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21 Agosto 2015 - 6 Elul 5775
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL
alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
Questa è la storia di Paolo e Ravit e di un matrimonio tra un vicentino non ebreo e una israeliana ebrea. Una storia che gira il mondo tra Bangkok, Vicenza, Israele, tre figli e molte vite diverse. Ravit nasce da una famiglia ashkenazita israeliana che fino a una generazione fa, quella dei suoi nonni, era osservante e con forti legami con il mondo dei chassidim di Gur. Il padre di Ravit, dopo aver servito l’esercito di Israele, si allontana dalla tradizione ebraica dei genitori pur rimanendo un ebreo che celebra il kiddush il venerdì sera e va al tempio per le feste. La figlia, Ravit, viene presa dal mondo, dai viaggi e da un marito non ebreo e da una vita a Vicenza, città italiana senza presenza ebraica ( tranne un meraviglioso cimitero che probabilmente è molto bello da visitare per la Giornata Europea della Cultura Ebraica) dove lei, Ravit, porta una mezuzà e celebra il kiddush ogni venerdì sera come suo padre fa da sempre.
Paolo sposa Ravit con rito civile, vivono insieme, sono felici e acconsente che i suoi figli maschi siano circoncisi a otto giorni dalla nascita e siano educati ebraicamente secondo i ritimi di Ravit.
Come molti altri italiani Paolo e Ravit subiscono gli effetti della crisi e decidono di chiudere le loro imprese a Vicenza e ricominciare da capo in Israele.
In Israele Ravit, come lei stessa racconta, inizia a “chiudere il cerchio” della propria identità e torna a casa, non solo fisicamente, ma anche spiritualmente. E Paolo per il momento sta a guardare. E guarda la kasherut in casa, lo Shabbat che diventa più significato e significativo, la vita coniugale che cambia, i libri nuovi che legge Ravit. Fino a quando Paolo non riceve in regalo da Ravit un libro che gli parla di ebraismo e fede. Ed anche Paolo inizia il suo cammino. Inizia ponendosi domande e cercando di seguire se stesso e il suo rapporto con Dio, prima ancora che Ravit. E Paolo inizia a studiare per il ghiur, lui che ha seri problemi di dislessia, che non potrà certo imparare a pregare in ebraico, che ha una fede profonda al di là della sua propria informalità e del suo essere fuori dagli schemi che vorrebbero un ebreo religioso inquadrato in un certo modo che non è il modo di Paolo, ed in realtà non è neanche un modo necessariamente ebraico. 
E Paolo si scontra più volte con un rabbino che lo incontra nei freddi uffici della Rabbanut di Israele e non crede che dietro un uomo con qualche tatuaggio e una vita vissuta in tanti luoghi e tanti mondi diversi ci possa essere una reale osservanza delle mitzvot. Ma Paolo e Ravit insistono, perché loro sono ebrei religiosi e così vogliono vivere e così vogliono educare i loro figli. E chi crede in Paolo e Ravit non si arrende con loro. Non si arrende all’idea che una persona osservante debba essere per forza di cosa vestito in un certo modo, debba per forza di cose leggere perfettamente l’ebraico e debba sostenere  decine di esami di cultura ebraica ben al di là della normale e giusta vita di un semplice ebreo osservante. E Paolo è un ebreo osservante: mangia casher, prega tre volte al giorno con il suo siddur in italiano e con l’ebraico traslitterato, sa indossare i tefilin (e nel privato di casa sua lo fa) e nella sua officina orafa passa ore a parlare con i suoi amici osservanti, un po’ in inglese e un po’ in ebraico.
E Paolo finalmente riesce ad arrivare di fronte a un Bet Din del Rabbinato Centrale di Israele, un Bet Din che ha compreso Paolo, ha saputo leggere le sue difficoltà tecniche e ha saputo verificare la veridicità della sua osservanza. Un Bet Din che ha compreso Ravit, il suo cammino verso casa che ha portato con sé tre figli e un marito. Un Bet Din che ieri ha accolto nel popolo ebraico un nuovo ebreo e ha creato una nuova famiglia ebraica, facendo sorridere tre bambini  italo-israeliani che vivranno la huppà dei propri genitori, dopo aver vissuto la profonda e semplice fede del proprio padre e il coraggio della Torà della loro madre.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Per ricordare a Padova la figura di Samuel David Luzzatto, a 150 dalla morte, è prevista un’importante occasione d’incontro domenica 25 ottobre. Moltissimi israeliani saranno presenti, anche perché con l'occasione si riuniranno i discendenti del rabbino Isacco Pardo (allievo di Shadal e per lungo tempo rabbino a Verona) che sono numerosi, di qua e di là dal Mediterraneo.
 
