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1 luglio 2014 - 3 Tamuz 5774
PAGINE EBRAICHE 24


ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
Oggi non ho voglia di scrivere. Come si addice alle situazioni di lutto e di dolore, non trovo cosa migliore del silenzio. È nel silenzio, ci racconta la Torah, la reazione di Aròn di fronte alla tragica e plateale morte dei suoi due figli mentre sperimentavano un percorso religioso. È nel silenzio dell’Eterno che continuiamo a cercare l’eloquenza del Suo messaggio. È nello sforzo di privilegiare il silenzio che tentiamo di ascoltare quanto Eyal, Gilad, Naftali avrebbero voluto comunicarci nei loro ultimi momenti di vita in questo mondo. Che il Misericordioso possa concedere tanta consolazione ai loro cari.
 
Dario
Calimani,
anglista
L’assassinio dei tre ragazzi israeliani rapiti da Hamas induce un senso di orrore e di rabbia. Orrore per la gratuità assoluta del crimine, rabbia per l’impotenza che si prova di fronte alla disumanità di terroristi che cercano nell’ideale patriottico un alibi per lo sfogo di pulsioni bestiali. Rabbia, anche, per tutti coloro, singoli e partiti, che accampano giustificazioni ‘umane’, sociali, politiche e psicologiche per un delitto orrendo che giustificazioni non ha. È in occasioni del genere che ogni tentativo di dialettica razionale e obiettiva va a farsi benedire e prevalgono le ragioni della rabbia. Noi allora possiamo provare a mantenere la nostra umanità e la nostra razionalità. Ma gli amici diretti e indiretti, manifesti e mimetizzati, della ‘causa palestinese’ dovrebbero chiedersi onestamente se questa sia la via giusta che potrà mai condurre alla pace e alla realizzazione di obiettivi condivisibili.
 
 
 
Eyal, Gilad e Naftali, dolore immenso
L’immenso dolore di un popolo. La notizia, arrivata nella serata di ieri, del ritrovamento dei corpi di Naftali Fraenkel, (16 anni), Gilad Shaar, (16 anni), ed Eyal Yifrach (19 anni) è prima di tutto questo.
“Un giorno di lutto per chiunque creda nei valori della pace e dell’umanità” ha sottolineato il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, che con il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha accolto ieri sera la comunità in sinagoga, per una preghiera dedicata ai tre ragazzi, mentre i ristoranti del Portico d’Ottavia hanno scelto di abbassare le serrande e tanta gente si è radunata per strada, esprimendo tutta la ferita ma anche la rabbia di fronte a un crimine così enorme raggiungendo la sede romana dell’Autorità nazionale palestinese (Repubblica e Messaggero). Da Israele, il messaggio di sgomento del presidente della Comunità Riccardo Pacifici, che ha ricordato anche l’insegnamento che arriva dalle famiglie di Eyal, Gilad e Naftali. “Da questa tragica vicenda si trae una grande lezione, l’immensa dignità di tre madri d’Israele”.
Una ricostruzione della vicenda viene offerta da tutti i principali quotidiani (tra gli altri Maurizio Molinari sulla Stampa, Davide Frattini sul Corriere, Fiamma Nirenstein sul Giornale, Fabio Scuto su Repubblica).
Il Corriere della Sera offre inoltre un ritratto dei tre ragazzi e del loro mondo (“Musica e kippà” il titolo), lo studio nelle scuole religiose, ma anche passioni come il cinema, la cucina, le famiglie, per tutti e tre numerose, e poi invece un approfondimento sul gruppo a cui appartengono i due rapitori indicati dalle autorità israeliana: “Il clan di estremisti filo-Hamas che allenava una squadra di baby calciatori kamikaze – Missioni suicide con la maglia del Moschea Jihad”, una grande famiglia allargata i cui membri si sono macchiati negli anni dei più efferati crimini.
 
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  davar
#EyalgiladNaftali - il presidente ucei
"Crimine che scuote le coscienze dell'umanità intera"
Il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna ha dichiarato:

Le notizie che ci arrivano da Israele lasciano senza parole. Davanti all'orrore, davanti alla tragedia che si è appena profilata, non possiamo che stringerci nella solidarietà ai familiari delle vittime: le immagini delle sinagoghe d'Italia e d'Europa gremite di gente sono infatti la risposta più forte ai nostri nemici e in particolare a chi vorrebbe imporre attraverso l'odio, la violenza e il terrorismo nuovi modelli sociali non contemplabili all'interno del mondo libero e democratico.
Quelle che ci apprestiamo a trascorrere sono giornate di lutto per chiunque creda nei valori della pace e dell'umanità: un'umanità barbaramente offesa da un crimine che scuote le coscienze. Nessuno riporterà indietro i tre studenti israeliani, ragazzi innocenti che abbiamo amato come i nostri stessi figli, ma anche alla luce di questi drammatici fatti fermo deve essere l'impegno di ognuno di noi affinché nelle società progredite non cali l'attenzione sul Medio Oriente e sulle responsabilità di chi infiamma oggi il conflitto. Soprattutto è importante che venga colto un aspetto: l'ideologia di Hamas e degli altri movimenti terroristici appartenenti alla galassia dell'estremismo islamico è una minaccia che riguarda il mondo intero e i conseguimenti più preziosi che le nazioni democratiche hanno ottenuto al prezzo di sangue, lutti e sacrifici. Ignorarlo sarebbe una negligenza gravissima.
Nella profonda commozione di queste ore, nel dolore che tutto sovrasta, anche il sentimento di speranza nel futuro che il popolo ebraico celebra con toccanti parole nella 'Hatikwa', l'inno dello Stato di Israele, l'auspicio è che i carnefici di Eyal, Gilad e Naftali siano al più presto assicurati alla giustizia per le loro orribili colpe. 

#eyalgiladnaftali
Silenzio, riprendiamo la speranza
Una redazione che si rispetti è un organismo vivente. Nei giorni di lavoro non arresta i suoi processi attivi, la sua relazione con il lettore. Ma oggi no, oggi è diverso. A metà pomeriggio, assieme a tutti i dipendenti dell’Unione delle Comunità Ebraiche, assieme a tutti gli ebrei italiani, assieme a tutti gli italiani di buona volontà, assieme a tutti i nostri fratelli di Israele, in questa ora di silenzio e di meditazione che circonda l’ultimo saluto a Eyal, Gilad e Naftali, ci saremo anche noi. E invitiamo tutti a unirsi in questa sfera di silenzio e di dolore
Quei tre ragazzi che abbiamo atteso invano, che sono i nostri figli e i nostri fratelli, resteranno fianco a fianco nella stessa terra per simboleggiare la totale, inscindibile unità che lega un ebreo a un altro ebreo e ogni ebreo alla terra di Israele.
Il grande disegnatore  israeliano Guy Morad lo dice pubblicando sul popolare quotidiano Yedioth Aharonot una vignetta atroce e folgorante. In redazione abbiamo come amici molti artisti straordinari che arricchiscono con la loro creatività quello che pubblichiamo. Il loro tratto può far sorridere, far riflettere, ma mai come oggi mi era capitato di vedere una vignetta così forte da spezzare il cuore. Tutto un popolo in lutto entra nel cimitero e fuori dal recinto una pattumiera strabocca dei nostri slogan ormai inutili, del “bring back our boys” scelto da molti per rappresentare la propria indignazione, delle nostre speranze tradite.
I mostri di un terrorismo palestinese che condanna all’orrore quotidiano il proprio stesso popolo, i ladri di vita, gli assassini della speranza devono trovare risposte chiare. Ma non basta invocare giustizia, gridare il proprio dolore. Bisogna anche riappropriarsi della speranza.
C’è un passaggio apparentemente minore, nel bellissimo editoriale di Sergio Della Pergola che appare sul numero di Pagine Ebraiche attualmente in distribuzione. In tutti questi giorni di attesa tradita mi ha accompagnato. Dei tre ragazzi rapiti si ricorda che erano indifesi e disarmati. Ma si aggiunge che erano dei pedoni.
Nelle nostre città ingombre di inutili automezzi essere un pedone non sembra forse più un titolo di merito o un criterio di rispetto. Ma ricordiamolo ai nostri figli: c’è ancora gente che percorre a piedi, a proprio rischio e pericolo, le strade di Israele.
Senza il loro cammino il popolo ebraico avrebbe forse smarrito una volta per tutte la propria anima.
Riprendiamo la strada là dove quella di Eyal, Gilad e Naftali è stata interrotta. Che il loro cammino ci faccia da guida e sia di benedizione.
 
