare intorno alla vita degli ebrei le pareti di un ghetto
immateriale non capisce che il ghetto protettivo e difensivo che si
immagina non è mai esistito. Per fortuna della sopravvivenza
dell'ebraismo, perché a salvare l'identità degli ebrei nel ghetto non è
stato certo l'isolamento, ma semmai la possibilità, comunque, di
continuare ad avere scambi e rapporti col mondo esterno.
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Qui
Torino - La città restituisce l'Aron alla Comunità
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Bentornato Aron Hakodesh.
Dopo oltre un secolo, la Comunità ebraica torinese ha festeggiato ieri
la Teshuvà, inteso come ritorno, dell’Aron che nel 1884 l’allora
Università Israelitica di Torino donò alla città. Un evento di grande
importanza che ha visto la larga partecipazione e interesse degli ebrei
torinesi. Frutto della collaborazione fra Comunità, Soprintendenza per
i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte e
Fondazione Torino Musei, la restituzione in comodato d’uso dell’Aron,
come sottolinea il neoconsigliere UCEI Giulio Disegni, promotore
dell’evento, testimonia il grande legame storico fra la realtà ebraica
piemontese e le istituzioni locali. “Un riconoscimento - spiega in
apertura il presidente della Comunità Tullio Levi - del ruolo
della comunità ebraica nella società che assume un significato ancor
più pregnante alla vigilia del centocinquantesimo anniversario
dell’Unità d’Italia”. Dell’importante collaborazione istituzionale
portata avanti per organizzare l’evento hanno parlato Giovanna Incisa
Cattaneo, presidente della Fondazione Torino Musei, e Edith Gabrielli,
soprintendente per i Beni Storico Artistici ed Etnoantropologici del
Piemonte, sottolineando il valore del museo come luogo in cui la
memoria non solo è conservata ma può essere restituita.
Conservato nei locali di
Palazzo Madama (che ha portato avanti il progetto di restauro), l’Aron
Hakodesh, dorato e decorato con fregi e figure architettoniche che
simboleggiano il Tempio di Gerusalemme, è il più antico arredo ligneo
proveniente dalle sinagoghe del vecchio ghetto torinese. Dopo
l’emancipazione degli ebrei del Regno Sabaudo nel 1848 e con la
costruzione dell’attuale sinagoga, la comunità decise di donare l’Aron
alla città come segno di riconoscenza e fiducia nelle istituzioni. A
testimoniarlo, una lettere dell’allora presidente Alessandro Foa
diretta al direttore del Museo Civico, Emanuele D’Azeglio, letta
davanti al folto pubblico dall’attore Francesco Maraveti. “Forse se non
l’avessero fatto, oggi non potremmo festeggiare la chiusura di questo
ciclo, il ritorno dell’Aron” ricorda Giulio Disegni, facendo
riferimento ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che,
peraltro, cancellarono la gran parte dell’Archivio della Comunità.
Il percorso di ricerca e restauro dell’arredo, come sottolinea Cristina
Mosetti della Soprintendenza, è iniziato recentemente ed è terminato
con un grande successo: il ritorno nell’alveo originale ovvero la
Comunità ebraica. Dopo i cenni storici e artistici della studiosa
Sharon Reichel che ha collocato l’origine dell’Aron intorno al
Settecento (in concomitanza con l’istituzione del ghetto a Torino per
volere dei Savoia), rav Alberto Somekh ha dato il suo “benvenuto”
all’Aron. “Teshuvà significa pentimento, risposta ma anche ritorno - ha
ricordato il rav - per cui in questa occasione diamo il bentornato
all’Aron Hakodesh”.
Prima dell’inaugurazione ufficiale, il pubblico si è raccolto nella
sinagoga piccola per ascoltare in silenzio la voce di Shemuel
Lampronti, che ha eseguito canti rituali ebraici secondo il minhag
piemontese. Poi tutti assiepati ad ammirare il prezioso Aron Hakodesh,
tornato dopo oltre cento anni dove un tempo non aveva trovato posto, la
sinagoga di Torino.