Razzi sul Nord d'Israele L'esercito: "Sono siriani"
Sono almeno quattro i razzi caduti nella parte nord di Israele, al confine con il Libano: due sulle alture del Golan, due in Alta Galilea. Secondo quanto riferisce il portavoce dell'esercito israeliano, gli ordigni sarebbero stati lanciati dalla Siria. La notizia è riportata (in breve) su una manciata di quotidiani.
Allarme terrorismo intanto al Cairo, dove è esplosa un'autobomba dell'Isis: decine i feriti. Di ieri anche la notizia del rapimento di quattro militanti di Hamas da parte di gruppi affiliati al Califfato. L'episodio sarebbe avvenuto nel Sinai e segnerebbe un nuovo momento di tensione tra diverse realtà del terrorismo islamico.

Fino a che punto può spingersi il cattivo gusto? Ce lo chiedevamo sul notiziario quotidiano di ieri, portando all'attenzione dei lettori l'imbarazzante campagna pubblicitaria di BT Italia. Ambientata all'interno del Pantheon, ma degli evidenti richiami a un luogo simbolo della Shoah e della sua testimonianza.
Scrive Repubblica: “Non è sfuggita al notiziario quotidiano dell'Unione delle Comunità Ebraiche una stridente analogia dell'immagine costruita per la campagna pubblicitaria con un emiciclo di foto che fa parte della storia del dolore di ogni ebreo, la sala forse più celebre e visitata dello Yad Vashem”.
Il Corriere invece tradisce l'ansia di cavare d'impaccio la multinazionale delle telecomunicazioni di fronte a una figura tanto imbarazzante e riporta la notizia in maniera distorta immaginando una "polemica rientrata" quando invece si trattava della semplice denuncia di una scelta infelice e di un disastroso infortunio pubblicitario.
 
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  davar
Israele - dopo gli attacchi di ieri
Missili sul Golan, il governo:

"Responsabilità di Teheran"
Tornano a suonare le sirene nel Nord di Israele, e stavota la responsabilità è siriana.
Alta Galilea e Golan le zone raggiunte ieri sera dal lancio di alcuni ordigni, la cui paternità è stata attribuita dall'esercito al Movimento per la Jihad Islamica coordinato e finanziato dal gruppo terroristico iraniano di al-Quds.  "Tutti coloro che sono stati tanto veloci a manifestare favore nei confronti dell'accordo sul nucleare devono ora essere coscienti del fatto che è stato proprio un comandante iraniano a dirigere e sostenere la cellula che ha attaccato Israele”, le parole del primo ministro Benjamin Netanyahu a condanna dell'azione.
Il ministro della Difesa Moshe Yaalon ha inoltre aggiunto che il lancio (cui è seguita un'azione israeliana contro alcune cellule oltreconfine) sarebbe un avvertimento da parte di Teheran per futuri attacchi finanziati da un Iran “più ricco e più omicida”, che svincolato dalle sanzioni economiche sarebbe ora maggiormente in grado di intervenire nello scacchiere mediorientale. “Sono queste le intenzioni del sanguinario regime di Teheran, e il mondo occidentale non può rimuovere questo fatto come polvere sotto il tappeto”, il monito di Yaalon. 
A causa della guerra civile siriana, è capitato in più occasioni che colpi di mortaio finissero in Israele, ma nel caso dei quattro razzi di ieri l'alto ufficiale dell'Idf Saeed Izadi ha confermato che si tratta senza dubbio di un'azione premeditata.
Secondo quanto dichiarato da Izadi, sono stati i vertici della divisione palestinese delle forze iraniane di al-Quds, l'unità speciale del corpo delle guardie della rivoluzione islamica responsabile delle operazioni extraterritoriali, apianificare l'attacco. A compierlo sarebbe stata poi la jihad palestinese, che opera prevalentemente nella Striscia di Gaza, il cui quartier generale si trova però a Damasco. Il Movimento per la Jihad Islamica dal canto suo ha tuttavia negato un coinvolgimento.
La risposta di Israele, attraverso raid aerei e colpi d'artiglieria, si è focalizzata su Quneitra e su alcune postazioni militari del regime di Assad. Al momento, ad operazione ancora in corso, si contano cinque vittime. “Una cellula jihadista diretta dall'Iran, a 10 chilometri dal confine, che stavamo tenendo sotto controllo” ha affermato un ufficiale di Tzahal.
“Non abbiamo nessuna intenzione di intensificare questo scontro, ma la nostra politica di rappresaglia in caso di attacchi contro civili israeliani resta invariata” ha sottolineato Netanyahu. Sulla stessa lunghezza d'onda il ministro Yaalon, che ha affermato: “Israele non ha mai tollerato eventi che minaccino la sicurezza dei suoi cittadini. Su questo punto non abbiamo nessuna intenzione di venire a compromessi”.


Francesca Matalon @fmatalonmoked
COMUNICAZIONE - l'imbarazzante analogia
Bt Italia: "Con lo Yad Vashem coincidenza puramente casuale"

Fino a che punto può spingersi il cattivo gusto? È l'interrogativo che ci siamo posti sul notiziario quotidiano di ieri a proposito della campagna pubblicitaria lanciata dalla multinazionale British Telecom per celebrare i suoi venti anni di attività in Italia. Una campagna diffusa attraverso alcuni magazine la cui immagine simbolo, con al centro l'allegra e sorridente squadra di BT Italia, richiama purtroppo alla mente qualcosa di assai meno spensierato: una delle sale più note del Memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme, tra le massime testimonianze universali del ricordo della Shoah. “Diverso è il messaggio, ma l'analogia appare imbarazzante” si leggeva sul notiziario, facendo riferimento a questo clamoroso infortunio della comunicazione, esercitando il nostro diritto di critica e lasciando ai lettori una risposta al nostro quesito.
Riceviamo oggi una garbata nota dall’Ufficio stampa della multinazionale, cui preme in particolare chiarire che “L'immagine utilizzata è quella del Pantheon, che rappresenta, da più di duemila anni, l'espressione massima della gloria di Roma e di cui è immagine nei secoli”.
Grazie per la precisazione, ma non è certo quello il punto: l'avevamo visto da soli (e segnalato) che il contenitore della campagna è il Pantheon, non lo Yad Vashem. Ci mancherebbe pure. Ma la questione è un'altra: la piena sovrapponibilità sia concettuale che spaziale delle due immagini. Non abbiamo ragione di dubitare della buona fede dei guru di BT Italia e non risulta alcuna "polemica" in corso tra diversi enti, ma solo perplessità destinate a restare.
"In riferimento - questo il testo della nota - all’articolo pubblicato sul notiziario Pagine Ebraiche24 riguardo alla campagna pubblicitaria realizzata da BT Italia per celebrare i 20 anni di crescita al servizio delle aziende e della pubblica amministrazione italiane, l'azienda precisa che l'immagine utilizzata è quella del Pantheon, che rappresenta, da più di duemila anni, l'espressione massima della gloria di Roma e di cui è immagine nei secoli. Il Pantheon fu
ispirazione dei più grandi architetti del Rinascimento, e ancora oggi racconta le capacità dell'Italia nel mondo. Questa immagine è parte di una più ampia campagna che prende ad ispirazione opere d’arte classiche e le pone in una luce contemporanea (in questo caso, schermi LCD con immagini di dipendenti BT), e che simbolizza l’arte di connettere”.
Raccogliamo comunque con soddisfazione questa ulteriore rassicurazione: “L’azienda non ha mai voluto usare altri simboli, come lo Yad Vashem, il centro mondiale per la documentazione, la ricerca, l’educazione e la commemorazione delle vittime dell’Olocausto, testimone che si erge a monito per l'umanità intera verso una delle pagine più terribili della storia. Ogni somiglianza tra la nostra immaginaria immagine pubblicitaria e lo Yad Vashem è puramente casuale”.
La buona fede di British Telecom Italia, un colosso delle telecomunicazioni presente in 170 paesi con 90 mila dipendenti, è ovviamente fuori discussione. Ma la campagna avviata ieri resterà inevitabilmente attiva (troppo tardi per fermarla) ancora per una settimana, con uscite programmate su molte testate della stampa nazionale. E resta necessario rimarcare che certi infortuni sarebbe meglio evitarli, perché la Memoria è una cosa seria.

