19 novembre 2014 - 26 Cheshvan 5775 |
|
|
Su Pagine Ebraiche 24, la Newsletter
quotidiana di metà giornata, oggi i pensieri del rav David Sciunnach e
Davide Assael. Nella sezione pilpul una riflessione di Alberto
Cavaglion e Francesco Lucrezi.
|
|
 |
Maurizio Molinari
@Maumol (18 Nov)
#Gerusalemme, la polizia israeliana usa i palloni aerostatici per sorvegliare Jabel Mukkabeesto
PM of Israel
@IsraeliPM (18 Nov)
PM Netanyahu: I call on all heads of state in the civilized world – I want to see outrage. I want to see condemnation »
David Cameron
@David_Cameron (18 Nov)
I'm appalled by today's horrific attack on worshippers at a Jerusalem synagogue. My thoughts are with the victims' families.
|
 |
#PE24BreakingNews
|
Aggiornamenti regolari e notizie provenienti dal mondo ebraico, sulla homepage del portale dell'ebraismo italiano www.moked.it oppure seguendo il link diretto http://bit.ly/1uQoBHo
Le notizie vengono pubblicate anche su twitter, @paginebraiche, con l'hashtag #PE24BreakingNews.
|
|
|
|
Orrore a Gerusalemme,
dolore, rabbia e indignazione
Dolore, rabbia e indignazione, queste le reazioni dopo il terribile attentato
di ieri in una sinagoga di Har Nof a Gerusalemme: due terroristi
palestinesi hanno fatto irruzione armati di asce, coltelli e pistole e
hanno ucciso quattro rabbini durante la preghiera del mattino. Definiti
‘lupi solitari’, “dalle 7.01 alle 7.08 i due cugini Uday e Ghassan Abu
Jamal, due ventenni di Gerusalemme Est – scrive la Repubblica – hanno
dato la caccia dentro il grande palazzo che ospita la sinagoga e anche
la yeshivah, urlando ‘Allah Akbar’. Di quei minuti di terrore restano
le porte di vetro della sinagoga sforacchiate dai proiettili della
polizia, una lunga scia di sangue nell’androne sul pavimento di marmo
lucido, i libri che le vittime avevano in mano squadernati in terra
maculati di rosso, come i tallit abbandonati sui banchi, occhiali
spezzati in terra”. Le squadre speciali della polizia sono poi entrate
in azione, uccidendo i terroristi e salvando gli altri uomini in
preghiera. “Mentre il premier Netanyahu riuniva il gabinetto
d’emergenza – continua Repubblica – e Hamas si felicitava con i killer,
le strade si sono svuotate di colpo. (…) Gerusalemme somiglia sempre
più a una città sul fronte di una guerra, con sei attentati e 12 morti
in meno di quattro settimane”.
Maurizio Molinari su la Stampa racconta la reazione sconvolta del capo di Zaka,
il gruppo di volontari che recuperano il resto dei corpi delle vittime,
Meshi Zahav: “Abbiamo affrontato attentati con più vittime ma davanti a
una sinagoga con il sangue ovunque, libri di preghiera in terra,
talletot strappati ho pensato alla Shoah”. L’attacco è stato definito
dalla radio israeliana “Il pogrom di Gerusalemme”. E mentre il rabbino
capo Ytzhak Yosef chiede protezione per ogni sinagoga, “il premier
Benjamin Netanyahu punta l’indice verso: Abu Mazen, Hamas e Jihad
islamica che incitano all’odio, abbiamo pagato un prezzo alto di sangue
alle loro bugie”.
