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Sull’abisso del ricordo indicibile

Schermata 2014-01-26 alle 14.09.57Roma. Splende il sole di una dolce primavera quando il cineasta e intellettuale parigino Claude Lanzmann mette Benjamin Murmelstein davanti alla cinepresa. È il primo atto di un’opera immensa e della raccolta di moltissime testimonianze, il film che Lanzmann avrebbe battezzato Shoah. Ma paradossalmente gli spezzoni con le sconvolgenti dichiarazioni del vecchio rabbino viennese, ultimo decano del ghetto di Terezin non trovano collocazione nell’opera che contribuirà a definire l’utilizzo della parola stessa oggi utilizzata per indicare lo sterminio nazista. Murmelstein torna invece oggi con forza in un film a se stante che Lanzmann ha pazientemente ricomposto come un capitolo a parte. Per lo spettatore che si sentirà di affrontare questa prova sono tre ore e mezza di grande cinema e di terribili emozioni. Un film che ha sconvolto il pubblico del Festival di Cannes e che ora giunge in Italia presentato dallo stesso autore, che sarà impegnato in una serie di appuntamenti (tra gli altri al Teatro Parenti di Milano alle ore 18 il 26 gennaio, al Cinema Nuovo Sacher a Roma alle 20.45 del 28 gennaio e all’Università di Roma Tre il giorno seguente. Sul numero di Pagine Ebraiche di febbraio attualmente in distribuzione un approfondimento sulla pellicola.
La testimonianza, lacerante e sconvolgente, lascia il segno. E il carattere al tempo stesso sinistro, tragico e ironico di Murmelstein suscita emozioni forti. In ogni caso, da vedere.

