Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Rabbì Matià ben Cherash - che tenne nel
secondo secolo una Yeshivah a Roma - diceva: “Sii piuttosto coda di
leoni che testa di volpi”. Testa di maiale non è prevista: va rispedita
al mittente.
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David Bidussa,
storico sociale
delle idee
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“L’Europa nell’immediato dopoguerra è stata
costruita e si è fondata su una deliberata distorsione della memoria.
Dopo il 1989 è stata invece riedificata su un eccesso compensativo di
memoria. La prima non ha potuto durare a lungo, ma anche la seconda non
è destinata a durare molto di più”.
Così lo storico Tony Judt nel 2005. Dieci anni dopo ci siamo.
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ROMA - “Intervista, testimonianza, memoria:
indagare, classificare, restituire”. Questo il titolo di un grande
convegno sulla Memoria e sulla ricerca storica che si svolgerà domani
mattina, a partire dalle 9, presso il complesso monumentale del
Vittoriano. Moderati da Carla Di Veroli interverranno Donato Tamblé (La
sfida della memoria: aspetti archivistici delle fonti orali"), Lucilla
Garofalo ("Voci dalla Shoah: la collezione italiana delle interviste
della USC Shoah Foundation"), Damiano Garofalo ("16 ottobre 1943"),
Miriam Haiun ("Il progetto memorie ebraiche"), Stefania Ficacci
("Raccogliere la memoria"), Alessandro Cattunar ("Memorie plurime sul
confine italo-sloveno") e Maura Cosenza ("I dimenticati: interviste ai
militari italiani internati").
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Fronte comune
contro l’odio |
Solidarietà di tutto il mondo politico per
le squallide minacce rivolte agli ebrei italiani e romani e ai
rappresentanti dello Stato di Israele in Italia. Dal premier Letta al
ministro Kyenge, dal governatore del Lazio Zingaretti al sindaco
Marino: il sostegno delle istituzioni è stato costante mentre
procedevano le indagini degli inquirenti per risalire ai committenti
dei tre pacchi, con simbologie tipicamente mafiose, recapitati presso
la sinagoga di Roma, il Museo di Roma in Trastevere (dove è allestita
la mostra “I giovani ricordano la Shoah) e l’ambasciata israeliana.
Un’azione che suscita sdegno e sconcerto ma, come ha affermato il
presidente UCEI Renzo Gattegna in una nota ripresa con grande evidenza
da tutta la stampa nazionale, “gli ebrei italiani non sono spaventati
né mai lo saranno”. Concetti sviluppati anche in un’ampia intervista
rilasciata a Gabriele Isman di Repubblica. “L’intento offensivo del
messaggio è forte – spiega Gattegna – e bisogna preoccuparsi di questi
gruppi. Significa una volta di più che non dobbiamo abbassare la
guardia, e ci conforta la tanta solidarietà delle istituzioni e
l’ottimo lavoro, anche stavolta, delle forze dell’ordine”. L’intervista
diventa inoltre l’occasione per parlare di antisemitismo non solo in
Italia ma anche nel più ampio contesto europeo. “I sintomi sono gravi.
Non dimentichiamo – prosegue infatti Gattegna – l’ultimo episodio in
Francia, col comico antisemita che trasforma in barzelletta la Shoah.
Ma anche in Ungheria, in Inghilterra e nei Paesi scandinavi esistono
formazioni xenofobe e antisemite. Il problema è che non capiamo il
perché di quest’odio. Della Shoah sappiamo tutto, eppure non
comprendiamo ancora perché il Paese più potente d’Europa come la
Germania dell’epoca abbia ucciso ebrei e minoranze fino alla fine,
anche dedicando allo sterminio più energia militare che alla ritirata”.
Sempre Isman, nel dorso romano del quotidiano, intervista il presidente
della Comunità ebraica capitolina Riccardo Pacifici. Si parla dello
specifico episodio intimidatorio ma anche del significato della Memoria
e del lavoro che, in questo senso, viene portato avanti nelle scuole.
“Per me – afferma Pacifici – questo 27 non è solo la Giornata della
Memoria, ma è anche un appuntamento in tribunale con l’appello di
Stormfront dopo la condanna arrivata nel giorno del ricordo della Shoah
per noi ebrei. La vigilanza costante va mantenuta: i pacchi non sono
solo contro la comunità, ma contro la Memoria di questo Paese”.
