Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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“Non
uccidere” (dalla parashà di Vaethanan, letta ieri, che contiene la
seconda versione dei dieci comandamenti). Senza ma. Senza selezione
falsamente giustificativa delle vittime. Senza riflessioni su maggiore
o minore risalto nei media. E non perché dovremmo essere eticamente
migliori. Non uccidere dice la Torà. Punto
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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Gli
atti a Beit El e a Nablus testimoniano la nascita di un nuovo soggetto
politico che fa del popolo la sua categoria fondativa: popolo come
depositario della tradizione e dell’autenticità della storia e
dell’identità della nazione e come titolare della sovranità tradita da
una classe politica che non ne rappresenta i bisogni. Per quel soggetto
politico la violazione della legge che c’è non è punibile, perché
quell’atto testimonia che il “popolo” si riprende in mano il suo
destino tradito e abbandonato dai “politici”. Sono i due pilastri dei
movimenti populistici odierni nella nostra Europa. Movimenti dalle
molte facce (di destra e di sinistra), ma tutti intolleranti, convinti
di essere la rappresentazione del “Bene” e per questo portatori di una
nuova redenzione: dal FN di Marine Le Pen a Ukip di Nigel Farage; da
M5S di Beppe Grillo a Podémos di Pablo Iglesias, tanto per ricordarne
alcuni. Nel variegato mondo dei populismi attuali mancava un movimento
che avesse (oltre a una vocazione messianica, che li riguarda tutti)
una profonda identità teologica. Ora c’è.
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Uniti contro il terrore |
“Combattere
insieme il terrorismo, da qualsiasi direzione esso provenga”. Questo
l’intento manifestato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu
in un colloquio telefonico con il presidente dell’Autorità palestinese
Mahmoud Abbas. Netanyahu ha reso visita ai familiari del piccolo Ali
Saad Dawabsheh, ricoverati in un ospedale di Tel Aviv con gravissime
ustioni sul corpo. “Più che vergogna provo dolore, perché membri del
mio popolo hanno scelto la via del terrorismo e hanno perso il volto
umano”, le parole del presidente Reuven Rivlin (minacciato ieri di
morte da alcuni estremisti). Ferma condanna all’ultima spirale di
violenze è arrivata anche dalla società civile israeliana, che ha
partecipato a due manifestazioni di piazza organizzate a Gerusalemme e
Tel Aviv (come riporta, tra gli altri, il Messaggero). Nel frattempo
rimane alta la tensione. È morto al Palestine Medical Complex il 17enne
palestinese ferito negli scontri con la polizia israeliana esplosi
nella notte tra venerdì e sabato nei pressi di un checkpoint militare
vicino Ramallah. Subito dopo i suoi funerali, a cui hanno partecipato
in migliaia, sono esplosi nuovi disordini a Jazalon, e poi anche nel
villaggio di Kusra, in Cisgiordania. Intervistato da Avvenire, il
leader del partito israeliano d’opposizione Yesh Atid, Yair Lapid, ha
commentato: “Faremo di tutto per evitare che la tensione di questi
giorni sfoci in una terza Intifada, ma anche i palestinesi devono fare
la loro parte”
Turchia, offensiva contro i curdi.
Si è intensificata nelle ultime ore l’offensiva dell’esercito turco con
numerosi raid arerei contro le milizie curde del Pkk in Siria e
nell’Iraq settentrionale. Una situazione delicata, descrive il Corriere
della sera, destinata a rompere la tregua che durava dal 2012-13 e a
far tornare nella zona un nuovo ciclo di violenze e attentati.
Intesa con l’Iran, parlano gli ebrei americani.
Il Corriere fa il punto sul livello di consenso ottenuto dall’intesa
sul nucleare iraniano tra gli ebrei statunitensi, mentre è ancora
incerta l’approvazione da parte del Congresso. Secondo il Financial
Times, che ha fatto una media fra i sondaggi, una maggioranza
abbastanza ampia della comunità ebraica considererebbe l’accordo
positivo nonostante la presenza di punti deboli.
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i rabbini italiani sui recenti fatti di sangue
"Responsabili di violenze
fuori dalla via ebraica"
“Le
parole più efficaci in linea con quella che è la nostra identità e i
valori che vogliamo testimoniare le ha pronunciate il presidente
Rivlin: non è la nostra via, non è la via del popolo d’Israele”. Parte
da queste affermazioni rav Giuseppe Momigliano, presidente
dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, per esprimere la ferma condanna, a
titolo personale e a nome di tutto il rabbinato italiano, per i fatti
di sangue delle ultime ore: il rogo nel villaggio palestinese di Kfar
Douma in cui ha perso la vita la vita il piccolo Ali Saad Dawabsheh,
l’attacco omofobo contro i manifestanti del Gay Pride di Gerusalemme.
Oltranzismo e fanatismo religioso la radice comune dei due orrendi
episodi. “Sono gesti contrari a qualsiasi valore ebraico. Per questo –
dice rav Momigliano – è importante che contro questa barbarie si levi
una voce forte, un unico fronte che dal rabbinato arriva alla società
civile. E che dalle parole si passi immediatamente ai fatti. Quello che
sta succedendo in Israele in queste ore fa ben sperare”. Resta la
preoccupazione per l’ambiente e i disvalori in cui sono maturate tali
azioni. Ed è fondamentale, incalza il rav, una riflessione sul tema
della responsabilità. Sia individuale che collettiva.
Il
rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, è telegrafico: “Tutti
questi comportamenti non hanno a niente a che fare con la legge
ebraica, la halakhah. Non c’è altro da aggiungere”. Perché su questo
punto, afferma, non servono letture particolari. La linea è chiara e
non interpretabile diversamente.