Va in scena la marionetta dell’orrore

Un uomo anziano ritorna a Theresienstadt per raccontarne di nuovo la storia. Richiede un notevole sforzo fisico per lui salire le scale delle fortezza settecentesca edificata a nord di Praga in onore di Maria Teresa d’Austria, riconvertita dai nazisti in “ghetto modello” nel 1941. Senza porre limiti alla divina provvidenza né all’umana caparbietà si può immaginare che “Le dernier des injustes” (L’ultimo degli ingiusti) sarà anche l’ultimo film di Claude Lanzmann. Lui nega che sia così, “c’è ancora molto lavoro da fare”. Ma il pensiero che questo lavoro potrà essere il capitolo conclusivo della sua carriera cinematografica dedicata a raccontare la Shoah deve aver sfiorato anche lui. “L’ingiusto” protagonista del film è Benjamin Murmelstein, uno degli ebrei più controversi del ventesimo secolo. Gershom Scholem si è augurato di vederlo “impiccato”, molti lo considerano un traditore del popolo ebraico. Rabbino della comunità di Vienna negli anni Trenta, egli fu, in seguito allo Anschluss dell’Austria, stretto collaboratore di Eichmann nell’organizzazione delle emigrazioni degli ebrei. L’affidabilità e la precisione del suo lavoro gli valsero più tardi la nomina a capo dello Judenrat (Consiglio ebraico) di Theresienstadt, der Judenälteste, il più anziano degli ebrei, secondo il vocabolario tribale dei nazisti. La lunga intervista di Lanzmann a Murmelstein, che costituisce la gran parte della pellicola, ebbe luogo nel 1975 a Roma, la sede del suo esilio. Allora il regista francese raccoglieva materiale per il monumentale documentario Shoah. Decise di escludere quelle riprese dal progetto, esse sarebbero state oggetto di un lavoro successivo. “Quelle lunghe ore trascorse a Roma insieme a lui non hanno mai abbandonato la mia mente”, dice Lanzmann. Vi sono rimaste e sono maturate in un processo durato quarant’anni, soltanto al termine dei quali il regista si è deciso a ridare loro nuova vita, a trasformarle da materiale d’archivio in un film. Le ragioni per cui la testimonianza di Murmelstein è eccezionalmente preziosa sono numerose. Non ultima la sua complessa personalità, le cui contraddizioni sono “selvagge”, nelle parole di Lanzmann. Così appare un uomo che ha vissuto otto anni “fra l’incudine e il martello”, fra le vittime e i carnefici. Il rabbino settantenne intervistato sulla sua terrazza romana è colto, di spirito, intelligentissimo, sardonico. Realista e calcolatore, “un moderno Sancho Panza”, come lui stesso si definisce, arriva a punte di vero cinismo, eppure rimane umano. “Una marionetta che ha imparato a manovrare i suoi fili”, in un’altra sua propria immagine. Sincero fino in fondo, eppure sempre ambiguo. Affascinante, e non meno inquietante. Ammette senza girarci intorno i suoi moti egoisti, anche un certo gusto per il potere e per l’avventura (“Abenteuerlust, Freude an der Macht”). Egli fu forse l’unico ebreo cui fu concesso di sedere al tavolo con Eichmann. È osceno il malcelato compiacimento che provò quando Eichmann ordinò allo Obersturmführer delle SS Karl Rahm “vada a prendere una sedia per il signor Murmelstein”. Ma ciò che è più shockante, riflettendoci, è la non ingenua onestà con cui non lo nasconde. Il rabbino si consegna aperto e disarmato nelle mani dell’intervistatore, ma, combattivo, non rinuncia a un’appassionata difesa di se stesso e all’impiego delle tecniche retoriche più raffinate. La sensazione immediata che prova lo spettatore è una rara e straniante combinazione di repulsione e immedesimazione, indignazione e pietà. Quel che è certo è che l’unico Judenälteste sopravvissuto alla Shoah non è un ipocrita. Alla domanda più spiacevole che si può fare a un sopravvissuto, e che Lanzmann non gli risparmia: “Come mai sei sopravvissuto?”, Murmelstein risponde: “Perché avevo una storia da raccontare”, la storia della “città che Hitler regalò agli ebrei”. Theresienstadt era il ghetto modello. Uno specchio per le allodole, un trucco per tenere buoni gli osservatori internazionali e la Croce rossa, insomma una copertura della soluzione finale. “Der Führer schenkt den Juden eine Stadt” (il Führer regala una città agli ebrei) era il titolo di un documentario di propaganda nazista, alcuni spezzoni del quale vengono mostrati nel film. Si vedono vecchietti sereni che giocano a scacchi e operai allegri che tagliano il cuoio in una fabbrica di scarpe. Un ghetto dal volto umano. I famosi disegni dei prigionieri (in particolare di Bedrich Fritta e Leo Haas) con cui Lanzmann intervalla il montaggio rappresentano nella maniera più inequivocabile che le cose non stavano così. Vero è che le condizioni di vita a Theresienstadt erano migliori di quelle di altri campi di concentramento: “sapevamo che a est si stava peggio”. La deportazione a Birkenau era per tutti una minaccia costante. Murmelstein, in qualità di Judenälteste, fu incaricato di dirigere le operazioni della “Verschönerung” (abbellimento) del ghetto. Si buttò anima e corpo nell’impresa, in ciò – qui sta il senso dell’accusa – cooperando direttamente all’imbroglio e quindi, indirettamente, alla realizzazione della soluzione finale. La sua autodifesa ha una logica: “Certo che salvavo la mia pelle, ma nello stesso tempo salvavo anche gli altri prigionieri: finché doveva essere mantenuto in piedi l’inganno avrebbe dovuto essere mantenuto anche il ghetto e non si sarebbe liquidata la sua popolazione”. Lanzmann non si accontenta e lo incalza: “Lei è una persona di grande intelligenza e ricopriva un ruolo organizzativo di primo piano. Com’è possibile che non ne abbia intuito le finalità ultime?”. Il regista – a differenza della maggior parte dei giornalisti tedeschi convenuti alla Deutsche Kinemathek di Berlino per la presentazione del film, ai cui occhi Murmelstein è un colpevole – crede fino in fondo alla risposta che riceve: “Intanto non sapemmo, fin quasi alla fine, dell’esistenza delle camere a gas. E soprattutto non avevamo il tempo di pensare”. Come dice Filip Müller in Shoah: “Chi vuole vivere è condannato a sperare”. Per Lanzmann a Theresienstadt non si poteva pensare, si era condannati a sperare, a cercare di salvare il salvabile, a credere nella razionalità dei tedeschi, al loro bisogno della forza lavoro ebraica – mentre invece lo sterminio degli ebrei era una priorità assoluta. “Per me – spiega il regista – Theresienstadt, il suo miscuglio indissolubile di menzogna, ricatto e nuda violenza, rappresenta l’apice della crudeltà e della perversione. Per questo ci tengo particolarmente che in Germania venga distribuito nelle sale”. Con questo film su un personaggio così problematico Lanzmann vuole aprire nuove prospettive alla ricerca sulla Shoah. Sulla figura di Eichmann, da un lato: i racconti di Murmelstein restituiscono “un demone”, feroce, violento, corrotto, pienamente partecipe alle razzie della notte dei cristalli (a differenza di quanto stabilito nel processo di Gerusalemme), l’opposto del funzionario banale di Hannah Arendt. “La banalità del male – osserva Lanzmann inaspettatamente caustico – non è altro che la banalità delle conclusioni di Madame Arendt. Una formula vuota”. Dall’altro lato sul ruolo degli Judenräte. Non è tanto un astratto giudizio morale che interessa a Lanzmann – è chiaro che non sono tutti eroi –: è la verità storica, la collocazione del fenomeno nel suo contesto e la ripartizione obiettiva delle responsabilità. “Una delle lezioni dell’ultimo degli ingiusti, secondo me, è che a un certo punto non si ha più altra scelta che attenersi agli ordini e obbedire; che ogni resistenza diventa impossibile”. Contro una zona grigia che sfuma i suoi confini fino all’indifferenza, Lanzmann fa un film che afferma la differenza fra chi ha voluto e deciso lo sterminio e le vittime, anche quando queste sono state obbligate a esserne parte attiva. A 40 anni dall’intervista e 25 dalla morte dell’intervistato, oggi Lanzmann lo difende di fronte a tutti quelli che vogliono credere gli ebrei complici del loro sterminio, e anche di fronte agli ebrei che lo odiano perché non hanno trovato in lui il loro eroe. Murmelstein fu una vittima. Per questo nell’ultima scena il regista francese lo chiama “mein Freund” (amico mio).

