
Elia Richetti,
rabbino
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Dopo la ribellione di Qòrach contro il
sacerdozio e il primato spirituale di Moshè, Aharòn ed i Leviti, è D.o
stesso a ribadire la particolare sacralità della tribù di Levì in mezzo
a Israele. Di mezzo a tutto un popolo, è logico e giusto che il primato
sia assegnato a un gruppo solo, e particolarmente quello che ha sempre
dimostrato un maggiore attaccamento a D.o, non contaminandosi con
l’idolatria del vitello d’oro.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
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Sembra si stiano creando le condizioni per
la creazione di uno stato indipendente del popolo curdo. I curdi sono
un popolo di circa 30 milioni con una lingua, un territorio, una lunga
esperienza di semi-autonomia amministrativa, e una lunghissima
battaglia contro la soppressione identitaria da parte dei potenti stati
occupanti. Il loro territorio si estende fra Turchia, Siria, Iraq e
Iran. Gli ultimi avvenimenti in Iraq potrebbero permettere un'autonomia
sovrana curda, anche se limitata alla parte irakena dell'intero
territorio. Quello che forse è più notevole è che il mondo occidentale
ha speso innumerevoli parole a favore della causa dello stato
palestinese, ha fortemente promosso l'indipendenza del Kosovo, e ha
immediatamente ratificato la scissione del Sudan del Sud. Ma non ha mai
avuto il coraggio di prendere chiaramente posizione a favore dello
stato curdo, forse perché è più facile schierarsi per il diritto di
autodeterminazione dei popoli di fronte a stati relativamente piccoli
come Israele, o deboli come la Serbia e il Sudan, ma non lo è
altrettanto di fronte a poderosi partner commerciali come la Turchia o
l'Iran. Una volta di più le più raffinate e sviluppate democrazie
occidentali ci insegnano l'ipocrisia e i doppi standard politici e
morali.
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Ucei-Fondazione Cantoni Borse di studio
per Israele |
Anche per l’anno accademico 2014-2015
l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Fondazione Raffaele
Cantoni tornano a offrire borse di studio per ragazzi italiani che
intendono sostenere un progetto di formazione nello Stato di Israele.
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Eyal, Gilad e Naftali, Israele non si ferma |
Israele continua a cercare Eyal, Gilad e
Naftali. Su Repubblica un lungo reportage dedicato alla vicenda, alla
ricerca dei rapitori e all’angoscia che stringe lo Stato ebraico. Le
operazioni proseguono nei dintorni di Hebron, dove “soltanto qualche
mese fa qui circolava un manuale di Hamas, che considera il sequestro
di israeliani l’arma migliore per ottenere il rilascio dei palestinesi
detenuti in Israele, di 18 pagine a circolazione interna dal titolo
Guida per il rapitore”, con suggerimenti e consigli ben dettagliati –
scrive il corrispondente Fabio Scuto – Al sesto giorno Israele si
consuma nell’ansia di quest’attesa, di un segnale, un indizio, una
rivendicazione”. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu
Mazen ha nuovamente condannato il rapimento che vede il coinvolgimento
del gruppo terroristico di Hamas a poche settimane dalla
riconciliazione con Fatah: “Chi lo ha compiuto vuole distruggerci”. Abu
Mazen ha chiesto che i ragazzi possano tornare a casa (Messaggero).
Continua a essere alta l’attenzione sul dramma iracheno. Proseguono i
combattimenti tra gli estremisti islamici e l’esercito regolare che
tenta di respingerne la dilagante avanzata: teatro degli scontri è ora
il complesso petrolifero di Baji, mentre le compagnie energetiche
stanno evacuando (tra gli altri Lorenzo Cremonesi sul Corriere). Forte
la richiesta per un intervento degli Stati Uniti, con il presidente
Barack Obama che tenta di studiare una strategia (Repubblica).
Tra gli estremisti dell’Isis, la rete del terrore che combatte contro
il governo iracheno (ma anche in Siria contro il dittatore Bashar
Assad) ci sono anche molti cittadini europei, compresi una trentina di
combattenti partiti dall’Italia, come ha riferito il Ministro
dell’Interno Alfano: il Corriere ricorda come sia stato proprio un
francese affiliato al gruppo a colpire il Museo ebraico di Bruxelles
uccidendo quattro persone.
Roma. Citati in giudizio in 14 che gravitavano interno al sito
Stormfront con l’accusa di incitamento all’odio razziale (Corriere).
Memoria. Sull’Osservatore romano Anna Foa ricorda la figura di Giuseppe
Caronia, direttore della clinica malattie infettive del Policlinico di
Roma che durante la guerra nascose decine di oppositori politici ed
ebrei e fu per questo insignito del titolo di Giusto tra le Nazioni nel
1996. Presentato oggi alla Sapienza il volume a lui dedicato “La
punizione che diventò salvezza. Il salvataggio della famiglia Sonnino
durante la Shoah ad opera del prof. Giuseppe Caronia” (Udine, Forum
Editrice, 2014) a cura di Silvia Haia Antonucci e Micol Ferrara.