Ricordando l’abbraccio tra Comunità ebraica e Testimoni della Shoah
svoltosi in settimana in sinagoga, Pacifici ribadisce l’importanza di
essere “sentinelle della Memoria”. Un invito da raccogliere, dice, “in
nome dei nostri 6 milioni di fratelli ebrei morti nella Shoah, dei
sopravvissuti e del loto coraggio di raccontare quell’orrore e
soprattutto per i nostri figli”. Molto ascoltata anche la voce del
rabbino capo Riccardo Di Segni, che Francesca Nunberg intervista per il
Messaggero. “Chi ha confezionato quei pacchi non rappresenta la città”,
afferma rav Di Segni. Alla giornalista che le chiede se le teste di
maiale non rappresentino un salto di livello nell’antisemitismo
strisciante, in Italia e ancor più in altri paesi europei, il rabbino
risponde: “Mi pare che la novità sia la forma mediatica, questo mi ha
sorpreso stamattina quando l’ho saputo. Diciamo la ‘creatività’ di
questo gesto che comunque si inserisce nel flusso di ostilità
antiebraica mai definitivamente debellata. Che ha diverse matrici:
politica, sia di sinistra che di destra, religiosa, islamica. Il
discorso sarebbe lungo”. Su Repubblica Gad Lerner, in un editoriale
intitolato I macellai delle coscienze, scrive (con chiaro riferimento
ad alcune vicende degli scorsi giorni): “Bene ha fatto il presidente
dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna a elogiare
la costante opera di prevenzione e vigilanza delle forze dell’ordine,
scattata anche di fronte alla provocazione di ieri. Spetta allo Stato
difendere l’incolumità dei cittadini e il patrimonio culturale ebraico.
Vincendo così la tentazione di ricorrere a impropri strumenti di
autodifesa che la diffusione dell’odio antisemita rischia di far
degenerare. Gli ebrei italiani, per fortuna, non sono soli contro
tutti. Purché la coscienza democratica non abbassi la guardia, ora che
si affacciano di nuovo tempi bui”. Sul Corriere invece Paolo Conti
riprende in mano una celebre frase dell’ex presidente UCEI Tullia Zevi
“(“Abbiamo il dovere di ricordare, non solo per onorare i morti ma
anche per difendere i vivi”) per spiegare come la Shoah riguardi
l’intera umanità e non soltanto le comunità ebraiche. “La migliore
risposta a quei tre orribili pacchi recapitati – sottolinea Conti – è
andare avanti senza esitazione sulla strada della civiltà, e di una
memoria dolorosamente condivisa. Infatti sarebbe tempo che il
Campidoglio, come inutilmente chiedono da anni in tanti ai diversi
sindaci di Roma, proclamasse finalmente giorno di lutto cittadino il 16
ottobre, proprio per rimarcare come la tragedia del 1943 faccia
indelebilmente parte della storia di tutta Roma, non solo quella
ebraica, e dei suoi lutti”. Ha ancora senso la Giornata della Memoria?
È il titolo sotto il quale l’Osservatore Romano riporta alcune
valutazioni della storica Anna Foa apparse sull’ultimo numero di Pagine
Ebraiche relativamente al pamphlet Contro il Giorno della Memoria
scritto dall’intellettuale ebrea torinese Elena Loewenthal. Pur
condividendo alcune posizioni dell’autrice del libro, Foa chiede se
“non varrebbe la pena, invece di tirarcene fuori in nome di quello che
dovrebbe essere, di riconoscere ciò che è: che il peso simbolico della
Shoah è ormai ricaduto sugli ebrei che già ne sono state vittime,
imponendo loro, come a tutti i simboli, un compito”. Che è anche quello
di aiutare i non ebrei “a fare propria l’opera della memoria, di
indirizzarli verso un buon uso di questa memoria, di lavorare affinché
essa diventi un imperativo etico aperto al mondo e non chiuso al solo
passato degli ebrei”. Ad approfondire i punti salienti del pamphlet è
anche Tobia Zevi, presidente dell’associazione di cultura ebraica Hans
Jonas, sull’Unità. Tre, scrive Zevi, sono le questioni fondamentali
sollevate dalla Loewenthal: “Il Giorno della Memoria si è
impropriamente trasformato in un ‘omaggio agli ebrei’; la tragedia
della Shoah non viene percepita come una componente drammatica della
propria memoria ma come una vicenda altrui che merita attenzione;
l’enorme quantità di manifestazioni attorno alla Giornata può essere
addirittura controproducente”. Un ex deportato ad Auschwitz che non
riesce a dimostrare di essere stato nel campo di sterminio. Una donna
di 104 anni che lotta da anni contro l’Inps che le ha sospeso la
pensione da perseguitata razziale. Su Repubblica Alberto Custodero
racconta le vicende di Giuseppe Grossa e Adele Dnatter, due delle quasi
seicento cause pendenti tra “vittime ultranovantenni dell’Olocausto e
delle persecuzioni politiche e lo Stato”. Lo Stato, denuncia Custodero,
“è sempre pronto a dire no e a fare appello contro sentenze favorevoli
agli ex perseguitati”. Densa riflessione su Memoria, identità ebraica e
coscienza nazionale da parte dello storico sociale delle idee David
Bidussa che, sulle pagine domenicali del Sole 24 Ore, recensisce il
volume di recente uscita ‘L’Europa e le sue memorie. Politiche e
culture del ricordo dopo il 1989′ (ed. Viella)’ scritto da Filippo
Focardi e Bruno Groppo.