“Servono il terrore e l’orrore per ricordare al mondo che la più antica delle sue ferite continua a seminare odio
e a spargere sangue”, scrive oggi Franco Venturini sul Corriere della
Sera, e continua: “Per misurare la vera portata bisogna soffermarsi sui
dettagli. Obbiettivo una sinagoga all’ora di preghiera. Assassinati
quattro rabbini macchiando di sangue le loro vesti rituali. E a
pretesto della strage la presunta (e smentita) intenzione israeliana di
cambiare le regole per pregare sulla Spianata delle Moschee. Come non
vedere nello scontro religioso la motivazione principale di quanto è
accaduto? E soprattutto, come non individuare nell’ombra
dell’espansione dell’Isis e del suo fanatismo religioso la mano
sciagurata che ha guidato i due cugini palestinesi, che li ha incitati
a colpire in quella sinagoga gremita?”. Una strage rivendicata,
continua Venturini, “dalle poco note Brigate Abu Ali Mustafa, adottate
a loro volta dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina che
è una organizzazione debole con una base non si sa quanto autonoma a
Gaza. In Cisgiordania Mahmoud Abbas ha condannato l’attentato. Hamas
non ha rivendicato la strage ma ha detto di ‘comprenderla’ e in qualche
caso l’ha elogiata, mentre manifestazioni di gioia e spari festanti
risuonavano a Gaza. Netanyahu ha promesso una dura risposta e dovrà
darla, ma si ha l’impressione che essa difficilmente colpirà la nuova,
temuta minaccia: quella di un terrorismo diffuso, privo di vere e
credibili etichette”.
A contestualizzare il luogo che
ieri si è macchiato di sangue innocente, l’articolo di Stefano Jesurum
sul Corriere della Sera: “Là, in alto, su una collina al confine
occidentale di Gerusalemme dove il sole fa risplendere i
casermoni tipici dei quartieri moderni. Là, in alto, in una delle
numerosissime sinagoghe e yeshiva che affollano il quartiere di Har Nof
– ventimila residenti, per lo più haredim, ultraortodossi. Là,
dentro il tempio Kehilat Bnei Torah dove quattro ebrei che recitavano
le preghiere del mattino sono stati assassinati insieme a un
poliziotto”. Un luogo nel quale, scrive Jesurum, si va “a colpo
sicuro”. “Per chi conosce superficialmente, almeno un poco, i quartieri
degli haredim – che camminano veloci in strada per non rubare tempo
allo studio, con i loro vestiti di foggia attica, le scuole talmudiche
da cui esce perennemente il vociare della discussione continua, e le
contraddizioni e le polemiche che suscitano nella società israeliana –
non sarà poi così difficile immaginare quale silenzio sia calato
immergendo contrasti politici, discussioni e proclami in uno spesso
vuoto”.
Tra le persone miracolosamente salve dall’incubo dell’attentato a
Gerusalemme, anche uno dei tanti italkim, cittadino di origine
italiana, che vivono nella città: Nissim Sermoneta.
Avvenire, tra le altre testate, raccoglie la sua testimonianza: “Ero
raccolto in preghiera quando ho avvertito un rumore secco, come di una
lampada che esplode. Trenta secondi dopo mi sono riavuto dalla
sorpresa. Ho visto uno degli attentatori. Gli ho scagliato una sedia in
testa per ostacolarlo. Poi gli ho gettato anche un tavolo e sono
fuggito”. Racconta poi il Messaggero: “Appena possibile, Sermoneta, è
scappato dall’edificio lasciandosi dietro la kippà, i filatteri, e il
‘talled’, il manto rituale. In serata è tornato nella sinagoga e nei
prossimi giorni vi reciterà la solenne preghiera Ha-Gomel assieme con
tutti quelli che ieri, assieme a lui, hanno visto la morte in faccia e
sono miracolosamente riusciti a tornare a casa indenni, almeno nel
fisico”.
Ma chi sono i lupi solitari, la
nuova definizione del terrorismo palestinese? A spiegarlo, Davide
Frattini sul Corriere della Sera: “La carta d’identità blu permette ai
palestinesi di muoversi senza controlli dalle zone arabe della città.
Come I due attentatori, cugini e vicini di casa nel quartiere di Jabal
Mukaber. Uno di loro lavorava in un negozietto vicino alla sinagoga
colpita, abitata in maggioranza da ultraortodossi”. Delle mine vaganti,
che destano forte preoccupazione nella polizia: “L’intelligence
israeliana ammette di non avere soluzioni pronte per fermare gli
assalitori prima di questi raid. Che spesso vengono decisi in poche
ore, nel chiuso di una stanza, senza telefonate, senza cellulari da
poter intercettare, senza tracce da seguire all’indietro dopo l’attacco
per risalire a una cellula o a un’organizzazione”.
