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20 novembre 2014 - 27 Cheshvan 5775

alef/tav
Su Pagine Ebraiche 24, la Newsletter quotidiana di metà giornata, oggi i pensieri del rav Elia Richetti e di Sergio Della Pergola. Nella sezione pilpul una riflessione di Stefano Jesurum e Daniel Funaro.
 
Tobia Zevi
@tobiazevi
19 nov
Su #Tor Sapienza noi ebrei italiani dovremmo farci sentire di più.
 
 
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Da Torino a Napoli,
pregiudizio e odio in mostra
Parla di Comunità divisa Vera Schiavazzi, oggi su Repubblica, nel raccontare la posizione degli ebrei torinesi sulla mostra ‘Lungo viaggio dei rifugiati palestinesi’ ospitata al locale Museo della Resistenza. “Spaccata al suo interno tra quanti chiedono di minacciare perfino la propria uscita dagli enti aderenti al Museo della Resistenza e quanti invece vorrebbero, pur tra le proteste, lasciare che tutto vada avanti senza troppi impedimenti. È lo stato in cui si trova la Comunità ebraica torinese – scrive Schiavazzi – dopo una discussione durata ormai quasi una settimana, da quando cioè la mostra sul ‘Lungo viaggio dei rifugiati palestinesi’ si è aperta al Museo e l’intera Comunità, a cominciare dal suo presidente, ha scoperto che l’esposizione stessa era piuttosto discutibile, specie in quella sede”.
Per un quadro approfondito sulla situazione la giornalista di Repubblica rimanda anche ai media UCEI. “Su Moked, il portale di informazione delle Comunità ebraiche italiane – sottolinea – si riportano le scuse e gli argomenti già usati anche dal direttore del Museo della Resistenza Guido Vaglio secondo il quale la mostra è stata accolta anche perché ‘esclusivamente celebrativa delle attività dell’Unrwa e non del conflitto tra Israele e Palestina’. Un’affermazione inoppugnabile formalmente, ma che sembra squagliarsi non appena si vede una parte delle immagini: il muro tra Israele e Cisgiordania proiettato nelle capitali occidentali, con le scritte di accompagnamento, le ‘abitazioni distrutte’ dai tanks israeliani, e così via”.

Situazioni di tensione si registrano anche a Napoli per l’inaugurazione della mostra (sostenuta dal Comune di Portici) ‘Gaza tra assedio e speranza’ a cura dell’attivista propal Rosa Schiano, che da mesi riversa sui social network parole e immagini di odio verso Israele e verso il mondo ebraico. “Gloria ai martiri, la vittoria sarà inevitabilmente nostra”, il post condiviso dalla Schiano sulla propria bacheca poche ore dopo l’attentato alla sinagoga di Gerusalemme. Dell’accaduto, si legge sul Mattino, “è stata informata l’ambasciata d’Israele a Roma mentre in mattinata agenti della Digos si sono recati a Portici nella sede della mostra per compiere accertamenti sulla vicenda”. Stasera, riferisce ancora il Mattino, la Comunità ebraica si riunirà nella sinagoga di via Cappella Vecchia per discutere del caso e valutare tutte le iniziative da adottare, come conferma il presidente Pierluigi Campagnano.
Delirante la presa di posizione della Schiano, che in una foto del profilo è ritratta accanto a un gruppo armato: “Trovo assolutamente scorretto strumentalizzare un post non scritto da me e che non ho neppure commentato. Utilizzo la mia pagina Facebook principalmente a fine informativo: con quel post, condiviso da una pagina inglese, ho voluto esclusivamente, e sottolineo, esclusivamente, a fine informativo, far comprendere al pubblico italiano il modo in cui molti palestinesi vivono certi avvenimenti, non condivido il gesto estremo dei due attentatori”.
Un commento arriva anche dall’ex rabbino capo di Napoli Scialom Bahbout. “Quello che è successo a Portici – dice – con le dichiarazioni incredibili dell’organizzatrice della mostra fotografica sull’attentato alla sinagoga, mi sembra molto grave. Dispiace che i livelli istituzionali aprano spazi a tali estemazioni, che mancano dell’equilibrio e della saggezza richiesta a chi svolge una funzione pubblica. Purtroppo, in questo campo, abbiamo un esempio non edificante anche nel sindaco De Magistris che, smarrendo a volte il senso della sua funzione, parla solo a una parte, dimenticando tutti gli altri”.

“Abu Mazen semina odio ed è un pericolo anche per l’Europa” denuncia intanto, in una lunga intervista al Messaggero, l’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon. “Non può incitare contro Israele – attacca – e poi farci le condoglianze per gli attacchi, né chiamare martire chi investe i civili per strada. Temo che per imitare e competere con Hamas voglia trasformare la disputa politica in una disputa ideologico-religiosa. Questo è molto pericoloso”. Alla domanda se l’Isis stia facendo proseliti tra i palestinesi Gilon risponde: “I palestinesi sono sunniti e a mano a mano che vedono i successi dell’Isis possono simpatizzare di più per quell’idea, considerandoli rappresentativi. Anche per questo Abu Mazen deve evitare di gettare benzina sul fuoco”. Riguardo al crescente antisemitismo in Europa l’ambasciatore sottolinea: “L’odio verso Israele lega l’estrema destra e l’estrema sinistra. Le critiche sono legittime, ma che altro c’è dietro certe iniziative come il boicottaggio dei prodotti israeliani? Bene ha fatto Matteo Renzi a dire all’Onu che l’esistenza di Israele non è un’opzione, è un dovere”.

“C’era scritto che gli ebrei sono sionisti sfruttatori della manodopera araba e che l’Olp non ha mai compiuto attentati”. Daniela Santus, docente all’Università degli Studi di Torino, motiva così la decisione di rifiutarsi di presiedere la seduta di laurea di due studentesse che avevano presentato una tesi dedicata alle città palestinesi. “Ho espresso la mia riprovazione alla commissione che intendeva laurearle – spiega, intervistata dalla Stampa – e dopo che il direttore ha proposto di sostituirmi me ne sono andata”. Sul quotidiano torinese si ricorda come la Santus, che è ebrea, nel 2005 sia stata duramente contestata dai centri sociali per le sue lezioni e per aver invitato nell’ateneo il viceambasciatore israeliano.

Sul Corriere della sera Massimo Franco riferisce infine come le minacce dell’Isis contro il Vaticano abbiano portato a un innalzamento delle misure di sicurezza a tutela di papa Bergoglio. “Qualche motivo di apprensione è giustificato – si legge – perché Francesco vive con una punta di insofferenza le misure di sicurezza. Ne sanno qualcosa alla Gendarmeria vaticana, che all’inizio ha faticato per convincere il primo pontefice argentino ad accettare un minimo di prevenzione”.

Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
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