(Nelle immagini, alcuni esempi della campagna pubblicitaria di BT e in particolare della pagina che ha suscitato perplessità)

a.s twitter @asmulevichmoked
la rassegna settimanale di melamed
Da Venezia a New York,
la censura della discordia

Melamed è una sezione specifica della rassegna stampa del portale dell’ebraismo italiano che da più di tre anni è dedicata a questioni relative a educazione e insegnamento. Ogni settimana una selezione della rassegna viene inviata a docenti, ai leader ebraici e a molti altri che hanno responsabilità sul fronte dell’educazione e della scuola. Da alcune settimane la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane aggiunge al lavoro di riordino e selezione settimanale un commento, per fare il punto delle questioni più trattate sui giornali italiani ed esteri. Per visualizzare la newsletter settimanale di melamed cliccare qui.

È necessariamente multilingue la selezione della rassegna stampa di melamed di questa settimana: è il New York Times - il 14 agosto sull’edizione internazionale e il 19 sull’edizione principale - il primo giornale straniero ad occuparsi della ormai ben nota vicenda dei libri proibiti a Venezia dal sindaco Luigi Brugnaro. Dal racconto di come si sia arrivati a decidere di bandire 49 libri per bambini che erano stati scelti come strumento per educatrici e docenti per dare risposta alle franche curiosità dei bambini sull'handicap, le differenze, il sesso e l'omosessualità il discorso sul New York Times passa alle difficoltà con cui in Italia sono state approvate leggi sull’omofobia e viene evidenziato come si tratti di uno dei pochissimi paesi europei in cui non sono riconosciute le unioni fra persone dello stesso sesso, se non in due città e con diritti ridotti. Il 19 agosto la notizia compare su El Pais, il maggiore quotidiano spagnolo, che racconta anche delle reazioni di Elton John, che dopo l’uscita sul New York Times ha - come raccontato anche da molte testate italiane - attaccato il sindaco di Venezia. El Pais fra tutti i libri banditi sceglie di porre l’accento su Piccolo blu e piccolo giallo, di Leo Lionni, cosa che aveva suscitato una reazione incredula anche da parte della famiglia del grande scrittore. Diversa la posizione del quotidiano ABC, noto per le sue posizioni conservatrici, che racconta la vicenda centrando tutto l’articolo su Elton John, definito sin dal titolo “Ese molesto vecino de Venecia”. Brugnaro diventa comunque il “poco serenìsimo alcalde” (sindaco poco serenissimo), che non perde occasione per farsi notare. Gli scambi fra la pop star e il “poco serenissimo sindaco” sono stati ripresi dal Fatto (18 agosto) che intitola “Venezia, pure Elton John le suona al sindaco”  - lo ha chiamato “bifolco” - e ricorda come anche Adriano Celentano lo abbia attaccato (sulle grandi navi). Diverso il tono di Libero, lo stesso giorno, che sostiene Elton John non perda occasione per par parlare di sé (il titolo è “Elton John stecca su Brugnaro: bigotto e sciocco”), e la notizia compare anche su Repubblica che la riprende il giorno successivo, così come fanno altre testate, per raccontare come il sindaco abbia continuato il battibecco, sempre su Twitter.