Manuel Disegni

Il destino davanti alla cinepresa

È il 1975, e sono trascorsi esattamente trent’anni dall’apertura dei cancelli dei campi di sterminio, quando il regista e intellettuale francese Claude Lanzmann attraversa una Roma ebraica del tutto inconsapevole e bussa alla porta di Benjamin Murmelstein, l’ultimo sopravvissuto fra i decani dei ghetti. Cominciano le riprese, poi interamente depositate alla Shoah Foundation di Steven Spielberg, della lunga conversazione con un personaggio misterioso e inquietante. Prima restio, poi sempre più sciolto, Murmelstein racconta una realtà sconcertante, descrive minuziosamente il ghetto e il campo di Terezin. Lanzmann per mettere a proprio agio l’interlocutore sceglie di interrogarlo in tedesco e lo lascia esprimere a ruota libera nella sua lingua, profondamente venata di accento viennese. Il dramma indicibile si fonde con un brio, un senso dello spirito tipicamente ebraico viennese, una vitalità che stride terribilmente con la tragedia della sua vita. E Murmelstein combina abilmente un’abilità espressiva fuori dal comune, una notevole preparazione rabbinica e una naturalezza incredibile mentre viene filmato. Il fatto è che l’uomo, chiamato in Italia alla fine della guerra per insegnare al Collegio rabbinico di Roma, alla disperata ricerca di un nuovo inizio dopo le spaventose vicende degli anni precedenti e un processo per collaborazionismo conclusosi a Praga con un’assoluzione, non si trova per la prima volta di fronte a una cinepresa. La sua vita drammatica, conclusasi con una lunga stagione ai margini della realtà ebraica romana, è misteriosamente attraversata dal mistero e dalla magia del cinema. Nel 1944 i nazisti affidano a cineasti ebrei, che saranno in seguito eliminati, la realizzazione di filmati documentari agghiaccianti come “Theresienstadt: un documentario sull’insediamento ebraico” e “Il Fuehrer regala una città agli ebrei”. Si tratta di filmati dove i reclusi appaiono felici e costretti a inscenare un’esistenza normale per trarre in inganno l’opinione pubblica mondiale proprio mentre nei campi di sterminio si uccidevano milioni di innocenti. In questi film Murmelstein non recita, ma impersona se stesso nel ruolo effettivamente ricoperto di decano del ghetto, responsabile dell’organizzazione e diretto referente dei gerarchi nazisti, a cominciare da Eichmann. La stampa clandestina del ghetto lo ritrae in caricatura come un equilibrista che gioca con la morte, la gente storpia il suo nome in Murmelschwein dandogli del maiale. Molti, di fronte a questi fotogrammi oggi, ripensano alle parole del grande pensatore Gershom Sholem, che affermò come quell’uomo che collaborò con gli aguzzini e che si era rifugiato a Roma sarebbe stato meglio impiccarlo. Nel 1962, quando il processo Eichmann si era appena concluso a Gerusalemme con l’esecuzione del criminale nazista, l’editore Cappelli aveva già mandato in libreria in Italia la lunga testimonianza di Benjamin Murmelstein “Terezin. Il ghetto modello di Eichmann” ora appena ristampato dall’editrice La Scuola con una postfazione del figlio, Wolf, “Benjamin Murmelstein, il testimone mai sentito”. Ma soprattutto si torna a parlare dell’ultimo decano di Terezin perché un film realizzato a Praga da Zbynek Brynych e subito premiato al Festival di Locarno, “Trasporto per il paradiso” (“Transport Z Raje”) mette in primo piano con il nome di fantasia di Marmulstaub e l’interpretazione di Cestmir Randa, un attore a lui assai somigliante, il sinistro personaggio del decano dannato e mostra la sua lacerazione e la sigla sotto le liste dei deportati che andavano a morte. Al terribile destino cinematografico di Murmelstein è dedicato uno sconvolgente studio di Ronny Loewy e Katharina Rauscherberg (“Der Letze der Ungerechten. Der Judenaelteste Benjamin Murmelstein in Filmen 1942- 1975”) pubblicato a Francoforte da Campus Verlag. Gli ultimi enigmatici fotogrammi legano per sempre la figura di Mumelstein a Roma, mentre cammina assieme a Lanzmann verso l’arco di Tito, il simbolo per eccellenza del dolore della Diaspora.

g.v.

Pagine Ebraiche, febbraio 2014

(26 gennaio 2014)