
Elia Richetti,
rabbino
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“Banìm
attèm l-Ha-Shèm E-lokekhèm, lo’ thithgodedù we-lo’ thasìmu qorchà ben
‘enekhèm la-mèth”, “Voi siete figli del Signore D.o vostro, non fatevi
incisioni e non radetevi tra i vostri occhi per un morto”.
Queste disposizioni sono evidentemente legate ad usanze pagane dalle
quali l’Ebreo deve tenersi lontano. Così le classifica il Maimonide,
così le intendono la maggioranza dei commentatori.
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David Zebuloni, studente
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Occhi
verdi. Qualche ciocca castana si intravede dal capo rigorosamente
coperto da un fazzoletto floreale. Un sorriso contagioso.
Lei è Hadas Sahat: moglie, madre e insegnante a Issie Shapira, la
prestigiosa scuola per bambini affetti da disturbi fisici e mentali.
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Sugli urtisti è scontro |
Il
Corriere riferisce delle tensioni in corso tra Comunità ebraica romana
e amministrazione cittadina sugli urtisti, i venditori di ricordi
costretti ad abbandonare le zone limitrofe ai monumenti della Capitale.
Il tavolo negoziale aperto nelle scorse settimane non avrebbe portato a
nessun risultato, tanto che nell'articolo si evocano “promesse tradite”
da parte del Campidoglio e si parla di una forte contrapposizione tra
sindaco e rabbino capo. “Di Segni-Marino, è rottura per gli urtisti”,
il titolo del Corriere.
Ungheria, un muro da record.
Sarà terminato in tempi record il muro alzato dall’Ungheria per
respingere i migranti in arrivo dai Balcani. Annunciati a giugno da
Orban, i quasi duecento chilometri di piloni di acciaio rinforzati col
filo spinato al confine con la Serbia sono quasi pronti: è prevista
infatti per fine agosto l’inaugurazione dell’opera affidata
all’esercito e costruita da militari e disoccupati, tenuti a rispondere
alla chiamata dello stato, in cambio di un reddito minimo. E dal primo
settembre tutto il muro sarà presidiato dai soldati, ancora non è
chiaro se autorizzati a sparare contro le migliaia di migranti,
prevalentemente pachistani, afghani e siriani che attraversano i
Balcani, spesso a piedi. Dopo lo sdegno iniziale il silenzio
dell’Europa - scrive Repubblica - sarebbe dovuto alla diffusa
consapevolezza che chi arriva qui non vuole restare in Ungheria. E,
commenta un funzionario di polizia locale, l’esibizione di forza di
Orban conviene a molti, in Europa.
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Qui roma - urtisti, parla il presidente gigli
Gli ambulanti si sentono traditi
"Ci stanno prendendo in giro"
“La
situazione è drammatica, per certi versi paradossale. Appena pochi mesi
fa il Campidoglio patrocinava una bella mostra dedicata alla nostra
categoria. Oggi lo stesso ci ha allontanati dalle nostre occupazioni.
Cosa dobbiamo pensare?”.
Fabio Gigli (nell’immagine), presidente degli urtisti, ha sempre difeso
con forza un concetto: il degrado di Roma niente ha a che fare con il
lavoro svolto dai venditori di ricordi, antico mestiere appannaggio da
oltre un secolo degli ambulanti della Comunità ebraica romana. Un
mestiere oggi a rischio, dopo il recente allontanamento dalle zone di
maggior interesse turistico e con le forti divergenze (ora di pubblico
dominio) emerse nel confronto tra sindaco e leadership comunitaria.
Presidente, il quadro appare ogni giorno più complesso. Come vi state muovendo?
Molte strade sono aperte, ci stiamo ragionando sopra. Di certo non ci
arrendiamo. Tra le opzioni che stiamo vagliando l’organizzazione di una
manifestazione per fine mese, così da sensibilizzare l’opinione
pubblica sul nostro destino. Siamo in piena emergenza sociale, ed è
bene che ve ne sia consapevolezza.
Quali effetti ha avuto il vostro spostamento?
L’effetto di un disastro. Il perché è evidente: i nostri clienti sono
quasi esclusivamente turisti. E di turisti, nella nuova collocazione,
neanche l’ombra.
È possibile quantificare la perdita?