Anche sul Foglio, Giulio Meotti
indaga sulle violente ondate di odio: “Qualche giorno fa sulla prima
pagina di al Hayat al Jadida, il quotidiano ufficiale dell’Autorità
palestinese, campeggiava un’esortazione: ‘Spingi il gas fino a 199 km
orari. Fallo per al Aqsa’. Si incitava a lanciare automobili sui
passanti ebrei”. Un incitamento rafforzato dalle parole di leader del
terrore come: "il dirigente di Fatah Muhammad al Biqa’i ha detto che
‘Gerusalemme ha bisogno di sangue per purificarsi degli ebrei’. Poi è
passato all’elogio degli ultimi attentatori. Intanto, dal carcere, il
più popolare leader palestinese, il dirigente di Fatah Marwan
Barghouti, condannato a cinque ergastoli, incita i palestinesi a
compiere altri attentati”. Riporta Meotti: “Il professore israeliano
Elihu Richter ha scritto che le mannaie e le pistole sono l’hardware
del terrore. Ma l’indottrinamento e l’incitamento all’odio sono il
software dei terroristi”.
Un incitamento all’odio che non è stato condannato con abbastanza forza dall’Occidente, commenta Fiamma Nirenstein
su Il Giornale: “al loro gesto ha contribuito, dispiace dirlo,
l’atteggiamento sconclusionato e spastico dell’Unione europea e degli
Stati Uniti. Non si può combattere da una parte le decapitazioni
dell’Isis, e dall’altra seguitare a considerare gli attacchi
terroristici contro gli ebrei di queste ultime settimane come una
conseguenza pressoché logica del comportamento israeliano. Le condanne
odierne, stanno a zero”. E, continua, “l’aria che sale dall’Europa
verso Israele non placa gli animi, li convince che i gesti aggressivi
verranno compresi, forse giustificati, e che alla fine lo Stato
Palestinese nascerà non come una forma di compromesso, ma come una
forma di compensazione dovuta. Lo confermano i riconoscimenti dello
Stato Palestinese da parte del governo svedese, del parlamento inglese,
della mozioni per il parlamento italiano e della mozione proprio di
ieri al parlamento spagnolo”.
Tante le reazioni e le voci che si sono levate: Leggo riporta le parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni: “Attentato inaudito. Tutti i partecipanti al processo di pace devono condannare”. Sul Corriere della Sera, l’intervista poi a Tobia Zevi
dell’associazione Hans Jonas: “Un episodio terrificante che segue altri
omicidi di civili ebrei israeliani trucidati da attentatori
palestinesi. Hamas si congratula e mostra il suo volto di
organizzazione terroristica irresponsabile. II quadro generale fa
purtroppo temere una escalation e lo scoppio di una terza Intifada”. E
sul programma diplomatico dell’Europa aggiunge: “L’Europa si è
purtroppo mostrata inadeguata davanti alle drammatiche crisi ai suoi
confini: Siria, Iraq, Ucraina. Sul Medio Oriente, il suo compito non è
ergersi a giudice ma costruire, insieme a partner internazionali quali
Usa, Russia e Cina, un nuovo dialogo tra israeliani e palestinesi. La
prospettiva va cambiata rispetto ai tempi di Oslo, alla luce del
‘Califfato’, delle primavere arabe, del ruolo dell’Iran. In Italia, la
sinistra negli ultimi anni ha ridefinito il suo rapporto con Israele;
oggi il nostro Paese, anche grazie alla nomina di Paolo Gentiloni agli
Esteri, può aiutare israeliani e palestinesi sul sentiero di un
compromesso possibile”.