Daniel Reichel
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Qui
Trieste - Molti giovani nel nuovo Consiglio
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La Comunità di Trieste ha un
nuovo Consiglio. Le votazioni, che ieri hanno visto un elevato
afflusso, hanno sancito un ampio rinnovamento degli eletti designando
Jacov Belleli, Andrea Mariani (nell'immagine qui sotto), Nathan Israel,
Ariel Camerini, Mauro Tabor, Alessandro Salonichio e Igor Tercon.
Fatta eccezione per Andrea
Mariani (che in questi ultimi anni ha retto la presidenza della
Comunità ed è stato eletto consigliere UCEI al recente Congresso a
Roma) e per Mauro Tabor (già consigliere) si tratta di un Consiglio
composto di new entries fra cui spiccano numerosi trenta-quarantenni.
La prima riunione avverrà entro pochi giorni.
Solo allora si saprà quale
sarà la distribuzione delle cariche e delle progettualità per i
prossimi anni.
dg
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Qui Roma
- Ordine dei giornalisti all'arrembaggio
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Se voleva gettare acqua sul
fuoco Enzo Iacopino presidente dell’Ordine dei giornalisti
nazionale non c’è riuscito. Non soltanto ha ospitato nella
sede dell’Ordine uno spot per la seconda spedizione
“umanitaria” freedom flotilla ma l’ha condita con un attacco
pesante all’onorevole e collega Fiamma Nirenstein che lo
aveva criticato aspramente per l’ iniziativa intrapresa. L’ha
apostrofata dicendo:“ L’onerevole Nirenstein non chiede,
intima, vuole lei indicare il momento opportuno. Non c’era
bisogno di intimare. Siamo disposti ad ospitare chi lo
desidera”. Iacopino che è parso nervoso e sulla difensiva
ha stigmatizzato coloro che a suo dire si sono “permessi”
di demonizzare l’Ordine dei giornalisti
definendo “immondizia” i commenti letti su internet ed ha
invitato i critici ad informarsi ed ascoltare. Noi siamo
andati per l’appunto ad ascoltare. E Iacopino ha rincarato la
dose dicendo di condividere: “ lo spirito di questa seconda
Freedom Flotilla”. Poi ha auspicato che l’onorevole Walter
Veltroni, chissà se nella veste di parlamentare o di
scrittore, vada a ispezionare personalmente il carico di
queste navi. Ha difeso Angela Lano, la giornalista presente
sulla prima spedizione, definendola vittima di un crimine che
è stata una grave violazione dei diritti umanitari ed è stato
contraccambiato con complimenti e ringraziamenti. Poi una
volta terminata la presentazione del libro si è allontanato,
forse per sottolineare una distanza ideale, lasciando spazio
a una serie di imprecisate associazioni, fra cui alcune(l’IHH
rappresentato dal suo vicepresidente) definite terroriste da
Israele e la sede dell’Ordine dei giornalisti è
diventata il “porto” da cui simbolicamente
è partita la seconda flotilla.
