Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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La
presunzione è all'origine di ogni colpa, come si desume da un commento
di Rashi alla parashà letta ieri. Ed il delirio di onnipotenza di cui
vediamo gli orrori in questi giorni non è altro che la più spaventosa
delle sue declinazioni.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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La
giornata di venerdì è stata costellata di molte cose. Molti hanno
concentrato la loro attenzione sul dato più scioccante: la rete di
attentati e assassini (il più significativo quello compiuto da Yassin
Salih) che sicuramente ha rimesso in corsa molte paure. Capisco. Ma non
dimenticherei (è accaduto sempre venerdì scorso) la storica sentenza
della Corte Suprema degli Stati Uniti. Quando succedono cose terribili
è anche bene reagire guardando a fatti che aprono a un’ipotesi di
speranza e di giustizia, che vanno oltre la paura, e dicono che un
altro mondo è possibile.
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Alfano: giro di vite
sulle espulsioni
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Francia,
Tunisia, Kuwait: la nuova offensiva del terrorismo islamico occupa oggi
le prime pagine dei giornali italiani e internazionali, riproponendo
con forza il tema della sicurezza. “Stiamo ulteriormente intensificando
le misure di prevenzione, coordinando gli interventi in maniera
coerente e organica” afferma il ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Al primo posto, scrive il Corriere, un giro di vite sulle espulsioni.
“Dobbiamo allontanare dal nostro territorio tutti coloro che
rappresentano un potenziale pericolo. Già nelle prossime ore – dice il
ministro – firmerò nuovi decreti per consegnare alle autorità degli
Stati d’origine persone che hanno mostrato di non rispettare le regole
pur non avendo compiuto veri e propri reati”. Un discorso che si
allarga agli imam e a quei predicatori d’odio che mirano a fare nuovi
proseliti. “Basti pensare che dal 2001, dopo gli attacchi alle Torri
Gemelle, siamo stati costretti a mandarne via oltre venti”, sottolinea
Alfano.
Il leader dell’Ucoii Izzedin Elzir, intervistato dal Fatto Quotidiano,
offre la sua personale interpretazione: “Su un milione e 700mila
musulmani sparsi per l’Italia solo 80 sono andati a combattere in Siria
e Iraq. Di questi nemmeno uno appartiene alla seconda generazione e
alcuni erano addirittura italiani convertiti”.
“Cosa ha da imparare l’Europa da Israele in termini di sicurezza?”
chiede Libero all’ambasciatore israeliano a Roma Naor Gilon. Risponde
il diplomatico: “In Israele viviamo in una situazione molto diversa
dalla vostra, ma credo che la prima cosa che l’Europa deve fare è
capire che il terrorismo rappresenta una minaccia per la sua stessa
esistenza, invece di vivere in modo politicamente corretto e dire
sempre ‘non possiamo fare questo, non possiamo fare quello’. Dovete
trovare una vostra strada per combattere il terrorismo, così come
Israele ha trovato la propria”.
“La domanda non è se succederà ancora, ma quando” spiega intanto da Parigi il premier Manuel Valls (La Stampa).
Domani a Bologna, nell’ambito del festival “Il cinema ritrovato”, sarà
presentato il filmato integrale della visita di Mussolini a Trieste del
18 settembre ’38 durante la quale affermò pubblicamente, per la prima
volta, l’intenzione di varare le Leggi Razziste. Il filmato, ricorda La
Stampa, è stato riportato alla luce dall’Archivio Nazionale
Cinematografico della Resistenza (Ancr).
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usa - la magistratura riconosce i diritti
La Corte suprema apre ai gay
Le reazioni del mondo ebraico
Ruth
Bader Ginsburg, Stephen Breyer, Elena Kagan. Il voto dei tre componenti
ebrei della Corte suprema degli Stati Uniti si sarebbe rivelato
determinante nella storica sentenza che estende il riconoscimento del
matrimonio omosessuale a tutti gli Stati che non la prevedono nel loro
ordinamento giuridico questa possibilità. È l'interpretazione che
trapela da ambienti politici di Washington in queste ore.
