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Israele – Risposta ferma contro l’odio

kikar rabin“Le fiamme si stanno diffondendo nella nostra terra, fiamme di violenza, fiamme di odio, fiamme di credenze false e distorte. Fiamme che danno luogo allo spargimento di sangue, in nome della Torah, in nome della legge, in nome della moralità, in nome di un amore per la terra d’Israele”. Queste le parole con cui il capo dello Stato Reuven Rivlin si è rivolto alle molte centinaia di persone ritrovatesi a Gerusalemme, in Kikar Tziyon, per una manifestazione collettiva di sdegno dopo gli ultimi tragici accadimenti.
La mobilitazione della società civile è stata immediata e forte, e nelle stesse ore i cittadini di tutto il paese sono scesi anche nelle piazze di Tel Aviv, Haifa e Beersheva. “Basta odio gratuito”, chiedevano i cartelli che svettavano sopra la folla, alcune mani verso il cielo erano dipinte di rosso a segnalare l’orrore per lo spargimento di sangue. “Per i cittadini d’Israele, lo Stato ebraico e democratico d’Israele, bisogna oggi far suonare un campanello d’allarme”, ha invocato Rivlin. “Non saremo dei fanatici, non saremo dei bulli, non diventeremo uno Stato anarchico”.
In contemporanea, anche Kikar Rabin a Tel Aviv si riempiva di migliaia di persone, chiamate dall’organizzazione Peace Now. Alla folla si sono rivolti numerosi esponenti di tutti i partiti della Knesset, tra cui Isaac Herzog, leader del partito d’opposizione HaMaḥane HaẒioni, e Amir Peretz, dello stesso gruppo, e la presidente di Meretz Zehava Galon. Inoltre, ha preso la parola Nasser Dawabsheh, lo zio del piccolo Ali. La sua famiglia si trova al momento ricoverata all’ospedale a Tel Aviv con ustioni gravi. Straziante la sua testimonianza: “Perché Ali è stato ucciso? Diciotto mesi, cos’aveva fatto? Cosa aveva fatto agli abitanti degli insediamenti? Chiediamo che sia ponga fine alla sofferenza”. 
Subito dopo la manifestazione si è spostata al parco Meir, per esprimere solidarietà alla comunità omosessuale, nel giorno che tra l’altro segna il sesto anniversario dall’attacco al centro gay di Barnoar, a Tel Aviv. A prendere la parola anche l’ex presidente Shimon Peres, che in precedenza aveva partecipato al presidio di Gerusalemme. “Non posso credere che siamo sprofondati in un tale abisso”, le sue parole. “Ero su questo palco sei anni fa, pochi giorni dopo le uccisioni di Barnoar, e mi riesce difficile credere che siamo di nuovo qua, un’altra volta di fronte allo stesso fenomeno”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha invece inviato un messaggio registrato, in cui ha dichiarato che l’accoltellamento di una sedicenne, gravemente ferita, “costituisce un attacco a tutti i nostri figli”. Facendo un appello a rifiutare un tale “odio fuori controllo”, ha affermato la necessità di compiere “tutto quanto necessario per imparare la lezione, ma quella più importante è l’accettazione degli altri”. Ciò che è successo a Gerusalemme, ha spiegato, “va contro lo spirito del nostro Paese”. Sullo stesso episodio si è soffermato anche Peres: “È importante che questa sera calino le maschere. Chiunque chiami un gay pride una ‘parata di bestie’ non dovrebbe sorprendersi quando un coltello è puntato contro una sedicenne. Chiunque inciti all’odio contro i cittadini arabi israeliani non dovrebbe sorprendersi se chiese e moschee vengono date alle fiamme, e che infine un bambino venga bruciato vivo nel mezzo della notte. In uno Stato democratico – ha concluso – possiamo giungere a compromessi politici, ma non possiamo mai giungere a compromessi morali”.

Francesca Matalon twitter @fmatalonmoked

(2 agosto 2015)