Daniele
Ascarelli
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Qui Roma
- Le radici ebraiche dell'Europa
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Tre giornate di
approfondimento sul tema Radici ebraiche dell’Europa: messianismo
sabbatiano, spinozismo, riflessioni sulla Shoah, sono quelle che ha
organizzato il dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza di
Roma e che prenderanno il via oggi pomeriggio proseguendo domani e
mercoledì nell’aula V a Villa Mirafiori, in una full immersion su tre
momenti del pensiero ebraico, il messianismo di Shabbetay Zevi, lo
spinozismo, la riflessione dopo la Shoah che hanno segnato
profondamente la cultura europea, nelle sue correnti politiche
radicali, in una celebrazione della libertà dell’uomo non dimentica di
Dio, nella ricerca di un nuovo pensiero e di una nuova religiosità al
di là della metafisica e dell’ateismo. Folta la lista dei relatori,
anche di fama internazionale che si susseguiranno in questi giorni:
oggi pomeriggio dopo il saluto del direttore del Dipartimento,
professor Stefano Petrucciani, interverranno Alessandro Guetta e
Yirmiahu Yovel. Subito dopo Cristina Ciucu, Giuseppe Veltri, Jack
Bemporad, Mariangela Caporale. A moderare gli interventi la
professoressa Irene Kajon. Domani i lavori riprenderanno alle 9 con gli
interventi di Diana Matut, Alessandro Gebbia, Moshe Idel, Saverio
Campanini, Fiorella Gabizon, moderati dalla professoressa Donatella Di
Cesare. Alle15 sarà la dottoressa Myriam Silvera ad introdurre gli
interventi del rav Roberto Della Rocca, Amira Meir, Myriam Bienenstock,
Orietta Ombrosi, Emilia D’Antuono, Gianluca Attademo. Nella giornata
conclusiva sono previsti gli interventi di Paolo Bernardini,
Gabriele Mancuso, Massimo Giuliani, Michael Morgan, Paola Ricci
Sindoni, Nunzio Bombaci, Giovanna Costanzo, Anna Lissa,
Lucrezia Piraino. Moderatore Roberto Bordoli dell’Università di Urbino
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Qui Firenze - Un albero per il volontariato
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Piantare
un albero pe ricordare o ringraziare qualcuno è per un ebreo il gesto
di matrice laica più sacro che esista. La Comunità ebraica di Firenze,
in collaborazione con il Keren Kayemeth LeIsrael, la onlus che si
occupa del rimboschimento del territorio israeliano, ha deciso di
ringraziare in questo modo i molti volontari che negli anni hanno
prestato gratuitamente la propria opera a favore della collettività
ebraica fiorentina e quei donatori (in alcuni casi anonimi) che hanno
contribuito con un significativo sostegno finanziario a onerosi
progetti comunitari di recente attuazione. Nelle scorse settimane la
Segreteria ha stilato una lista di circa 300 volontari, molti dei quali
presenti alla cerimonia di ringraziamento svoltasi in sinagoga domenica
mattina, che verranno presto omaggiati con un albero piantato a loro
nome in Israele. Forse proprio tra le valli di quel monte Carmelo
martoriato pochi giorni fa da ripetute fiammate di cenere e morte. Nel
corso della cerimonia sono intervenuti tra gli altri il presidente
della Comunità ebraica Guidobaldo Passigli (che si è soffermato in
particolare sulle future linee guida sul volontariato auspicando un
costante supporto economico da parte degli iscritti), il rabbino capo
di Firenze Joseph Levi, i dirigenti del KKL Italia Rafael Ovadia e
Cesare Veneziani, il presidente della sezione fiorentina del Keren
HaYesod Enrico Camerini. Al termine degli interventi a ciascun
volontario è stato consegnato un certificato che attesta il proprio
sostegno "verde" alla causa israeliana. I presenti hanno inoltre
assistito alla proiezione di un filmato del KKL in cui si illustravano
alcune recenti attività dell'organizzazione che contribuiscono a fare
di Israele l'unico paese al mondo in cui la percentuale di territorio
verde aumenta progressivamente invece di decrescere.