“L'amore vince” ha scritto sul proprio profilo Twitter Barack Obama. Un
sentimento condiviso da molteplici associazioni ebraiche, con l'83 per
cento degli ebrei americani (la fonte uno studio realizzato lo scorso
anno dal Public Religion Research Institute) che si è detto favorevole
al riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso. Un dato che va
ben oltre la media nazionale, 53 per cento, e che vede nell'ebraismo a
stelle e strisce l'identità religiosa più marcatamente “pro”. Seguono
in graduatoria i bianchi protestanti (62 per cento), i bianchi
cattolici (58 per cento), i cattolici di origine ispanica (56 per
cento). Fanalino di coda invece i protestanti afroamericani (35 per
cento) e i bianchi di ispirazione evangelico-protestante (27 per
cento).
“Da 109 anni l'American Jewish Committee si batte per la libertà e per
la difesa dei diritti civili. Oggi è un giorno di festa” si legge in
una nota dell'Ajc, tra le più antiche associazioni ebraiche
statunitensi. A corredo del messaggio, diffuso anche attraverso i
social network, una emoticon che raffigura un cuore che porta i colori
dell'arcobaleno, celebre bandiera del movimento omosessuale.
Soddisfazione è espressa anche dall'Anti-Defamation League, organismo
in prima linea contro ogni forma di discriminazione che ha portato in
queste ore sui media la voce di tredici associazioni ebraiche legate al
mondo reform e conservative. “La tradizione ebraica ci ricorda che
tutte le figure sono create a immagine e somiglianza del Signore e che
il matrimonio è una responsabilità sacra, non solo all'interno della
coppia ma anche nel rapporto della stessa con una comunità di individui
più estesa” scrivono in una nota congiunta i rabbini dell'assemblea
conservative d'America.
Contrarietà è stata invece espressa dal mondo ortodosso, più volte
intervenuto pubblicamente contro provvedimenti che contemplassero
unioni diverse dalla 'famiglia tradizionale'. “Non abbiamo intenzione
di imporre i nostri principi religiosi agli altri, ma crediamo che
l'istituto del matrimonio sia centrale nella formazione di una società
prospera e che metterne in discussione i cardini porterebbe a un
degradamento della stessa” si legge in una nota condivisa alcuni mesi
fa da sigle come Agudath Israel, Nation Council of Young Israel,
Orthodox Union e Rabbinical Council of America.
Poche ore dopo la sentenza la Union of Orthodox Jewish Congregations of
America ha comunque sottolineato: “L'ebraismo dice chiaramente che
l'unico matrimonio possibile è quello tra uomo e donna: le nostre
convinzioni restano dunque inalterate. Allo stesso tempo però ci è
stato insegnato a rispettare ogni individuo e a condannare con forza
qualsiasi forma di discriminazione”.
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USA, condannata associazione DI CIARLATANI "Sei gay? Ti curiamo noi"
Promettevano
di “correggere” le pulsioni dei loro assistiti attraverso una terapia
che, assicuravano, ne avrebbe segnato il distacco dall'omosessualità.
Sono stati condannati da una corte del New Jersey perché la loro
iniziativa è stata giudicata contraria alle leggi dello Stato.
È la sorte toccata ai fondatori e animatori di Jews Offering New
Alternatives for Healing, associazione ebraica no profit che si
attribuiva un patentino di scientificità ma dietro alla quale si celava
invece un gruppo di ciarlatani che, tra l'altro, spingevano i propri
clienti a prendere letteralmente a racchettate dei cuscini, in quanto
rappresentazione simbolica di una madre che avrebbe instillato nel
figlio i cromosomi dell'omosessualità.
A rivolgersi alla Jonah, acronimo dell'associazione, erano stati alcuni
giovani dell'ambiente ebraico ortodosso, emarginati per le loro
pulsioni e desiderosi di acquistare una diversa considerazione nel loro
ambiente di riferimento.
Proponevano “nuove alternative” gli autori della truffa, ufficialmente
riconosciuti come tali proprio nelle ore in cui la corte suprema degli
Stati Uniti scrive una pagina di storia destinata a lasciare il segno
nella grande democrazia americana.
(Nell'immagine un testimone dell'accusa) Leggi
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pagine ebraiche luglio 2015 Roma e la sfida dell'unità
“Basta
conflitti, è il momento dell’unità”. È quanto sostiene Ruth Dureghello,
prima donna chiamata a guidare la Comunità romana, nell’ampia
intervista che apre il numero di luglio del giornale dell’ebraismo
italiano Pagine Ebraiche in distribuzione.
Oltre a Roma, sono numerose le Comunità che hanno rinnovato i propri
Consigli nelle scorse settimane. Da Padova a Vercelli, da Parma a
Napoli: Pagine Ebraiche fa il quadro sulle conferme e sulle new entry.