Gli incassi sono calati in media dell’80 per cento rispetto a prima: ad
oggi i colleghi più ‘fortunati’ guadagnano 15-20 euro al
giorno. Ripeto, i più fortunati. Così c’è stato chi è dovuto ricorrere
all’abusivismo, perché per assurdo si sente più tutelato. Leggi
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Setirot
- Razzismo di ritorno |
Giorni
fa, nella mia rubrica Ponti&Muri su Sette/Corriere della Sera,
ragionavo di neorazzismo e di quanto a mio parere il pericolo venga
sottovalutato o per nulla individuato da troppi italiani. Scontate le
molte lettere di dissenso e insulti, ma tant'è. C'è però una e-mail che
voglio riportare perché spiega meglio di complesse analisi come e
quanto questo neorazzismo ignorante sia - la storia per la verità
dovrebbe avercelo già insegnato - visceralmente legato a pregiudizi
antiebraici se non a forme di antisemitismo tout court. La
lettera, firmata, è riportata integralmente, eccetto un paio di
passaggi rimaneggiati perché altrimenti incomprensibili.
"Ehi Ste, sommessamente, pudicamente, delicatamente, con un
sussurro: datti una calmata. non banalizzare i tuoi alati
concetti con fascisti-razzisti -xenofobi odianti-
smargiassanti-imbarbariti-sogghignanti- barrieristi-dissennati è
una litania quasi come "bella ciao" oramai troppo prezzemolata e
banalizzata. Citare Mosè non è poi una citazione assennata visto
che ha occupato facendo sloggiare gli indigeni nativi come hanno
fatto e stanno facendo i suoi propronipoti che ben prima degli
ungari hanno costruito un solido e ben cementificato muro".
E pensare che di fronte al neorazzismo dilagante anche tra noi ebrei
c'è chi fa spallucce, o si gira dall'altra parte, o addirittura plaude.
Stefano Jesurum, giornalista
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Agosto |
L'11
agosto 1948, esattamente 27 anni dopo la mia amata nonna Soliska z.l.,
nasceva il patriota ceco Jan Palach, simbolo della lotta contro la
repressione sovietica della Primavera a di Praga. Quattro anni
prima, l'11 agosto 1944, Firenze era stata ufficialmente liberata
dall'occupazione tedesca, anche se poi la battaglia per rendere sicura
la città, soprattutto dai franchi tiratori repubblichini sparsi da
Alessandro Pavolini, era durata per tutto il mese di agosto.
Ma noi commemoriamo il giorno 11 perché allora, alle sei del mattino,
era suonata la Martinella di Palazzo Vecchio. Il 3 agosto 1944 erano
iniziati i combattimenti, con i tedeschi che avevano fatto saltare i
cinque ponti sull’Arno risparmiando solo Ponte Vecchio. Le truppe
tedesche si ritirano nella notte tra 10 e 11 agosto, ma fino al 13
è libero solo Oltrarno. Per tutta la seconda metà di agosto la
battaglia continua strada per strada; il 27 agosto si cessa
di sparare in centro, il 30 anche in periferia. La battaglia di Firenze
è finita.
La notte del 27 luglio, l'esercito tedesco in ritirata decide di fare
esplodere la Sinagoga, utilizzata sino ad allora come magazzino per i
beni rubati ai fiorentini ebrei e come garage per le motociclette,
minandola al suo interno. A mezzanotte, i militari tedeschi aiutati dai
fascisti fanno esplodere le mine nel Tempio senza peraltro riuscire a
distruggerlo. Tra il 1947 e il 1951, saranno spesi oltre 9 milioni di
lire per il restauro.
A salvare i Sefarim ci aveva pensato a suo tempo il Rabbino capo,
Nathan Cassuto zt.l. Chissà perché, quando penso ad un Rabbino capo ho
in mente figure autorevoli il cui carisma, nel mio immaginario, viene
sicuramente anche dall'avere una certa età, e invece il Rabbino Cassuto
a pensarci si è trovato in piena guerra, a guida della Keillah
fiorentina, a soli trentaquattro anni. Un ragazzo, diremmo oggi.
Nathan sarà catturato il 26 novembre 1943 a seguito della spiata
dell'SS italiana Marco Ischio, il quale si era finto interprete nella
sede dell'Azione Cattolica dove Rav Cassuto, il cardinale Elia Della
Costa (in quale, tanto per dare un'idea di che uomo fosse, al passaggio
di Hitler in visita nel maggio 1938 aveva fatto chiudere le persiane
dell’Arcivescovado in faccia al Führer), e altri esponenti della
Comunità ebraica e del clero locale cooperavano con la Delegazione
Assistenza Emigrati Ebrei per decidere come e dove trovare rifugio agli
ebrei braccati dai nazifascisti. Prendevano parte alle riunioni anche
il cognato di Nathan, Saul Campagnano, oltre a Raffaele Cantoni,
Matilde Cassin, Don Leto Casini e Joseph Ziegler, l'ebreo polacco che
capendo poco l'italiano aveva bisogno di un interprete, e
quell'interprete purtroppo in realtà era Marco Ischio.