Adam Smulevich
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Qui
Genova - A confronto sul filosofo Hans Jonas
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L’associazione
di cultura ebraica Hans Jonas introduce al pubblico genovese il
pensiero del filosofo ebreo tedesco da cui mutua il nome. In
un’affollata conferenza a Palazzo Ducale si sono incontrati Paolo
Becchi, docente di Filosofia del diritto, Donatella Di Cesare, docente
di Filosofia del linguaggio e studiosa di filosofia ebraica, Emidio
Spinelli, docente di Storia della filosofia alla Sapienza di Roma e
Simone Regazzoni, giovane studioso genovese da poco licenziato
dall’Università cattolica per aver pubblicato un libro sulla filosofia
della pornografia. Tra il pubblico, numerosi giovani studiosi e
dottorandi accorsi da molti atenei italiani. Hans Jonas è il padre
del pensiero ecologico contemporaneo, il primo che ha affrontato
filosoficamente il problema dell’effetto dello sviluppo tecnico
dell’umanità e del pericolo che questo rappresenta per il pianeta. È il
teorico dell’esigenza – tutta moderna – di preoccuparsi per le sorti
dei nostri nipoti e pronipoti. “Abbiamo intitolato a Jonas la
nostra associazione – spiega Tobia Zevi, uno dei suoi fondatori –
perché è un filosofo ebreo nella cui biografia si ritrovano tutte le
tappe della storia ebraica novecentesca, e tuttavia è una figura di
cerniera, vive il proprio ebraismo in maniera problematica,
eterodossa”. “Inoltre – motiva Zevi – nel suo pensiero vi è un forte
impegno civile, un impegno etico di nuovo stampo, quello a favore delle
generazioni future”. Il rapporto che questo originale pensatore
intrattiene con le origini ebraiche è, infatti, uno dei temi sviscerati
dalla conferenza genovese. “Jonas forse avrebbe rifiutato l’etichetta
di filosofo ebreo – afferma Donatella Di Cesare – tuttavia è ebraica la
filigrana stessa della sua filosofia”, come egli stesso ebbe a
riconoscere. La perdita della madre, scomparsa nei campi di
sterminio, è l’esperienza luttuosa da cui muove la sua riflessione
contenuta nella celebre opera teologica Il concetto di Dio dopo
Auschwitz, una voce ebraica. In essa, spiega la Di Cesare, si legge un
tentativo “non di negare Dio, ma di ripensarne la presenza: nel creare
il mondo Dio si è ritirato, ha rinunciato al suo potere fidando nella
responsabilità dell’uomo”. È proprio intorno al concetto di
responsabilità che si delinea il nuovo paradigma etico proposto da
Jonas. “Ben consapevole che il domani si prepara nell’oggi – continua
la Di Cesare – Jonas delinea un’etica pervasa dall’ansia per la futura
vivibilità del mondo”. Uno degli ambiti filosofici che più impegnò
Jonas è la bioetica. Essa, spiega il professor Becchi, “rappresenta
l’applicazione del principio responsabilità”. La bioetica di Jonas
affronta le problematiche filosofiche dell’inizio e fine vita: è questo
l’ennesimo esempio di come il peogresso tecnico e le nuove possibilità
che esso apre dettino l’agenda filosofica di un autore – Jonas –
profondamente calato nella sua epoca. “Il concetto cardine della
bioetica di Jonas – continua Becchi – è la dignità dell’uomo”, dignità
su cui si fonda il diritto dell’uomo a essere padrona della propria
vita e anche della sua fine. Perciò un medico cui il paziente chieda di
sospendere le cure deve esaudire tale desiderio. Come nota Emidio
Spinelli, imperniandosi sul principio della responsabilità, la morale
elaborata da Jonas è “un’etica del fare ma anche del non fare”,
dell’impegno come dell’astensione. Presente in sala, il rabbino di
Genova rav Giuseppe Momigliano non può non segnalare l’analogia con il
sistema morale della tradizione ebraica: “Le mizvoth sono positive
oppure negative, ta’aseh e lo ta’aseh, farai e non farai”.
Manuel Disegni
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Sul tempo
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Non c’è nulla di più
prezioso del tempo e nulla che venga apprezzato meno. Il nostro
rapporto con il tempo è conflittuale: per un verso il tempo ci incalza,
per l’altro ci sfugge. E ci sembra di non averlo.
La forma di vita ebraica aiuta a scandire il tempo, a valutarlo,
apprezzarlo e, anzi, nello Shabbat, a festeggiare il tempo.
Donatella
Di Cesare, filosofa
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Benjamin
Netanyahu
e il futuro dei negoziati
Tel
Aviv, 13 dicembre
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Leggi la rassegna |
“Dopo aver messo da parte questioni 'sterili', israeliani e palestinesi
devono concentrarsi ora sulla soluzione dei problemi 'cardinali' del
conflitto” - queste le affermazioni del premier israeliano Benjamin
Netanyahu, che nel corso di una conferenza economica a Tel Aviv si è
espresso sul futuro dei negoziati con i palestinesi. »
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è il giornale dell'ebraismo
italiano |
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