Nella prima categoria i consiglieri UCEI Davide Romanin Jacur (Padova),
Giorgio Giavarini (Parma) e Rossella Bottini Treves (Vercelli). A
Napoli invece Lydia Schapirer succede a Pierluigi Campagnano (designato
alla vicepresidenza).
Nelle prime pagine anche un quadro su due iniziative organizzate dalla
redazione UCEI in queste settimane: il seminario Mercato e Valori,
realizzato con il supporto della Comunità di Firenze, che si è rivelato
un importante momento di confronto su diversi temi: dalle
diseguaglianze economiche all’emergenza migranti, dal futuro
dell’editoria italiana al ruolo delle minoranze; la settima edizione
alle porte di Redazione aperta, annuale appuntamento organizzato con il
sostegno della Comunità ebraica triestina che offrirà a tutti i
partecipanti l’opportunità di condividere il lavoro quotidiano e i
progetti più ad ampio respiro della redazione attraverso giornate
scandite da un fitto calendario di iniziative e incontri.
Conoscere Israele, capirne i punti di forza e curarne le fragilità,
richiamare l’attenzione sui nodi più profondi. Questi gli obiettivi
delle pagine che vanno sotto il titolo di “Realtà di Israele”, un nuovo
spazio per comprendere lo Stato ebraico nella sua complessità.
Uno stimolo per combattere la demenza digitale che favorisce la
propagazione dell’antisemitismo e dell’odio velenoso contro Israele, ma
anche i danni causati da chi cavalca le stesse modalità espressive e
gli stessi metodi nella direzione opposta. Leggi
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L'afasia europea |
C’è
ben poco da aggiungere, alla ridda di parole che sono state dette, in
quest’ultima occasione come in quelle precedenti, riguardo alle
mortifere manifestazioni del radicalismo islamista. Uno dei problemi,
semmai, è proprio questo, ossia che mentre le parole, a partire dalla
sequela di condanne, si sprecano i fatti, invece, difettano. I fatti
che dovrebbero costituire da argine rispetto a un delirio criminale
senza fine, che tuttavia si alimenta da sé nella misura in cui sta
creando, alimentando e riproducendo, oramai da molto tempo, un’economia
parallela, società disperate e quindi ricattabili, una pseudopolitica
fatta di proclami identitari ai quali si accompagna la morte, ovvero la
distruzione del debolissimo tessuto democratico nell’Africa
mediterranea e nel Medio Oriente, laddove questo già sussisteva o
cercava di germogliare. Quindi, a conti fatti, in pochi luoghi e come
tali ancora più preziosi. Ecco, lo scenario si fa maggiormente
angosciante se si mettono in rapporto questi due aspetti: da una parte
c’è la cruda determinazione di organismi che usano la morte per
promuovere se stessi così come un progetto politico, tutt’altro che
unitario nelle egemonie che vorrebbe imporre ma senz’altro unificato
sul piano dei metodi e degli obiettivi; dall’altra c’è una fragilità
ricorrente che è quella di chi dovrebbe sapere come dire di no,
avendone gli strumenti, e sembra invece aggrapparsi ad una quotidianità
fatta di proclami del genere «mai più!» nel mentre pare già essere
passato oltre, ad occuparsi di altre cose. Pensando ancora, forse, che
“quel” problema sia essenzialmente una questione interna a società
diverse dalle nostre, così come “lontane”. Se mai di ciò si trattasse,
sarebbe allora bene recedere immediatamente da questa illusione. Poiché
il terrorismo islamista è anche un frutto marcio, ma potente, della
globalizzazione. Circola come un veleno, a suo agio nelle
contraddizioni che non solo paesi fortemente diseguali come quelli
mediorientali esprimono già da sé, ma anche, oramai, all’interno dei
nostri. È del tutto illusorio pensare che lo si possa relegare a certi
luoghi, consegnare a determinati contesti, in un’espressione fermarlo
sulla linea dell’uscio di casa. Se cedono quei paesi maghrebini che
hanno cercato fino ad oggi di resistere, seguendo quindi il “modello
libico”, del cui caos una parte della politica europea ha non poche
responsabilità, il rischio molto concreto è che ciò a cui abbiamo di
nuovo assistito in questi ultime ore sia solo una premessa di tragedia
a venire. In casa nostra.
Claudio Vercelli
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