Nathan Cassuto avrebbe potuto tentare la fuga dal treno che lo avrebbe
condotto ad Auschwitz il 6 febbraio 1944, durante una sosta del
convoglio a Prato, ma non volle abbandonare gli altri deportati. In
realtà, egli avrebbe potuto raggiungere Eretz Israel già da tempo, ma
aveva rinunciato per non lasciare sola la Comunità fiorentina in un
periodo tanto drammatico. Del lavoro intrapreso dal Rabbino Cassuto
nella Delasem, Matilde Cassin ricorda: Il Tempio di Firenze continuava
a riempirsi di frotte di profughi, era una vera e propria marea umana
di gente piena di paura e di disperazione. Nathan era sempre calmo e
risoluto ed aveva una parola di conforto per ognuno. Lavorava giorno e
notte...
Non sappiamo esattamente quando e dove il Rabbino Cassuto è morto, e
per diversi anni dopo la fine della guerra alcune strazianti
dichiarazioni rese da sopravvissuti lo hanno visto vivo e sulla strada
di casa, ma l'ultima testimonianza certa lo vuole a Gross Rosen nel
febbraio del 1945, evacuato nelle estenuanti 'marce della morte' con
cui i soldati tedeschi spostavano a piedi e in condizioni disumane i
prigionieri per non lasciarli liberi nelle mani dei soldati sovietici
che stavano liberando la Polonia.
Quel che è certo, da diverse fonti, è che a Birkenau in ottobre Nathan
aveva osservato il suo ultimo digiuno di Kippur, e che rav Cassuto ebbe
sempre D-o con sé e insieme l'amore per il prossimo suo, aiutando i
compagni con gentilezza e compostezza. Sereno e scherzoso lo doveva
essere sin da bambino, se a tredici anni, il 30 maggio 1923, aveva
scritto nel sonetto Vorrei...: “Vorrei mangiare come più mi piace /
vorrei quando son grande esser dottore […] / vorrei arrivare fino
all'anno duemila / starmene ognor tranquillo a casa mia / ed ogni
seccator mandare a spasso.”
Insediatosi a Firenze il 4 febbraio del 1943, Nathan arriva quando
la Keillah sta non solo facendo fronte ai propri problemi, ma anche
aiutando altre Comunità come Split, sotto occupazione italiana dal
1941. Pochi giorni dopo l'armistizio reso noto l'8 settembre 1943, il
Rabbino Cassuto riesce persino a far riprendere la Shechità, proibita
dal regime fascista nel 1938. Ma è troppo tardi, ormai. Sabato 11
settembre i tedeschi completano l'occupazione di Firenze, e Nathan
dopo aver messo al sicuro i propri familiari nel Convento della Calza
inizia a darsi da fare freneticamente, senza trascurare i suoi doveri
religiosi. Nel suo ultimo discorso, tenuto dal pulpito del Tempio per
Rosh HaShanah il 30 settembre 1943, Nathan cerca soprattutto di mettere
in guardia gli ebrei fiorentini dalle spaccature interne, che sono
notevoli. Per Kippur, il 9 ottobre, il Rabbino decide di tenere il
Tempio chiuso come misura precauzionale, e l'ultima volta che parla
pubblicamente alla sua Keillah sarà nella Sukkà in giardino, il 20
ottobre, Shabbat di Sukkot: “Ora vi debbo dare una notizia terribile. A
Roma, nonostante il sacrificio dell’oro, i nazisti hanno razziato i
nostri fratelli e li hanno mandati in Germania. Siete sciolti da questo
momento da ogni obbligo di frequentare il Tempio, ora andate; ci
ritroveremo certamente, con l’auto di D-o, quando tutto sarà finito.”