Ad intervenire sul Giorno anche il demografo Sergio Della Pergola,
che spiega come i terroristi lavorino e vivano in Israele: “Non
arrivavano dalla luna (…) anche il terrorista che ha ferito gravemente
il rabbino Glick che ora parla e che si sta riprendendo, lavorava alla
caffetteria del Centro Menahem Begin nel quale il religioso aveva
appena partecipato a un’assemblea. Sono persone abbastanza socializzate
nella realtà israeliana, non sono poveracci che stanno in una baracca
in un campo profughi”. Spiega poi le divisioni interne: “Esistono due
entità palestinesi del tutto separate e in conflitto. Una è Gaza,
l’altra è la Cisgiordania. Però c’è una coerenza ideologica
sotterranea. Da parte di Hamas c’è stata una benedizione
dell’incursione nella sinagoga. Abu Mazen ha condannato, ma poi ha
attaccato Israele attribuendole gravi profanazioni dei luoghi santi,
soprattutto nella spianata del Tempio. Quello che è avvenuto nel mondo
negli ultimi tempi, a parte la nostra regione, è la radicalizzazione
del conflitto”. Quella che abbiamo di fronte, conclude Della Pergola,
citando papa Bergoglio: “è una terza guerra mondiale a rate”.
Michela Anselmi del Secolo XIX fa un reportage sull’antico Ghetto di Roma,
nella scuola ebraica che, per paura di attentati e minacce, vive
protetta da guardie e polizia. Riccardo Pacifici, presidente della
Comunità ebraica illustra la situazione: “Lei vuole sapere se abbiamo
alzato le misure di sicurezza, se immaginiamo un maggiore livello di
allerta rispetto al passato? La mia risposta è: no (…) Non siamo
tranquilli, conviviamo da decenni con l’incubo terrorista, però abbiamo
imparato a proteggerci, anche autonomamente. Ma non pensi a Superman e
‘guerrieri’, semmai a genitori, giovani, anche qualche nonno”. Anselmi
descrive gli addetti della sicurezza che vegliano sulla scuola ebraica:
“la sorveglianza delle guardie giurate e dei volontari non passa
inosservata. Discreta, rassicurante, osservatrice. C’è chi prende
appunti su un taccuino, chi segue con l’occhio un passante che parla ad
alta voce, chi parla con qualcuno tramite radio ricetrasmittente. Non
sono vigilantes. Vegliano sull’enorme palazzo, con robuste grate alle
finestre”. E conclude con le parole di Lello, 50 anni, che commenta
l’attentato in Israele: “Siamo preparati, perché è già successo, e
perché siamo ebrei. Lo sa com’ha titolato Tgcom 24? ‘Sei morti a
Gerusalemme’. Senza distinguere tra vittime e carnefici”.
Su Avvenire, Yoram Schweitzer,
esperto di strategie di contro-terrorismo del ministero della Difesa
israeliano invita a non definire gli ultimi attacchi come l’inizio
della Terza Intifada: “Sarei cauto nel definire questa nuova spirale di
violenza una Terza Intifada perché non c’è ancora una sollevazione
popolare palestinese. Non possiamo neanche dimenticare il contesto
regionale, la trasformazione dei gruppi terroristici, le nuove
formazioni come l’Is. Parlerei più di fenomeno di emulazione”.
Due tra i più grandi scrittori israeliani, David Grossman e Abraham Yehoshua,
hanno deciso di parlare sulla stampa italiana. Grossman alla Repubblica
lancia un grido di dolore: “Stiamo precipitando nella dimensione del
fanatismo e dell’irrazionalità, siamo ormai sull’orlo dell’abisso. ll
conflitto che stiamo vivendo ha fatto un salto indietro nel tempo, è
sempre più brutale e più selvaggio. Le stesse armi usate per la strage,
coltelli e accette, testimoniano il ritorno a una guerra tribale”. La
città santa, aggiunge, vive un momento delicatissimo: “Ciò che oggi
vediamo a Gerusalemme, giorno per giorno e quasi ora per ora, e un
pericolosissimo precipitare nella dimensione del fanatismo e
dell’irrazionalità. Sarà quindi molto più difficile adesso che in
precedenza cercare una soluzione del conflitto e forse ciò dovrebbe
essere il motivo e la spinta per i leader dei due popoli di agire
subito e con la massima potenza, iniziando un processo di dialogo fra
loro, invece di insultarsi e incolparsi a vicenda, incitando ancora di
più all’odio”. Yehoshua alla Stampa guarda verso la Giordania e
dichiara: “Non bisogna arrendersi alle violenze, parlare di coesistenza
fra arabi ed ebrei in questa terra è ancora possibile e a rilanciarla
potrebbe essere un gesto di re Abdallah di Giordania. (…) II dialogo
deve ricominciare e affinché ciò avvenga non credo vi siano
alternative: dobbiamo guardare alla Giordania. È uno Stato arabo con
cui Israele parla da 65 anni ed è anche l’unico Stato arabo che in
questo momento sembra voler davvero ascoltare i palestinesi che non
hanno più interlocutori in Siria e hanno rapporti freddi con l’Egitto”.