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27
gennaio - qui milano
Istituzioni,
studenti, società civile
L'Italia ricorda al Memoriale
Sono
tanti i cittadini che hanno scelto di ricordare il Giorno della Memoria
visitando il Memoriale della Shoah nei sotterranei a lungo dimenticati
della Stazione centrale di Milano. Un luogo in cui il paese può
riappropriarsi della propria storia e riflettere, soprattutto su
quell’indifferenza con cui settant’anni fa reagì di fronte alla
persecuzione e alla deportazione dei suoi cittadini. Ed è la parola
indifferenza, incisa a caratteri cubitali e freddi sul muro d’ingresso,
ad accogliere i visitatori, quelli che hanno la possibilità di
recarvisi di persona (prenotazioni su www.ticketone.it) e chi invece si
limita a farlo in maniera virtuale: a seguire la prima apertura del
Memoriale al grande pubblico è infatti pure il sito del Corriere della
Sera in diretta tv, con una spiegazione sulla struttura e sul suo
significato fornita dal vicepresidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane e della Fondazione Memoriale Roberto Jarach. E
sono tanti gli esponenti di spicco della cultura milanese che tra oggi
e domani accompagnano le visite, per condividere il proprio punto di
vista, le proprie emozioni, dal direttore del Corriere della Sera e
presidente della Fondazione Memoriale della Shoah Ferruccio De Bortoli,
ai giornalisti Gad Lerner, Natalia Aspesi e Stefano Jesurum, e ancora
gli attori Gioele Dix e Lella Costa, la direttrice del Teatro Parenti
Andreé Ruth Shammah, lo psicoterapeuta Raffaele Morelli.
L’apertura del Memoriale alla cittadinanza (che verrà mantenuta anche
ogni primo e terzo giovedì e l’ultima domenica del mese, su
prenotazione) rappresenta un traguardo essenziale, dopo quello della
messa a punto del coordinamento con il mondo scolastico, che
rappresenta il primo obiettivo della struttura. “Fin dal primo momento
abbiamo ritenuto che lo scopo fondamentale di questo progetto fosse
rivolgersi non agli studiosi, ma alle scuole e alla formazione” ha
ricordato Jarach nell’approfondimento sul numero di Pagine Ebraiche di
febbraio attualmente in distribuzione.
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27
Gennaio - Dossier
L’impegno
per la Memoria viva
Ogni
anno il Giorno della Memoria riporta l'attenzione dell'opinione
pubblica sulla Shoah e sulle sue vittime. Ma la cadenza delle
celebrazioni non basta. È necessario continuare a studiare, ad
approfondire, a tramandare e non accettare che le responsabilità,
passate o presenti, passino sotto silenzio, sommerse dall'enorme mole
di eventi che durano un giorno e spesso rischiano di non lasciare segni
duraturi. In questo può aiutare il lavoro degli storici, ma anche la
creazione, dalla letteratura al cinema, ai nuovi media, nelle mani dei
più giovani che, a torto, meno parrebbero adatti all’argomento. Dal
graphic novel ai murales, come quello dell'immagine a fianco, che gli
artisti girovaghi israeliani del gruppo Broken Fingaz hanno lasciato,
con le sue simbologie vivide e drammatiche, in dono ai berlinesi del
futuro. Tanti gli spunti di riflessione contenuti nel dossier Memoria
viva pubblicato nel numero di Pagine Ebraiche di febbraio attualmente
in distribuzione a cura di Daniel Reichel. Riproponiamo oggi
l’approfondimento dedicato all’apertura del Memoriale della Shoah di
Milano al mondo delle scuole e la presentazione del film “L’ultimo
degli ingiusti” del regista Claude Lanzmann.
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La
Memoria fertile |
Non
è un libro facile quello che Elena Loewenthal consegna ai lettori
italiani. Il titolo, “Contro il giorno della memoria” (Add editore,
Torino 2014), sembrerebbe giocare su un tasto, il sensazionalismo, che
in realtà non appartiene all’autrice. E neanche al testo, malgrado
l’apparenza urticante e abrasiva. Semmai è proprio a partire dal
riscontro di una sopravvenuta stanchezza per quei fenomeni di
ricorrente esposizione mediatica, di sovra-rappresentazione nei luoghi
e con i mezzi che concorrono a creare una pubblica opinione (in una
sola espressione: di eccesso di richiami, di rimandi e di aspettative),
che la scrittrice torinese dipana una riflessione impegnativa sul
ricordo, sulla sua funzione sociale, sugli usi e sugli abusi.
Claudio Vercelli
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Nugae
- Musica e speranza |
Sfogliando
il giornale a colazione la mattina presto, troppo presto per essere
domenica, compaiono a un certo punto grandi e gradevoli alcune foto in
bianco e nero di un pianista in t-shirt. È Leonard Bernstein che
saltella davanti alle sue tastiere, protagonista di un libro biografico
che in realtà è uscito ormai da qualche mese negli Stati Uniti, “The
Leonard Berstein Letters”, una raccoltona di seicento pagine curata da
Nigel Simeone e edita dalla Yale University Press.
Francesca Matalon, studentessa di lettere antiche
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