I primi saranno arrestati il 6 e di nuovo il 26
novembre (data dell'irruzione in tre conventi fiorentini, tra cui
quello del Carmine), dai soldati tedeschi coadiuvati dagli sgherri di
Mario Carità, il reparto servizi speciali della 92a legione della
Guardia Nazionale Repubblicana. Altri ebrei presenti a Firenze saranno
arrestati nella primavera del 1944, con l'ignobile trappola della
convocazione per la distribuzione delle tessere annonarie, e di nuovo
con il rastrellamento alla casa di riposo ebraica in maggio. Saranno
deportati in 343 fiorentini e circa 500 includendo i rifugiati
confluiti in città. Solo una ventina di loro farà ritorno, tra cui 14
fiorentini. Le più piccole deportate, Elena e Fiorella Calò, furono
assassinate a pochi mesi di vita. Della liberazione di Firenze, e della
ripresa della vita religiosa, ricorda Gaio Sciloni: “Il 25
agosto del 1944, riaprimmo il Tempio in Via delle Oche con
Fernando Belgrado, ma c’era un problema: mancavano i Sefarim […] che
erano stati tutti nascosti nella Villa dei Sarfatti, a Fiesole, sopra
Firenze, e in altri posti vari, cantine, pozzi, nel timore che i
tedeschi potessero razziarli. Naturalmente non si poteva andare avanti
fin lì, ma senza Sefer Torah era impossibile riaprire il Tempio. Allora
dissi al Rabbino Belgrado: ‘So che c’è un Sefer Torah alla Biblioteca
Nazionale, se è kasher o no non lo so, bisogna andare a vedere’. Così
andai alla Biblioteca Nazionale, il cui bibliotecario era il mio
vecchio professore di matematica al Liceo Michelangelo di Firenze […]
il quale mi dette questo Sefer Torah, che io portai in braccio, in
mezzo al fischiare delle pallottole, sino in Via delle Oche. E quando
Fernando Belgrado mi vide saltellare su e giù con il Sefer, cominciò a
gridare: ‘Cosa fai? Balli con un Sefer Torah in mezzo alla strada!’.
Il Tempio maggiore resterà inagibile fino al Rosh HaShana 5707 (25
settembre 1946). Loretta Bemporad, una bambina sopravvissuta, racconta
che sua madre Frida Chludnewitz sarà ringraziata con il Mi Sheberach
per aver offerto la stoffa per la Yeriath HaEchal. A ricordare invece i
soldati della Brigata ebraica che hanno liberato Firenze sono in
diversi ragazzini, tra cui Rirì Lattes Fiano e Lionella Viterbo. Si
distinguono nella ricostruzione della vita comunitaria sopratutto Ariel
Avissar di Gerusalemme, il quale per un anno si occuperà della scuola
elementare insegnando ebraico ma anche la hora, ed Elihau Lubiski del
Kibbutz Degania, dal dicembre 1944 direttore della Casa del Pioniere
(Bet Helauz). I soldati portano alla Keillah fiorentina viveri e giochi
per i bambini, e il sionismo. Lo stesso Emanuele Pacifici z.l. fu
salvato da Eliahu Lubinski, il quale lo raccolse nel convento delle
Suore della Congregazione di Santa Marta a Settimiano, e fece in modo
ch'io fossi affidato alla Comunità di Firenze e poi riportato a Roma.
Mi feci riconoscere dopo aver recitato due versi dello Scemà a voce
alta, nel dubbio che potesse essere un soldato tedesco travestito...
Emanuele era sì un ragazzino, ma non certo ingenuo! Quel momento,
dell'abbraccio con il soldato dopo aver iniziato a dire lo Shemà,
resterà per sempre nei suoi ricordi: finalmente non solo ebrei
braccati, umiliati, costretti a nascondersi come topi e assassinati, ma
anche combattenti per la Libertà.”
A Firenze Ariel ed Elihau affittano il teatro in Via del Sole e il
Modernissimo in Via Cavour per organizzare una recita dei bambini della
Keillah e cercare di dare loro l'infanzia che le leggi razziste prima e
la persecuzione fisica poi avevano negato. A Villa Bencistà, verso
Fiesole, la Brigata ebraica apre un centro di recupero per ragazzi
reduci dai lager, e se la Bricha li prepara all’aliah, i ragazzi della
comunità di Firenze come Rirì e Nedo Fiano hanno il compito di
allietarli con rappresentazioni e recite. Ma non tutti restano. Il
22 maggio 1945 partono da Taranto la sorella di Nathan, Hulda, con i
suoi due figli e i tre bambini sopravvissuti dei quattro di Nathan e
Anna Di Gioacchino z.l.: Susanna, David e Daniel. La moglie di Cassuto,
a sua volta deportata e sopravvissuta a Birkenau, li raggiungerà in
novembre. Mancheranno Nathan e la loro bambina più piccola, Eva z.l.,
che aveva solo quaranta giorni quando Anna era stata arrestata il 29
novembre 1943. Anna Di Gioacchino ritroverà i tre figli in Eretz
Israel, sarà assunta come tecnico di laboratorio presso l'Istituto di
Patologia all’Ospedale Hadassah a Har HaZofim, cadrà assassinata nel
convoglio medico attaccato da bande arabe il 14 aprile 1948. Neppure
lei, come Nathan, è riuscita ad arrivare fino all'anno duemila. Che il
suo ricordo sia di benedizione.
