David
Bidussa,
storico sociale delle idee
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Tra due settimane sarà in
Italia lo storico Georges Bensoussan. Non sarà solo un’occasione per
ascoltare un intellettuale di grande rilievo, ma anche un’opportunità
per affrontare alcuni luoghi comuni diffusi anche nel mondo ebraico e
che riguardano la nascita di Israele. Temi che sono al centro del suo
lavoro di storico.
Come tutte le realtà nazionali sorte tra ‘800 e ‘900 Israele è nato in
conseguenza di molte cose: un movimento nazionale, un sistema
scolastico e universitario, un sistema produttivo, una lingua
nazionale, un apparato di difesa, un sistema sanitario, un’ideologia,
un sistema dei partiti politici, una rete di giornali, un sistema
d’informazione, un’enciclopedia nazionale, un’idea di sviluppo, un
sistema dei trasporti, una classe politica. Tutto questo esisteva già
nel 1939 ed era il risultato di un confronto interno, anche duro.
Credere che Israele sia nato perché c’è stata la Shoah come molti
pensano (anche nel mondo ebraico) significa ritenere che quella realtà
sia una concessione, un regalo, il risultato di una distrazione o di un
capriccio. E dunque, come tutte le cose che non sono il risultato di
una storia lunga, prima, sia anche revocabile.
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Una
maglietta in cui si dice no al razzismo e all’antisemitismo sarà
esibita questo pomeriggio dai 22 bambini incaricati di accompagnare in
campo i titolari del derby tra Roma e Lazio in programma alle 15 allo
Stadio Olimpico. Un’iniziativa, sostenuta dalla Comunità ebraica di
Roma e dall’Assemblea Capitolina presieduta da Marco Pomarici, che ha
visto la piena adesione delle società coinvolte e che vuol essere un
monito ad estirpare la piaga del pregiudizio, dell’intolleranza e della
xenofobia nelle curve degli stadi italiani. Accolta con plauso
bipartisan come importante segnale nella lotta all’odio, questa forma
di iniziativa non convince però del tutto Vittorio Pavoncello,
consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e storico
presidente della Federazione Italiana Maccabi. continua
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Qui Casale - Ester, da Regina a Donna
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Per
dare l’avvio ai festeggiamenti di Purim, le attività culturali alla
Comunità Ebraica di Casale Monferrato nel pomeriggio di oggi propongono
un appuntamento particolarmente atteso: l’incontro “Ester da Regina a
Donna – Un simbolo di solidarietà, modernità e riscatto nel proprio
ruolo di genere” con Daniela Sironi e Sonia Brunetti, presentate dalla
vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Claudia De
Benedetti. continua
>>
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Davar Acher - Purim e il nostro
presente |
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Da due millenni e passa
celebriamo Purim; e come tutte le ricorrenze ebraiche lo facciamo non
per esaltare la gloria dei protagonisti, secondo il modello storico
greco, o per curiosità antiquaria, o per puro amore della scienza,
secondo l'etica universitaria moderna, ma per imparare. Dobbiamo dunque
sempre interrogarci sul nostro rapporto con quella storia, su quel che
dice a noi oggi. Tanto più che in fondo la vicenda di Purim non è così
diversa nel suo nucleo strutturale da quella di Amalek (e infatti i
maestri cui dobbiamo il nostro calendario liturgico istituiurono
Shabbat Zakhor subito prima di Purim, e la tradizione indica Haman come
amalecita), ma anche di Hannukkah e di Pesach, feste consecutive nel
primo semestre del calendario ebraico: c'è sempre un oppressore che ci
assale, che cerca di distruggere il nostro popolo, c'è una resistenza
che deve anche superare la debolezza, se non proprio l'inazione e la
debolezza del popolo (le mormorazioni degli anziani prima delle piaghe,
le braccia tese di Moshé che si piegano per la stanchezza, il
collaborazionismo con i dominatori ellenisti, le esitazioni di Ester.
Ma poi la salvezza arriva, con un intervento divino diretto e
proclamato, come per Pesach, con il miracolo evidente come nel caso
della battaglia con Amalek, o per l'azione umana quando il divino si
occulta, come nel caso di Purim e forse anche di Hannukkah (dove il
miracolo avviene dopo la vittoria). L'insegnamento è ottimistico e
incita in tutti i casi all'azione, allo sforzo e all'impegno personale,
non all'attesa passiva dell'intervento divino, com'è chiaro nel momento
culminante dell'uscita dall'Egitto, quando si tratta di affrontare il
mare e Moshé è invitato ad agire, invece che a lamentarsi.