Arrestato in America un guardiano di Auschwitz (Tempo).
A Firenze grande ritorno del Balagan Cafè nei giardini della sinagoga.
“Oggi alle 19, incontro con Amanda Sandrelli che alle 21 sarà
protagonista con l’Orchestra Multietnica di Arezzo dello spettacolo
“Cre-doinunsolo-DIO” (così il titolo, con un gioco di parole), di
Stefano Massi-ni, uno dei migliori drammaturghi europei (musiche di
Enrico Fink)” scrive la Nazione.
Su Corriere Innovazione, un approfondimento dedicato all’Israele Start
up nation.
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J-Ciak
Synecdoche,
New York
Bizzarro.
Selvaggiamente ambizioso. Stravagante. Concettuale. Frustrante.
Disturbante. E si potrebbe andare avanti a piacere, perché per
Synecdoche, New York gli aggettivi sono corsi a fiumi. Piaccia o non
piaccia, il debutto alla regia di Charles Kaufmann, immaginifico
sceneggiatore di Being John Malkovich e Se mi lasci ti cancello, da
oggi nelle sale italiane, è un film che non lascia indifferenti.
Vi farà sorridere pochissimo, vi restituirà la malinconia di certe
solitarie domeniche d’inverno o vi respingerà del tutto, con questa
storia interpretata da un notevole Philip Seymour Hoffmann che nella
prima tranche pare scritta da un Woody Allen di pessimo umore e poi
cresce con cadenze cupe e surreali che volteggiano tra vita, morte,
arte e amore e rammentano All That Jazz di Bob Fosse o Otto e mezzo di
Fellini.
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memoria
Alfredo
Schonhaut (1925-2014)
Cinquant'anni
è durato il silenzio di Alfredo Schonhaut. Un silenzio caduto sulle
tragedie del passato, sulla violenza nazifascista di cui fu testimone,
sul tentativo di resistere all'orrore combattendo al fianco della
brigata Osoppo-Friuli, sulla deportazione a Buchenwald e la perdita di
Leopoldo, il fratello con la passione per la montagna, inghiottito
dalla Shoah. Poi la chiave che ne apre i ricordi e Schonhaut comincia a
raccontare. “Per cinquant’ anni – dirà parlando con degli studenti di
una scuola di Merano – non ne ho parlato né ai miei figli, né a mia
moglie. E se una telefonata non mi avesse parlato della presenza di
lettere riguardanti mio fratello Leopoldo morto a Flossenburg e non ci
fosse stato un interessamento alla mia storia da parte del ricercatore
Stefano Fattorini, ancor oggi probabilmente non ne avrei parlato”.
“Troppo duro ripercorrere quegli anni di sofferenza e angherie –
ricorderà Schonhaut - Di autentiche tragedie per molti, di puro
annientamento per altri. Le parole spesso non riescono a rendere il
senso profondo del dolore, della paura, della tragedia. Da qui la mia
scelta del silenzio”. Il coraggio di rompere quel silenzio è un regalo
prezioso che Schonhaut, scomparso ieri a Merano, ha voluto donare alle
generazioni future..
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Setirot
- Gilad, Eyal, Naftali |
Naftali
Frenkel, Gilad Shaar, Eyal Yifrach. Impossibile non pensarci, non
parlarne. Il loro rapimento sgomenta, addolora, riempie di rabbia. E
fino a quando non torneranno a casa sani e salvi guai a dimenticarli, a
lasciarli soli, a far passare un solo giorno, una sola ora, senza
aiutarli come si può, guai a smetterla di ricordarli. Non è questione
di essere ebrei o non ebrei, di “sinistra” o di “destra”, di avere in
simpatia emotiva e ideologica più gli israeliani o i palestinesi. Non è
questione di battersi per “due popoli due Stati” oppure per la Grande
Israele. Non è questione di confrontarsi – in maniera anche aspra –
all'interno e all'esterno del mondo ebraico.
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - Leader |
La
disputa tra Mosè e Corach non riguarda tanto l'autorità di Mosè, ma la
santità del popolo ebraico. Corach infatti non mette in discussione la
vicinanza di Mosè a D-o, ma sostiene che, al contrario di quanto pensi
Mosè, il popolo sia già santo come effettivamente era stato detto da
D-o precedentemente. In quest'ottica verrebbe quasi naturale schierarsi
dalla parte di Corach che difende il ruolo del popolo ebraico. In
realtà non è così; Mosè non nega la santità del popolo, ritiene solo
che possa raggiungere livelli più alti e che questa ancora vada
raggiunta ed elevata.
Daniel Funaro
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