Sara Valentina Di Palma
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Da Hiroshima a Teheran |
Leggo
oggi l'osservazione di Paolo Sciunnach, insegnante: "A 70 anni da
Hiroshima non abbiamo imparato nulla: facciamo gli accordi con l'Iran
sul nucleare".
Non avendo imparato molto, mi sembra che si tratti di due cose un po'
diverse: nel 1945 una strage che, seppure nel modo più tragico, ha
prodotto la fine di una guerra; adesso di accordi che (almeno nelle
intenzioni dei proponenti, sebbene i dubbi possano essere legittimi)
una o più guerre vorrebbero evitare.
Ma lo stesso insegnante citava non molto tempo fa Rabban Gamliel
"Procurati un rav e togliti ogni dubbio (non risparmiare domande)":
bene, mi tolga un dubbio, che alternativa propone lui?
David Ajò, chimico
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Etichette |
Non
capisco perché, proprio da parte nostra, in ambienti comunitari, si
commetta lo stesso errore che critichiamo spesso tra i gentili. Quando
un ebreo qualsiasi compie un atto inconsulto subito tutti i mezzi di
comunicazione titolano "ebreo uccide tizio". Persino nel caso della
Lehman Brothers ovviamente si trattava di due ebrei e non di due
semplici speculatori. Stesso trattamento ovviamente quando si parla di
zingari, albanesi, arabi o qualsiasi altra persona che non sia italiana
e al contempo cattolica apostolica. Ebbene se si critica, giustamente,
questo atteggiamento discriminatorio nei media dei gentili, non si
comprende per quale ragione i media ebraici italiani alla prova dei
fatti non si comportano coerentemente. Infatti, in merito all´omicidio
di una ragazza durante il gay pride di Gerusalemmene, nel riferirsi al
barbaro assassino lo si è identificato come un fanatico ultraortodosso
e non semplicemente come un pazzo malato mentale. Che la persona sia
nata (suppongo) all´interno di una famiglia haredi e che come haredi
vesta, non vuol dire nulla. Non ha nulla di ebraico un comportamento
del genere e non può nemmeno essere assimilato al comportamento di
Pinchas (kanai). Una persona che uccide un'altra persona può soltanto
essere definita un assassino. Ci si guarda invece molto bene dal dire
che l'attentato terroristico ai danni della famiglia araba verrebbe da
ambienti fanatici "dati leumi" (sionisti religiosi). Non è nemmeno la
prima volta che avvengono di questi fatti e la matrice è sempre stata
sionista religiosa, però in questo caso ci si guarda bene (e
giustamente dico io) dal rivelarlo. Per quale ragione si usano due pesi
e due misure? Per quale ragione l'ebraismo italiano, ideologicamente
inserito in ambito sionista religioso, nel riferirsi ai fatti di
Gerusalemme parla di fanatico ultraortodosso mentre per l'attentato
terroristico (questa e altre volte) non cita la matrice sionista
religiosa? Personalmente, pur essendo haredi, non ritengo che sia
corretto attaccare chi non è della mia stessa opinione usando tristi
fatti di cronaca. Sarebbe cosa gradita se altrettanto facesse
l'ebraismo sionista italiano evitando così di incorrere nel grave
peccato di delazione presso i gentili.
Yehuda Abramson, bachur yeshiva
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Time out - Un po' di confusione |
Identità
multiple o identità complesse. Il tema in un mondo globalizzato è di
attualità e non riguarda solo noi. Di certo c'è solo che le risposte
facili di chi crede che sia tutto o bianco o nero sono le peggiori. Se
d'identità complesse si parla, lasciateci almeno il diritto di avere un
po' di confusione.
Daniel Funaro, studente
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