gv

#eyalgiladnaftali
L'Italia ebraica stretta nel dolore
Un giorno di dolore e di raccoglimento. Dal vicepresidente dell'Unione Roberto Jarach, al presidente della Comunità romana Riccardo Pacifici, dal rabbino capo della Capitale Riccardo Di Segni, al presidente dell'Assemblea rabbinica italiana rav Giuseppe Momigliano, l'Italia ebraica in lutto. La notizia della morte di Eyal, Gilad e Naftali, rapiti e uccisi da terroristi palestinesi lo scorso 12 giugno, ha scosso i cuori di tutto il mondo ebraico. E in queste ore gli ebrei italiani, da Milano a Roma, da Torino a Venezia, si sono riuniti e si riuniranno per condividere questo dolore. “Siamo vicini con tutto il nostro animo all’indicibile sofferenza delle famiglie e partecipiamo al lutto che in questo momento colpisce tutto il popolo ebraico”, il messaggio di cordoglio dell'Assemblea rabbinica d'Italia. Stare uniti, è stato anche l'invito lanciato ieri sera dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. “La vostra presenza così numerosa è un messaggio a chi vuole distruggerci: noi non ci piegheremo”, ha affermato rav Di Segni davanti alle centinaia di persone riunitesi per pregare insieme. Perché tragedie e crimini come questi non si ripetano, al dolore ed alla preghiera deve seguire la riaffermazione del vero valore della vita umana e la sconfitta dell'odio e della violenza”, l'esortazione del vicepresidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach diretta ai governi europei perché agiscano concretamente contro il terrorismo e la propaganda anti-israeliana. Da Israele il presidente della Comunità della Capitale Riccardo Pacifici ha espresso la sua vicinanza alle famiglie di tre ragazzi, incontrate proprio in questi giorni assieme a una delegazione di solidarietà. Oggi in tutta l'Italia ebraica, continueranno le manifestazioni di solidarietà, da Milano a Venezia, da Torino a Napoli, momenti di riflessione e cordoglio per una notizia tanto tragica e dolorosa.
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#EYALGILADNAFTALI
Nel loro nome Redazione Aperta
Porterà il nome di Eyal Gilad e Naftali, i tre giovani israeliani assassinati dai terroristi palestinesi, la prossima edizione del laboratorio giornalistico Redazione Aperta, che si terrà a Trieste nella seconda metà di luglio. Lo ha comunicato alla redazione il coordinatore Informazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Guido Vitale. “Redazione Aperta – afferma – è, dai suoi inizi, fin dalla nascita di questa redazione giornalistica, sempre stato un luogo di incontro e un laboratorio di formazione professionale per i giovani ebrei italiani. In particolare quest’anno, con la partecipazione assieme alla redazione di nuovi giovani che chiedono formazione professionale giornalistica, dobbiamo proseguire con determinazione e coraggio il nostro lavoro. Il dolore di questi giorni deve donare nuove energie alla gioventù ebraica e chi lavora nelle istituzioni ebraiche deve impegnarsi come non mai perché fra i nostri giovani mai prevalga la paura e lo scoraggiamento. La nostra reazione alla violenza e alla prevaricazione, in Israele e nella Diaspora, è l’impegno ebraico. Compiere con consapevolezza e impegno il nostro lavoro è la nostra risposta di ebrei, di giornalisti e di cittadini, alle forze dell’odio”.

#Eyailgiladnaftali
Semplicemente tre ragazzi
L’enormità di quello che è successo è tale che si può solo iniziare dalla fine, una fine che non si riesce a nemmeno a pensare. Eppure Eyal, Gilad e Naftali, tre adolescenti, appena mezzo secolo in tre, verranno seppelliti oggi pomeriggio. Insieme. I tre funerali inizieranno in luoghi diversi ma più tardi, al cimitero di Modi’in, verranno seppelliti uno accanto all’altro. Uno accanto all’altro così come sono stati durante i loro ultimi minuti. Uniti da vite simili, cresciuti tutti e tre in famiglie osservanti: studio, musica, sport, hobby, ore passate con gli amici come tanti adolescenti in tutto il mondo, e una famiglia numerosa da cui tornare il fine settimana.
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#EyalGiladNaftali – Le parole degli Italkim
Fermarsi e riflettere
“Secondo la tradizione ebraica, di fronte a fatti del genere, sarebbe necessario aspettare il funerale o addirittura la settimana di shivah, di lutto, prima di parlare, anche se a quanto pare non è ciò che sta accadendo”. Sergio Della Pergola, demografo dell’Università ebraica di Gerusalemme, ed esponente della comunità degli italkim, gli italiani di Israele, racconta così il momento, a poche ore dalla notizia del ritrovamento dei corpi senza vita di Eyal, Gilad e Naftali. Due i piani con cui oggi è necessario confrontarsi, secondo quanto emerge dalle parole del professore, quello maggiormente legato a quanto successo fino a questo momento, e invece i possibili scenari che si apriranno nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
E sulla necessità di mantenere la calma, insiste Sergio Minerbi, diplomatico, già ambasciatore d’Israele presso la Comunità europea. "Nei due mesi precedenti il rapimento, la percentuale degli attacchi di tutti i tipi contro Israele era salita del 30 per cento anche se non sempre annunciata - ha sottolineato il politologo Vittorio Dan Segre - Quello che sembra ora cambiato sono la tattica, la strategia e l’ambiente politico mediorientale.
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#Eyalgiladnaftali
Sgomento e condanna dal mondo
Parole di sgomento e condanna di fronte al brutale assassinio di Eyal, Gilad e Naftali, arrivano in queste ore dai principali leader mondiali, dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama al britannico David Cameron, dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon, a Jorge Bergoglio.
"Siamo vicini a Israele in questo momento di grave lutto. Voglio porgere al governo e al popolo israeliano le condoglianze mie e dell'intero governo italiano per questi omicidi che condanniamo nel modo più fermo. Mi auguro che sia fatta piena luce su quanto accaduto e che i responsabili di questo vile atto ne rispondano quanto prima davanti alla giustizia.
Faccio appello a tutte le parti affinché mostrino che chi attenta alla sicurezza di Israele non potrà prevalere minando la via del dialogo, unica speranza di pace vera e duratura nella regione ", ha dichiarato il ministro degli Esteri Federica Mogherini.
E immenso dolore è espresso anche dai rappresentanti delle più importanti organizzazioni ebraiche internazionali. “Condividiamo l'angoscia dei genitori e delle famiglie di Naftali, Gilad e Eyal, e di tutta la nazione israeliana", ha affermato David Harris, direttore esecutivo dell’American Jewish Committee".
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#eyalgiladnaftali 
Israele scende in piazza
Dieci di sera. Ad un incrocio autostradale fuori da Tel Aviv è riunito un gruppo di persone. Sono bastati alcuni tweet e post su Facebook, perché i cittadini israeliani uscissero di casa per partecipare in modo spontaneo ad una delle innumerevoli manifestazioni di solidarietà tenutesi ieri sera in tutta Israele per ricordare Eyal, Gilad e Naftali, i tre ragazzi assassinati da due terroristi palestinesi. A fare da colona sonora al fluttuare delle bandiere biancoblu c’è un silenzio sconcertato, interrotto solo dalle automobili che sfrecciano, suonando il clacson per mostrare il loro supporto nei confronti dell’iniziativa. Gli israeliani si sono visti negare la speranza, così hanno risposto con un’arma ancora più invincibile: l’unità.