Suscita polemiche la mostra “Il Lungo viaggio della popolazione palestinese rifugiata”,
ospitata al Museo della Resistenza di Torino e curata dall’Unrwa’,
“l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa esclusivamente dei
rifugiati palestinesi”. Sulla Repubblica, Vera Schiavazzi scrive: “La
Comunità ebraica della città già ieri ha espresso la sua più ‘ferma
condanna’ per l’iniziativa e per la sua propaganda politica ostile a
Israele’ e ora sta scrivendo una lettera nella quale potrebbe chiedere
la chiusura della mostra, patrocinata tra l’altro anche dalla Regione e
dal Comune di Torino che non rilasciano dichiarazioni”. L’esposizione
presentava inoltre un grave errore storico: “una didascalia che
parlando dei massacri di Sabra e Shatila del 1982 ne attribuiva la
paternità all’esercito israeliano, quando invece a compierlo furono le
Falangi maronite”. La mostra è già stata esposta a Roma, – commenta –
ma in un quartiere non centrale, passando inosservata. Beppe Segre,
presidente della Comunità ebraica di Torino, si è dichiarato deluso e
ammette: “che nei mesi scorsi il presidente del museo Pietro Marcenaro
gli aveva parlato della mostra, assicurandogli che la massima
attenzione sarebbe stata prestata ai suoi contenuti. E aggiunge di aver
pensato che ci si poteva fidare di quelle parole”.
Su Avvenire la presentazione del libro di rav Giuseppe Laras
“Storia del pensiero ebraico dalle origini all’età contemporanea”, due
tomi editi dalle Dehoniane di Bologna: “Sintetico, accattivante e
completo. Non è frequente, e nemmeno facile, verificare queste tre
qualità in un’unica opera di storia del pensiero che idealmente copre
circa tremila anni di vita di un popolo. Nell’impresa è riuscito
Giuseppe Laras, studioso di filosofia ebraica medievale capace di
muoversi con rigore sia nell’ambito antico sia in quello moderno”.
Rachel Silvera twitter @rsilveramoked
Leggi
|
|
|


|
Seguici
su
Pagine
Ebraiche 24 e l'Unione Informa sono pubblicazioni edite dall'Unione
delle Comunità Ebraiche Italiane. L'UCEI sviluppa mezzi di
comunicazione che incoraggiano la conoscenza e il confronto delle
realtà ebraiche. Gli articoli e i commenti pubblicati, a meno che non
sia espressamente indicato il contrario, non possono essere intesi come
una presa di posizione ufficiale, ma solo come la autonoma espressione
delle persone che li firmano e che si sono rese gratuitamente
disponibili. Gli utenti che fossero interessati a offrire un proprio
contributo possono rivolgersi all'indirizzo desk@ucei.it Avete ricevuto questo messaggio
perché avete trasmesso a Ucei l'autorizzazione a comunicare con voi. Se
non desiderate ricevere ulteriori comunicazioni o se volete comunicare
un nuovo indirizzo e-mail, scrivete a: desk@ucei.it indicando nell'oggetto del
messaggio "cancella" o "modifica". © UCEI - Tutti i diritti riservati -
I testi possono essere riprodotti solo dopo aver ottenuto
l'autorizzazione scritta della Direzione. l'Unione informa - notiziario
quotidiano dell'ebraismo italiano - Reg. Tribunale di Roma 199/2009 -
direttore responsabile: Guido Vitale. |