Le scuole di Dio. “C’è un borgo d’Italia, nella campagna senese, dove a settembre suonerà la campanella della prima ‘scuola di Dio’”. Così inizia il racconto (la Repubblica, 19 agosto) di come a Staggia Senese diversi genitori abbiamo voluto mandare i propri figli in una scuola appena nata e costruita intorno alla garanzia che “la (presunta) teoria del Gender non entrerà mai”. Non si tratta neppure di un fenomeno isolato, perché “oltre a Staggia, dove sono già pronte quattro classi elementari e due medie, e la maestra si chiamerà Samantha, le ‘scuole di Dio’ attive per l’anno 2015/2016 apriranno (tra i malumori di molti) nella parrocchia di Sant’Ignazio di Loyola a Padova, a Schio, in provincia di Vicenza, a Verona. Mentre altri gruppi sono pronti a Bari, Palermo, Monza, Brescia”. E a Venezia è nata la Finp, Federazione nazionale scuole parentali. Il Corriere del Veneto, il 19 agosto, riporta come alla Chiesa l’iniziativa di “Alleanza parentale” non piaccia. La Diocesi di Padova rifiuta infatti di concedere i propri locali e in una comunicazione scritta al parroco di Sant’Ignazio si dice espressamente che non è compito della comunità parrocchiale aprire una scuola. La Chiesa padovana sostiene anche che “la questione del gender non può essere ridotta all’ideologia gender”. La notizia del rifiuto di Padova compare poi anche su Avvenire, il giorno successivo.
La lingua di Lilliput. Ha pubblicato un ampio e approfondito studio su “I viaggi di Gulliver” il professor Irving Rothman, che dopo anni di ricerche è arrivato alla conclusione che Jonathan Swift per dare voce ai Lillipuziani abbia usato l’ebraico, o per lo meno una sua variazione. Un sistema utilizzato anche per gli incontri di Lemuel Gulliver con altre creature fantastiche, reso più semplice dal fatto che Swift, che era ministro anglicano, aveva studiato ebraico al Trinity College di Dublino.

Ada Treves twitter @atrevesmoked
pilpul
Grazie
Anche in questi giorni d’agosto, come d’abitudine, la redazione ha continuato a compiere senza interruzioni il proprio lavoro. Niente di straordinario, i colleghi sanno che i nostri notiziari sono da sempre pubblicati regolarmente ogni giorno che non sia Shabbat o una solennità ebraica e appaiono anche nei cinque giorni in cui i quotidiani italiani non sono in edicola.
Quello che invece mi sembra straordinario è constatare con quanta passione e con quanta regolarità i nostri collaboratori, senza eccezioni rigorosamente volontari e non retribuiti, continuino immancabilmente, salvo rarissimi infortuni, a compiere la loro opera. A tutti loro va il nostro plauso e la nostra gratitudine, il loro entusiasmo ci rende più dolci le strade in salita.

Isolare la violenza
In generale è una buona cosa che gli ebrei  non parlino con una voce unica, ma a volte si sente la necessità di avere un mezzo per distinguere le voci isolate degli estremisti da quelle della maggioranza. Forse più che le dichiarazioni di principio sarebbe utile qualche prescrizione o divieto, perché nell'ebraismo i principi si incarnano in azioni concrete. Per esempio non si potrebbero dichiarare non casher i prodotti certificati dai rabbini che incoraggiano o difendono la violenza? Forse in pratica è già così, ma proclamarlo ufficialmente non potrebbe forse contribuire a fare chiarezza rendendo più esplicito il loro isolamento?