Simone Somekh, Israele

#eyalgiladnaftali - la ricostruzione
I giorni dell'attesa
Alle 22.25 del 12 giugno il numero verde della polizia del distretto della West Bank riceve una telefonata. “Mi hanno rapito”, sussurra una voce ma l’operatore non capisce. Prova a richiamare il numero. Tenta otto volte ma il cellulare è sempre occupato. Si consulta con i suoi superiori che lasciano cadere la cosa. Si pensa a uno scherzo e non si fanno ulteriori verifiche. La storia purtroppo è nota. Non è uno scherzo. La chiamata è partita dal telefono di Gilad Shaar, il cui corpo esanime verrà trovato diciotto giorni dopo in un campo a nord di Hebron, assieme a quello di Naftali Fraenkel e di Eyal Yifrah. In questo lungo arco di tempo milioni di persone hanno sperato e pregato di poterli rivedere sani e salvi. Una speranza vana perché i tre ragazzi in realtà erano stati assassinati dai rapitori, due uomini legati al gruppo terroristico di Hamas, poco dopo la tragica telefonata. In queste ore le autorità israeliane stanno ricostruendo i fatti, con l’obbiettivo di assicurare alla giustizia i responsabili dell’efferato crimine.
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pilpul
La religione della vita
Lo scorso Shabbat abbiamo letto la parashah di Chukkat, con il suo comandamento quasi incomprensibile della giovenca rossa. Le sue ceneri, mescolate con “acqua viva” purificavano coloro che erano stati a contatto con la morte in modo che potessero entrare nel Mishkan, sede simbolica della gloria di Dio. Quasi incomprensibile, ma non del tutto. La mitzvah della parah adumah, la giovenca rossa, era una protesta contro le religioni del mondo antico, che esaltavano la morte. La morte per gli egiziani era il regno degli spiriti e degli dei. Le piramidi erano luoghi dove, si credeva, lo spirito del faraone morto saliva al cielo e si univa agli immortali. La cosa che colpisce di più nella Torah e nel Tanakh, in generale, è il quasi totale silenzio sulla vita dopo la morte.

Rav Lord Jonathan Sacks
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La salute, il diritto
In ore come queste è difficile proseguire con i propri impegni e con il lavoro. Mentre invio alla redazione questo testo scritto ieri pomeriggio, il pensiero non può che correre a Eyal, Gilad e Naftali, alle loro famiglie, a Israele che li piange. Che la terra sia loro lieve.
Nei giorni scorsi la Regione Lazio, presieduta da Nicola Zingaretti, ha pubblicato un decreto per la riorganizzazione dei servizi medici a tutela della salute della donna. Già l’impostazione di questo testo appare interessante, poiché assume la prospettiva femminile nella valutazione delle prestazioni erogate dalle strutture e nelle ipotesi di riassetto.


Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
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