Rav Benedetto Carucci Viterbi, preside delle scuole ebraiche di Roma,
tratta questo tema nel suo consueto contributo domenicale. Una
riflessione che parte dal comandamento ‘Non uccidere’. “Non uccidere
senza ma – dice il rav – senza selezione falsamente giustificativa
delle vittime, senza riflessioni su maggiore o minore risalto nei
media”. Perchè ‘non uccidere’ lo dice la Torah. “Punto”.
Rav
Pierpaolo Pinhas Punturello, rappresentante per l’Italia
dell’organizzazione Shavei Israel, sottolinea l’importanza di un
“Tikkun Olam”, il concetto ebraico di riparazione del mondo. Queste le
sue parole: “Il gesto di un haredì che ha accoltellato alcuni
manifestanti al gay pride di Gerusalemme e il brutale incendio di una
casa vicino Ramallah con la conseguente morte di un bambino di 18 mesi
schiacciano senza possibilità di respiro gli orizzonti della mia
identità ebraica”. Il Tikkun Olam diventa così una necessità e un
obbligo morale “che cade come un macigno su ognuno di noi”.
Rav
Adolfo Locci, rabbino capo di Padova, cita il passo dal Deuteronomio
che recita “E amerai l’Eterno tuo Dio”. E spiega: “I maestri del
Midrash insegnano che questo verso si riferisce all’amore verso Dio che
si deve far nascere nelle altre persone, come fece Abramo nostro padre.
Non è però sufficiente, per adempiere a questa mitzvà, il nostro
personale amore, bisogna considerare soprattutto quello che riusciamo a
far scaturire negli altri attraverso il nostro insegnamento e il nostro
esempio”. E quindi, conclude il rav, “guai a coloro che sono vergogna
per la Torah e il popolo di Israele”.
a.s. twitter @asmulevichmoked
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israele - società civile mobilitata
Risposta ferma contro l'odio
“Le
fiamme si stanno diffondendo nella nostra terra, fiamme di violenza,
fiamme di odio, fiamme di credenze false e distorte. Fiamme che danno
luogo allo spargimento di sangue, in nome della Torah, in nome della
legge, in nome della moralità, in nome di un amore per la terra
d'Israele”. Queste le parole con cui il capo dello Stato Reuven Rivlin
si è rivolto alle molte centinaia di persone ritrovatesi a Gerusalemme,
in Kikar Tziyon, per una manifestazione collettiva di sdegno dopo gli
ultimi tragici accadimenti.
La mobilitazione della società civile è stata immediata e forte, e
nelle stesse ore i cittadini di tutto il paese sono scesi anche nelle
piazze di Tel Aviv, Haifa e Beersheva. “Basta odio gratuito”,
chiedevano i cartelli che svettavano sopra la folla, alcune mani verso
il cielo erano dipinte di rosso a segnalare l'orrore per lo spargimento
di sangue. “Per i cittadini d'Israele, lo Stato ebraico e democratico
d'Israele, bisogna oggi far suonare un campanello d'allarme”, ha
invocato Rivlin. “Non saremo dei fanatici, non saremo prepotenti, non
diventeremo uno Stato anarchico”.
In contemporanea, anche Kikar Rabin a Tel Aviv si riempiva di migliaia
di persone, chiamate dall'organizzazione Peace Now. Alla folla si sono
rivolti numerosi esponenti di tutti i partiti della Knesset, tra cui
Isaac Herzog, leader del partito d'opposizione HaMaḥane HaẒioni, e Amir
Peretz, dello stesso gruppo, e la presidente di Meretz Zehava Galon.
Inoltre, ha preso la parola Nasser Dawabsheh, lo zio del piccolo Ali.
La sua famiglia si trova al momento ricoverata all'ospedale a Tel Aviv
con ustioni gravi. Straziante la sua testimonianza: “Perché Ali è stato
ucciso? Diciotto mesi, cos'aveva fatto? Cosa aveva fatto agli abitanti
degli insediamenti? Chiediamo che sia ponga fine alla sofferenza”.
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in viaggio con taglit
Le parole di Ben Gurion
Roma,
Milano, Firenze, Palermo, Malta, Verona, Venezia, Bologna, Torino,
Trieste, ma anche Svizzera, Regno Unito e Lettonia. Vengono da tutta
Italia (e non solo) i ragazzi in viaggio con l’edizione tricolore di
Taglit-Birthright, organizzazione che offre la possibilità di visitare
Israele a giovani dai 18 ai 26 anni. Su Pagine Ebraiche le
testimonianze dei partecipanti. Leggi
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Ciò che resta della Resistenza |
Per
celebrare la sua “resistenza” personale contro l’allora “editto
bulgaro” – correva l’anno 2002 e Silvio Berlusconi da Sofia aveva
appena messo all’indice tre note firme della Rai – un gigionesco ed
egocentrico Michele Santoro cantò, in esordio della sua trasmissione,
alcune strofe di «Bella ciao». Fu uno strazio di note, di tonalità e di
ragioni ma l’escamotage dell’identificarsi con i motivi, non solo
canori, della lotta di Liberazione parve funzionare.
L’autobeatificazione, infatti, pagò. Berlusconi oggi sta dietro le
quinte della politica, pur continuando a manovrarne alcuni settori,
mentre Santoro continua a recitare sul palcoscenico mediatico la sua
partitura. Pari e patta. Quasi due facce della medesima medaglia,
ancorché di conio differente. Detto questo, qual è il vero nesso tra le
abili comparsate pubbliche di un populista televisivo e una
traiettoria, quella compiuta dalla memoria collettiva della Resistenza,
nelle sue molteplici declinazioni? Più propriamente, insieme ad
un’identità esiste anche un’eredità della Resistenza?
Claudio Vercelli
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