Ora, se noi ci chiediamo se possiamo applicare questo schema alla
nostra storia attuale, la risposta non può che essere affermativa. Il
popolo ebraico ha subito nei tempi recenti la Shoah e ne è
sopravvissuto, sia pure con gravissime perdite, e ora, come nella
conclusione della storia di Purim o delle altre storie che ho citato è
più libero e prospero di prima. Per metà o più è rientrato in Terra di
Israele, si autogoverna, vive una straordinaria stagione di
produttività culturale e di benessere materiale. In altri tempi e con
altri linguaggi diremmo che siamo testimoni di uno straordinario
miracolo. Certo, alcuni che si considerano ultrareligiosi dicono che il
popolo ebraico non doveva “salire sul muro” e doveva restare
nell'esilio (ma costoro sarebbero rimasti in Egitto, a suo tempo, certo
non avrebbero creduto a Moshé) o magari si lamentando del carattere
laico dello Stato, come già non tutti gli ebrei approvarono il
comportamento di Mordecai, troppo impegnato a salvare gli ebrei per
studiare in yeshivà, come ha fatto giustamente notare Anna Segre un
paio di giorni fa. E del resto è noto che i maestri furono incerti a
lungo se inserire la Meghillà nel canone delle scritture ebraiche,
forse anche perché se non proprio il testo – chissà – almeno le lettere
che lo raccomandavano erano di mano femminile.
Ma poi approvarono il testo e noi abbiamo l'obbligo di leggerlo anche
se racconta azioni in apparenza solo umane, senza mai citare
direttamente la presenza divina. E magari fra secoli il nostro tempo
sarà ricordato come un altro Purim, un momento miracoloso della nostra
storia, anche se Ben Gurion non portava la kippà (ma a modo suo
studiava la Torah). Noi siamo testimoni di quel ritorno che per
millenni è stato sognato e sperato e pregato e per questo abbiamo
l'obbligo di essere doppiamente felici per Purim. Non è come se
l'avessimo sperimentato, non è che “ciascuno di noi deve considerarsi
come se fosse stato personalmente salvato dall'Egitto”, secondo quel
che dice la Haggadah di Pesach; noi siamo effettivamente testimoni
dell'esistenza di Israele, “germoglio della nostra redenzione”, come
diciamo pregando.
Le storie ebraiche finiscono bene, sono talvolta raccontate nei modi
della narrativa popolare, com'è il caso della Meghillà. Ma non sono
fiabe e quindi il lieto fine è solo parziale. Lo stesso carattere
ripetitivo dello schema oppressione-liberazione che ho evocato è
allarmante, soprattutto se lo integriamo con le volte in cui vi è stata
solo oppressione e magari poi faticosa e difficile sopravvivenza, non
liberazione trionfale: la doppia caduta del Tempio, la cacciata di
Spagna, i cicli terribili delle persecuzioni delle Crociate e nella
Polonia del Seicento, per citare solo alcuni episodi. L'obbligo di
ricordarsi di Amalek, cioè delle persecuzioni, che Shabbat Zakhor ha
ribadito solennemente, è importante soprattutto nei periodi felici. E
infatti i candidati al ruolo di Amalek o di Haman o di Hitler non
mancano mai. Sicché è ragionevole sostenere che noi siamo oggi non solo
nei capitoli finali della Meghillà, ma anche in quelli iniziali, in cui
l'oppressore prepara la strage. Uno di questi nuovi Haman è di nuovo il
governatore dell'impero persiano e domani lunedì il primo ministro di
Israele incontrerà l'uomo più potente del mondo (il nuovo incerto e
seducibile Achashverosh?) per convincerlo a non abbandonare Israele
nelle grinfie di Haman. Possiamo solo sperare che ci riesca, che la sua
lucidità e la sua forza morale prevalgano anche sulle resistenze
interne al nostro popolo, prima che una nuova difficilissima prova di
coraggio e un nuovo rischio di genocidio ci si presenti davanti.
Ugo
Volli
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notizieflash |
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rassegna
stampa |
Washington
- Al via la convention Aipac |
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Si
apre oggi a Washington la Conferenza dell’American Israel Pubblic
Affairs Comitee (Aipac). Previsti per la sessione inaugurale gli
interventi del presidente degli Stati Uniti Barack Obama e del premier
israeliano Benjamin Netanyahu. La convention, che arriva alle soglie
del “super tuesday” – il giorno clou per le primarie repubblicane,
vedrà tra gli altri la partecipazione del presidente della Camera
Gianfranco Fini.
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Quale sarà
il destino di Mahmoud Ahmadinejad? Le cose paiono non andargli troppo
bene, almeno a giudicare dall'esito delle elezioni legislative, appena
svoltesi, dove i 290 seggi in palio per il Majlis, il Parlamento,
sembrano essere andati per almeno due terzi al blocco conservatore,
capitanato dall'ayatollah Ali Khamenei, "Guida suprema dello Stato",
ossia successore di Ruhollah Khomeini. continua
>> Claudio Vercelli
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