Anna Segre, insegnante
Silenzio
Il silenzio, non quello di un luogo remoto o dell'eterno, ma quello di chi si arrende, di chi fa finta che niente stia accadendo e chiude consapevolmente gli occhi. “Raqqa is Being Slaughtered Silently”, così si chiama una rete nascosta di coraggiosi giornalisti che documenta i quotidiani abusi dei diritti umani che avvengono a Raqqa, la capitale della Siria occupata dal Daesh. Una resistenza al regime jihadista combattuta con telefonini e videocamere, che forse un giorno verrà ricordata come oggi non dimentichiamo lo sforzo dei pochi gruppi che si opposero al nazismo in Germania, come per esempio la Weisse Rose. Nelle foto e nei video si vedono strade deserte, negozi chiusi, pozze di sangue sull'asfalto... immagini di uno stato costruito sulla paura e la violenza al di là di qualunque distopia orwelliana. Eppure sembra che il mondo si stia ormai assuefacendo a tanto orrore. I guerriglieri curdi, gli unici autoctoni che dall'instaurazione del Daesh non hanno mai smesso di combattere, stanno subendo una dura repressione anche da parte della “democratica” Turchia, e le piazze europee, che tanto sono insorte per altre guerre e violazioni, sembrano restare del tutto in silenzio. Un lungo sonno avvolge una decadente Europa. Ma come spiegare, che un mondo che in oltre mezzo secolo non è riuscito ancora a riconoscere l'esistenza di Israele, abbia invece ormai quasi accettato l'occupazione di un regime fondato concretamente sul genocidio e su qualunque tipo di orrore?

Francesco Moises Bassano, studente 
Laicità, parliamo di cose serie
Dunque la "questione" della preghiera dell'alpino censurata si è rivelata un ballon d'essai e appare quindi inutile perdere tempo a discuterne: peraltro sarebbe bastato dare un'occhiata a qualsiasi serio sito che parli degli alpini per leggerne la storia, comprese le modifiche intervenute sin dal 1972.
Se sia stata sollevata per ignoranza o "sapendo di mentire" poco cambia: di insopportabile vi è questo continuo uso strumentale, ormai in pratica quotidiano, di certe tematiche nel dibattito politico, con un sempre maggior numero di improbabili "difensori della fede" che poi, magari, citano pure il "libera Chiesa in libero Stato" di Cavour che, invece, è il sunto della vera laicità che si basa sulla neutralità della sfera pubblica rispetto a qualsiasi visione religiosa, con funzione di garante della libertà di tutti e tra tutti, nella comune osservanza delle leggi civili.
In questo contesto, pertanto, non è un problema il fatto che ciascuno faccia il proprio mestiere e tiri l'acqua al proprio mulino, purché la sfera pubblica rimanga appunto neutrale e non coinvolta.
Ecco quindi che nelle forze armate, come nelle altre istituzioni pubbliche, espressioni troppo identitarie appaiono comunque inopportune e non coerenti con quell'uguaglianza delle fedi dinanzi allo Stato pur prevista dalla Costituzione.
Ne siamo invece pieni, nonostante la bufala dell'alpino, a partire dalla scuola pubblica nella quale, a spese di tutti i vari credenti e dei non credenti, la sola religione cattolica è insegnata.
Cerchiamo di spostare quindi il dibattito sull'evoluzione della società italiana in senso veramente laico, condizione che consente a tutti di esprimersi alla pari, di essere rispettati e di dialogare tra uguali, senza strumentali accuse di "offese" che servono solo ad alimentare un perverso dibattito politico.


Gadi Polacco




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